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  • mercoledì 5 marzo 2014

6 risposte sulla crisi in Ucraina

Si può parlare di guerra in Crimea? Come pensa di reagire il governo ucraino? Putin è impazzito? Cosa può fare l'Occidente? Un po' di elementi per chi vuole capirla meglio

di Elena Zacchetti – @elenazacchetti

La crisi in Crimea, penisola meridionale dell’Ucraina a maggioranza russa, è iniziata lo scorso 26 febbraio: un gruppo di uomini armati senza segni di riconoscimento è entrato negli edifici del Parlamento e del governo locale a Simferopoli, capitale della repubblica autonoma di Crimea, e ha issato sul tetto una bandiera russa. Nei giorni seguenti, poco a poco, si è assistito a un’invasione della Russia in Crimea: truppe russe – o mercenari russi, o truppe di autodifesa filo-russe: difficile distinguerle ma poco cambia — hanno preso il controllo del territorio (aeroporti e strade principali) e hanno circondato le basi militari ucraine bloccando l’uscita ai militari all’interno. Gli eventi in Crimea e la crisi internazionale che ha seguito l’occupazione russa sono da allora sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo, ma spesso – come succede per crisi di questo tipo, tanto rapide quanto complesse – ci si perde a leggere le notizie senza riuscire più a capire il contesto: che tipo di guerra si sta combattendo? Anzi: si sta combattendo in Crimea? Perché il governo ucraino non reagisce? Perché Putin fa quello che fa? Che succederà ora? Sono domande che non meritano molte delle risposte banali che si leggono in giro: abbiamo provato a rispondere mettendo in fila fatti e opinioni autorevoli di esperti e giornalisti.

1. C’è una guerra in Crimea?
La maggior parte dei giornalisti e degli esperti che seguono le notizie dall’Ucraina in questi ultimi giorni sono piuttosto concordi nel dire che no, non c’è una guerra tra Russia e Ucraina. E non perché la Russia non abbia invaso il territorio sovrano ucraino – a differenza di quello che ha detto Putin il 4 marzo, i militari russi hanno invaso la Crimea, che è territorio ucraino – ma piuttosto perché non ci sono stati scontri veri e propri. I soldati russi e ucraini non si sono sparati addosso, non ci sono stati né morti né feriti. La situazione l’ha spiegata bene in un articolo del 2 marzo sul New Yorker Masha Lipman, presidente del programma Società e Regioni del Carnegie Moscow Center:

«Quello che sta accadendo nella penisola di Crimea non è esattamente una guerra – non lo è se lo spargimento di sangue viene considerato come uno standard per parlare di guerra. Si tratta di un’occupazione minacciosa o strisciante (per ora) di una regione di sovranità dell’Ucraina da parte delle forze armate russe agli ordini del Cremlino. Finora non ci sono state vittime, non c’è stato quasi alcuno sparo.»

La ragione per cui non ci sono ancora stati scontri tra i due eserciti è una sola: il governo ucraino ha ordinato ai suoi soldati di non rispondere alle provocazioni russe (per gli impallinati di studi sulla guerra, una delle cose più interessanti al riguardo fu scritta dal generale prussiano Carl Von Clausewitz nel suo trattato di strategia militare Della Guerra: «La guerra non è accesa dall’azione di chi offende, ma dalla reazione di chi si difende». E se non ci si difende, la guerra non inizia). Se sulle intenzioni dell’Ucraina i dubbi non esistono, almeno finora, su quelle della Russia c’è ancora poca chiarezza (ma ci arriviamo).

Ad ogni modo martedì mattina è accaduto un episodio piuttosto significativo: alcuni soldati ucraini disarmati si sono diretti verso un checkpoint di militari russi alla base aerea di Belbek, a Sebastopoli: secondo quanto ha scritto Christopher Miller, bravo e preparato giornalista di Kiev Post e collaboratore di Mashable, il vicecapo ucraino della logistica della base ha detto alla stampa che l’avvertimento dei russi al checkpoint è stato: “non avvicinatevi, abbiamo ordine di spararvi”. Quindi, come molti esperti vanno avanti a dire da giorni, i russi starebbero cercando di provocare gli ucraini, spingendoli a reagire, ma finora si sono trovati di fronte a una decisione diversa del governo di Kiev. Sembra però inevitabile che questa politica della “non reazione” si fermerà ai confini della Crimea. Se le cose dovessero spingersi più in là, è lecito pensare che cambierà tutto.

2. Esiste una “linea rossa” per il governo ucraino?
L’impressione che molti hanno avuto negli ultimi giorni è che la “linea rossa” del governo di Kiev, cioè la soglia oltre la quale verrà deciso di intervenire militarmente, ci sia: e che sia il resto del territorio ucraino, esclusa la Crimea. Si tratta in particolare delle zone orientali e meridionali dell’Ucraina, dove in alcune città – come Donetsk, Odessa e Lugansk – manifestanti filo-russi hanno già occupato edifici governativi locali chiedendo referendum per l’autonomia e rigettando la legittimità del governo di Kiev. In Crimea è parso che gli abitanti accogliessero i soldati russi nella più assoluta normalità (tra le altre cose, si sono scattati diversi selfie coi soldati, come fossero turisti), ma è difficile pensare che lo stesso possa avvenire anche nelle altre città ucraine. Sull’atteggiamento della popolazione in Crimea, va detto anche che sebbene il 60 per cento degli abitanti si definisca di etnia russa, stando al censimento del 2001 il 24 per cento si identifica come ucraino e il 12 per cento come tataro, una minoranza islamica che ha ragioni per essere molto preoccupata dalla Russia (Stalin nel 1944 decise la deportazione di oltre 200 mila di loro in Uzbekistan). Insomma, i filo-russi sono la maggioranza, ma non sono tutti; e gli altri non sono pochi.

In generale ci sono due ragioni per credere che nel resto dell’Ucraina le cose per i russi non sarebbero così facili. Anzitutto i russi non potrebbero chiudere le vie di accesso a una regione bloccando solo due autostrade, come hanno potuto fare in Crimea sfruttando la geografia della penisola; non potrebbero in altre parole tagliare fuori l’esercito ucraino con la stessa facilità e arrendevolezza di cui hanno beneficiato in Crimea. Secondo, i fatti della Crimea sono arrivati praticamente negli stessi giorni della formazione del nuovo governo a Kiev, definito da più parti debole e inesperto, che difficilmente avrebbe saputo reagire con prontezza a una situazione di attacco militare. Per entrambe queste ragioni non sembra credibile, almeno per il momento, pensare che la Russia arrischi un’invasione militare in Ucraina (esclusa la Crimea, s’intende).

3. Perché la Russia ha invaso la Crimea? Sono pazzi?
Per prima cosa c’è da liberarsi di due equivoci, ripresi spesso un po’ come fossero dati di fatto. Il primo è quello per cui la Russia vorrebbe la Crimea perché lì, a Sebastopoli, è di stanza la sua flotta navale sul Mar Nero, di cui non può fare a meno. In realtà, come ha spiegato Davide De Luca, la base navale non è mai stata a rischio per i russi, e fino alla sua occupazione nessun politico ucraino aveva parlato pubblicamente dell’ipotesi di interrompere la concessione che ne affida l’uso alla Russia (concessione garantita da un accordo fino al 2042). Il secondo equivoco è quello per cui Putin sarebbe pazzo o sconsiderato (“fuori dal mondo”, lo ha definito Angela Merkel secondo il New York Times): Putin ha dimostrato negli ultimi 15 anni di saper mantenere il potere dentro la Russia, e di sapere giocare abilmente con le debolezze occidentali – in particolare statunitensi – in situazioni difficili e potenzialmente dannose, come durante la guerra che la Russia ha fatto contro la Georgia nel 2008.

Superati i due equivoci, una ricostruzione interessante delle ragioni russe è stata fatta il 2 marzo sul Guardian da Dmitri Trenin, direttore del Carnegie Moscow Center. Trenin ha definito quello che sta succedendo in Ucraina «probabilmente il peggior punto della storia europea dalla fine della guerra fredda». Nel cercare i motivi dell’aggressione russa – che alcuni faticano a capire e non si spiegano, mentre altri la definiscono proprio un “errore” – Trenin ha scritto:

«Piuttosto che favorirne la secessione, è più probabile che Mosca sostenga la decentralizzazione fino al federalismo, che dovrebbe neutralizzare la minaccia di un’Ucraina unita anti-russa all’interno della NATO. L’efficacia degli sforzi russi di mobilitare l’opposizione al nuovo governo di Kiev nell’est e nel sud del paese dipenderà dai livelli di fiducia e tolleranza delle nuove autorità a Kiev. Nel peggiore dei casi, un’Ucraina unita potrebbe non sopravvivere»

Ma perché per la Russia è così importante non avere un’Ucraina unita anti-russa? Una risposta convincente, almeno se si segue il ragionamento iniziato da Trenin, è stata in parte data da Peter Beinart sull’Atlantic. Beinart parte da una considerazione: chi critica gli Stati Uniti in questi giorni sostiene che l’amministrazione Obama abbia da tempo iniziato un progressivo disimpegno militare – ma non solo – in zone del mondo che prima erano più direttamente sotto il controllo degli americani (la stessa critica, per esempio, si è sentita per il ritiro militare dall’Iraq, per l’annuncio del prossimo ritiro dall’Afghanistan, e per la recente crisi in Siria). Ma proviamo a ribaltare il ragionamento, dice Beinart, guardiamola dalla parte della Russia. Nel 1990 l’allora segretario di stato americano James Baker promise all’allora presidente sovietico Mikhail Gorbachev che la NATO – organizzazione nata in piena Guerra fredda, a cui era opposto il Patto di Varsavia – sarebbe continuata a esistere ma non sarebbe arrivata al di là della Germania est. Ma poi le cose cambiarono, spiega Beinart:

«Nel 1995 la NATO entrò in guerra contro la Serbia e furono inviate delle forze di peacekeeping in Bosnia per mantenere l’accordo di pace che ne seguì. Questa missione aprì la strada a un’ulteriore espansione. Dal 1997 fu chiaro che la Polonia, l’Ungheria, la Repubblica Ceca sarebbero entrate nella Nato. Nel 2004 altri sette paesi dell’ex blocco sovietico entrarono nella NATO, tre dei quali – Lituania, Lettonia ed Estonia – erano stati parte dell’URSS. Nel 2009 si unirono al club Croazia e Albania. Sei altre ex-repubbliche sovietiche – Ucraina, Georgia, Moldova, Kazakhstan, Armenia e Azerbaijan – hanno ora legati i loro eserciti con quello della Nato tramite il programma “Partnership for Peace”. Tutte e cinque le ex-repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale – Kirghizistan, Tajikistan, Turkmenistan, Kazakhstan e Uzbekistan – mettono a disposizione della NATO i diritti di transito e di sorvolo dello spazio aereo nella guerra in Afghanistan»

In altre parole, scrive Beinart, gli Stati Uniti non si stanno affatto ritirando o disimpegnando agli occhi della Russia, ma sono alle porte di casa loro: questo darebbe una motivazione razionale alla Russia per cercare di non farsi schiacciare da ovest. Dal punto di vista russo l’azione in Crimea sarebbe una specie di messaggio all’Occidente per dire “Game Over” (un abbozzo di questo nuovo approccio si era già capito in Siria, scrive l’opinionista del New York Times Roger Cohen, dove la Russia continua a giocare la sua partita senza curarsi troppo delle conseguenze per il suo appoggio al presidente siriano Bashar al Assad).

Un altro punto di vista interessante sul comportamento russo, che potrebbe in qualche modo completare il quadro precedente, l’ha dato la giornalista russo-americana Julia Ioffe, che si occupa di politica russa, è molto critica nei confronti di Putin e collabora con molte importanti testate statunitensi. Ioffe, dopo essersi chiesta “perché Putin lo fa”, ha risposto così: «Because he can. That’s it, that’s all you need to know», «Perché può. Questo è tutto quello che avete bisogno di sapere». Perché ha la possibilità di farlo, di dividere e conquistare, dice Ioffe. Quindi, oltre alle ragioni geopolitiche, ci sarebbe anche la componente di spregiudicatezza tipica di un presidente potente come Putin, alimentata dalla sua idea di “ritorno alla grandezza russa”. Il “lo può fare” di Ioffe si può interpretare anche in un altro modo: lo può fare perché considera il prezzo che paga per farlo – quindi la “punizione” che l’Occidente è pronto a infliggerli – è così basso e sopportabile che alla fine vale la pena rischiare (la Russia non rischia un intervento NATO per la Crimea, ecco. E nel 2008, quando mandò le proprie truppe a difendere l’Ossezia del Sud dalla Georgia, non dovette poi subire alcuna ripercussione seria dall’Occidente).

4. Come può uscirne Putin?
Durante l’apparizione pubblica di martedì Putin ha detto che la Russia sta portando avanti una “missione umanitaria”: se le popolazioni dell’Ucraina orientale e meridionale, spaventate dal caso creato dalla presenza di “neonazisti e antisemiti” (parole di Putin), chiederanno l’aiuto della Russia, allora i soldati russi interverranno. Putin ha dato anche una sua spiegazione “giuridica” dell’intera faccenda, che a suo dire assolverebbe la Russia dalle accuse di invasione di un territorio appartenente a un altro stato: per la Russia il presidente legittimo è ancora Viktor Yanukovych. E visto che Yanukovych ha chiesto l’aiuto dell’esercito russo (lo ha ribadito tramite una lettera consegnata all’ambasciatore russo all’ONU, che l’ha presentata al resto del mondo durante la riunione del Consiglio di Sicurezza del 3 marzo), la Russia in pratica si è limitata a rispondere a una richiesta di soccorso di un presidente legittimo di un altro paese sovrano.

Questo spiegherebbe anche la posizione piuttosto confusa e poco chiara di Putin sulla legittimità di Yanukovych in quanto presidente. Durante la sua apparizione televisiva del 4 marzo Putin ha detto che «non esiste più alcun futuro politico» per Yanukovych, il quale ha compiuto molti errori e non sarebbe stato comunque rieletto alle prossime presidenziali. Putin ha anche detto di non riconoscere l’attuale presidente ad interim, ma ha aggiunto che è disponibile a riconoscere il prossimo presidente che uscirà dalle elezioni fissate per il 25 maggio: una dichiarazione che è sembrata funzionale a precise ragioni politiche, visto che allo stesso tempo ha annunciato la ripresa delle relazioni a livello governativo tra Russia e Ucraina. L’impressione, quindi, è che Putin abbia scaricato Yanukovych da diverse settimane, ma che lo ritenga ancora “presidente legittimo” in modo da giustificare la sua richiesta di invio di truppe russe in Ucraina.

5. Quali sono i costi che pagherà l’Occidente per l’invasione della Crimea?
Partiamo dai costi che la situazione attuale ha per l’Occidente: consideriamo la Crimea ormai persa (lo dicono in molti, per esempio Peter Baker sul New York Times scrive: «Da quando le forze russe hanno preso il controllo della Crimea, i consiglieri di Obama hanno riconosciuto in via privata che ribaltare la situazione dell’occupazione sarebbe difficile, se non impossibile»), cioè un territorio che direttamente o indirettamente passerà sotto il controllo russo, e ci resterà. La sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina erano state garantite dal Memorandum di Budapest del 1994, firmato da Stati Uniti, Russia e Regno Unito. Col Memorandum l’Ucraina accettava di smantellare il suo importante arsenale nucleare costruito negli anni della Guerra Fredda in cambio della garanzia del rispetto dei propri confini e della propria sovranità. Come ha notato a Radio Popolare Dario Quintavalle – attualmente dirigente del ministero della Giustizia italiano, a lungo in Ucraina per progetti europei in materia di giustizia – il fatto che gli Stati Uniti non siano riusciti a far rispettare l’accordo (e difficilmente interverranno nella crisi con qualcosa oltre a delle sanzioni economiche e finanziarie) renderà più difficile in futuro convincere altri paesi a rinunciare al proprio arsenale nucleare. Questo non è un problema da poco, specialmente per gli Stati Uniti, che basano molto del loro potere nei confronti dei loro alleati sulla credibilità e reputazione.

6. Sì, ma allora cosa vuole o può fare l’Occidente?
Escludiamo ragionevolmente per il momento qualsiasi intervento militare straniero in Ucraina: gli Stati Uniti hanno chiarito che l’opzione militare non è tra quelle considerate. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU – unico organo dell’ONU in grado di approvare un legittimo intervento militare internazionale – anche volendo non può fare nulla, visto che la Russia è membro permanente e ha potere di veto (e comunque il problema non si è ancora posto). La NATO ha spiegato di star valutando alcune ipotesi, tra cui non figura alcuna azione offensiva contro la Russia, al massimo sistemi di assistenza all’esercito ucraino. Infine, è irragionevole pensare che uno stato europeo voglia intervenire per salvare la Crimea, mentre è probabile che se ci dovesse essere in futuro un qualche intervento – per esempio se ci fosse il superamento della “linea rossa” che sembra si sia imposto il governo ucraino – questo sarà concordato in sede NATO.

L’altro strumento che rimane per punire la Russia sono le sanzioni. Lunedì Obama ha detto che la sua amministrazione sta valutando l’ipotesi di misure diplomatiche che isolino “economicamente e politicamente” la Russia: come ha specificato John Kerry, si sta discutendo di sanzioni mirate – che includono restrizioni alla concessione di visti e congelamento di conti e beni all’estero – e sanzioni economiche che andrebbero a colpire il commercio e gli investimenti della Russia all’estero. Il presidente della commissione Affari Esteri della Camera del Congresso statunitense, Ed Royce, ha spiegato a CNN che il vero tallone d’achille della Russia è il rublo, che in questi giorni sta soffrendo molto, e per questo un’azione efficace sarebbe mirata a indebolire le banche russe. Come ha osservato però Peter Baker sul New York Times, il rischio è che i paesi europei, che mantengono rapporti economici significativi con la Russia, non accettino di seguire decisioni troppo dure prese dall’amministrazione americana.

Infatti sono già arrivati i primi problemi, e i primi disaccordi. Il 3 marzo il Guardian ha pubblicato un articolo che già dal titolo parla da sé: «UK seeking to ensure Russia sanctions do not harm City of London», «Il Regno Unito vuole assicurarsi che le sanzioni sulla Russia non danneggino la City di Londra». Nell’articolo il giornalista Nicholas Watt spiega che il Guardian ha visto le immagini di alcuni documenti fotografati dal freelance Steve Back all’entrata di Downing Street, la residenza del primo ministro britannico: secondo questi documenti il governo di Londra si starebbe assicurando che tra le sanzioni che potrebbero essere approvate nelle prossime ore o nei prossimi giorni contro la Russia non ce ne siano di dannose per la City di Londra, ovvero che il “centro finanziario” della capitale britannica non venga chiuso ai russi. Ci sarebbe anche un veto sulle sanzioni commerciali (per ora no, dicono i documenti) mentre sarebbero accettate sanzioni riguardo a limitazioni dei visti e della libertà di movimento di politici o altri funzionari russi.

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