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  • giovedì 3 Aprile 2014

L’essenza di Luis Suárez

Elogio di uno dei più forti attaccanti del mondo – "un estasiante e poliedrico imbroglione" – e dei suoi tipici gol

di James Parker – Slate

È un estasiante e poliedrico imbroglione.

Un tuffatore: respirategli addosso in area di rigore e si distenderà, per intero, consegnandosi generosamente alla gravità, con le orecchie tese ad ascoltare il fischio dell’arbitro. Un “roditore”: è vero che si è scusato, poi, per aver rosicchiato con tanta passione il gomito di Branislav Ivanovic, giocatore del Chelsea, ma l’attacco era al di là delle scuse, e veramente al di là del linguaggio. Un razzista? Certamente lo è stato, nel giorno in cui distrusse emotivamente il difensore del Manchester United Patrice Evra – un giocatore tosto e d’esperienza – ridacchiando e bisbigliandogli un’offesa razzista, la parola “negrito” [Suarez si difese sostenendo che in Uruguay soprannomini come El Negro non rappresentano un’offesa razzista].

Ma Luis Suarez del Liverpool è anche – oh, misteri della natura – uno dei più grandi giocatori della Premier League, e attualmente il più elettrizzante. Si fece notare per la prima volta nella nazionale dell’Uruguay ai mondiali del 2010, quando usò entrambe le mani per “murare” un pallone tirato in porta da Dominic Adiyiah, giocatore del Ghana, e impedire un gol sicuro: venne espulso e al Ghana fu dato un calcio di rigore (che sbagliò). Nessun rimorso. (“Ho fatto la parata del torneo”).

Suarez guida l’attacco del Liverpool dal 2011: fa pressing, si agita, conquista palloni, e la sua imprevedibilità è uno degli elementi più affidabili nelle continue riorganizzazioni della formazione del Liverpool da parte dell’allenatore Brendan Rodgers. Il suo morso da roditore pare pubblicizzare il suo eccesso di appetito per i gol, per i falli, per gli insulti, per l’azione.

Suarez prende il pallone, o si imbatte nel pallone, o guarda verso il pallone; le possibilità sembrano moltiplicarsi in maniera incontrollata. I telecronisti lo adorano: sulla seconda sillaba del suo nome, la cui pronuncia prolungano all’infinito, si esaltano: SuarEEEEEEEEZ …! Suarez mordicchia a centrocampo; sbuca e sguizza in tutte le direzioni; si inventa gli spazi – in area di rigore crea come dei vuoti d’aria, che causano una specie di turbolenza per le difese. I terzini incespicano dietro di lui, e le loro articolazioni si aggrovigliano. I portieri sferragliano come campane rotte. Domenica scorsa, guardandolo giocare contro il Tottenham (demolito 4-0), l’opinionista di NBC ed ex giocatore dell’Arsenal Lee Dixon ha commentato le giocate di Suarez dicendo che sembrava l’unico lì fuori con i tacchetti sotto le scarpe, come se avessero “una maggiore aderenza sul campo”.

Rispetto a quello che guardiamo oggi, Suarez ha segnato gol più belli e più difficili – per esempio, al termine di lunghe corse pazzesche in solitario, o a conclusione di una serie di triangolazioni con Daniel Sturridge o Raheem Sterling o Jordy Henderson, che ormai ha attratto nel suo vibrante campo telepatico. Ma il gol di Suarez nella sua essenza è: dalla corta distanza, di “rapina”, misto al caos, una specie di cattive maniere “al calore bianco”; dà un colpetto al pallone o si avventa sul pallone, e poi o lo spinge oltre la linea o lo colpisce da una posizione angolata.

Prendiamo il caso del 12 gennaio scorso, per esempio. Siamo al 31esimo minuto di una partita del Liverpool contro lo Stoke City, una squadra di bassa classifica. Il Liverpool è già in vantaggio di un gol, segnato su deviazione – la fortuna è dalla loro. In questa stagione, usando le parole di Philip Lynott, la signora Fortuna li ha coperti, perché Luis Suarez – diabolico opportunista, scopritore di possibilità – è uno dei suoi prediletti. Ora l’accigliato Martin Skrtel, lo sgherro della difesa Liverpool, rilancia un pallone dalla difesa verso metà campo, da sinistra verso destra. È una palla lunga, il lancio meno raffinato e più volgare che esista nel calcio, che viene generalmente descritto con espressioni come “spazzar via”. Ma non appena il pallone vagante spazzato da Skrtel finisce nei pressi dell’area dello Stoke, Suarez lo ha già “agganciato”.

La palla colpisce terra e ha un gran rimbalzo; Suarez scatta in avanti; il difensore dello Stoke Marc Wilson si erge come un fagiano spaventato e cerca di colpire la palla di testa indirizzandola verso il portiere, Jack Butland. Ma il colpo è troppo debole e il retropassaggio è troppo corto; la palla vaga, Suarez si agita freneticamente alle spalle di Wilson, alza lo sguardo e ha già la bava da gol alla bocca. Arriva lo spezza-gambe dello Stoke, Ryan Shawcross, ma il suo tentativo di spazzare la palla lontano dal Suarez presente si trasforma in un assist al Suarez che vive due secondi nel futuro, che sfugge a un incerto abbraccio di Shawcross e – con il suo primo tocco in tutta l’azione – fa scivolare la palla sotto la gamba sinistra di Butland. La rete accoglie la palla con un sospiro. Butland assaggia l’erba e la polvere, Shawcross guarda indietro verso Wilson, Wilson è il ritratto dell’incredulità. E Suarez se ne va, esultante.

È bellezza?
No, non è bellezza.
È avidità, azzardo, prontezza, gioia nell’errore altrui. È un modo di fare le cose. È un gol.

© Slate