Cinque luoghi comuni sulla crisi in Ucraina

Nell’ultima settimana gli italiani sono diventati un popolo di esperti di geopolitica. Se usate Twitter o Facebook non avete potuto fare a meno di notare come parecchi dei vostri amici si siano lanciati in analisi e commenti più o meno profondi su quello che sta succedendo in Ucraina. Sui social network (ma anche in televisione e sui giornali), tra molte cose indubbiamente condivisibili,  sono comparse anche un certo numero di affermazioni non proprio sostanziate dai fatti. In questi giorni sono stati scritti diversi articoli, da persone molto più esperte di me, che fanno giustizia dei principali luoghi comuni che sono stati scritti sull’Ucraina e questa crisi.

“I manifestanti di Maidan e i ministri del nuovo governo ucraino sono tutti nazisti”
Non tutti, anzi. Una componente importante delle proteste degli ultimi tre mesi è il partito Svoboda. Quando venne fondato, nel 1991, era un partito apertamente neo-nazista (si chiamava “Partito Nazionale e Sociale dell’Ucraina” e il suo simbolo era una svastica vagamente mascherata). Nel corso degli anni le sue posizioni sono state considerevolmente moderata, ma tuttora i suoi leader si lasciano andare ad espressioni di antisemitismo. Svoboda oggi è un partito ultra-nazionalista e di estrema destra e alle ultime elezioni ha ottenuto il 10 per cento dei voti. Nel corso delle proteste degli ultimi tre mesi i manifestanti più organizzati e meglio armati (e i più violenti) appartenevano a Svoboda.

Svoboda ha ottenuto quattro posizioni principali nel governo. La più importante è quella di Segretario del comitato di sicurezza nazionale (che sovrintende al ministero della Difesa, a sua volta occupato da un ammiraglio che si dice sia vicino a Svoboda). La carica è occupata da Andriy Parubiy (molto attaccato da media russi negli ultimi giorni), uno dei fondatori di Svoboda, ma alle ultime elezioni è stato eletto con il partito di Yulia Tymoshenko . Anche il ministero dell’Agricoltura e quello delle risorse naturali sono guidate da membri di Svoboda. Infine, l’ultimo membro che il partito ha al governo è secondo vice-primo ministro, Oleksandr Sych (famoso per aver proposto di vietare l’aborto anche in caso di stupro). Svoboda ha in parlamento 36 deputati su 449 seggi totali. Le altre formazioni di estrema destra che hanno partecipato alle proteste non sono rappresentate in parlamento. Il presidente, il primo ministro e il resto del governo non appartenono a Svoboda (qui potete trovare una breve biografia di tutti i membri del nuovo governo). Secondo diversi analisti, l’attuale governo rappresenta bene la coalizione di centro e centro-destra che è stata al centro delle proteste e in particolare è considerato molto vicino a Tymoshenko.

Uno degli elementi più citati dalla stampa in queste settimane per sottolineare le tendenze neo-naziste e antisemite del nuovo governo ucraino è del tutto falso. Nelle scorse settimane è circolata molto la notizia di un messaggio diffuso dal rabbino capo dell’Ucraina in cui consigliava ai suoi correligionari di abbandonare il paese. Come ha precisato il quotidiano israeliano Haaretz, il messaggio non è stato diffuso dal rabbino capo, ma da un semplice rabbino ucraino. In un altro articolo lo stesso quotidiano sosteneva come il governo e i media russi utilizzassero la questione ebraica in maniera strumentale per attaccare il nuovo governo.

“Le proteste in Ucraina sono manipolate dall’Europa”
Non ci sono prove e ci sono molti indizi che sembrano indicare il contrario. Questa accusa è stata fatto spesso dai media e dai politici russi. L’ambasciatore russo, Vitaly Churkin, lo ha addirittura dichiarato in diretta mondiale durante il Consiglio di Sicurezza dell’ONU sabato 1 marzo. In realtà l’Europa è sempre stata tiepida nei confronti dell’Ucraina e al paese non è mai stato proposto ufficialmente di entrare nell’Unione. Le trattative interrotte lo scorso novembre da Yanukovich e che hanno portato all’inizio delle proteste avevano lo scopo di far entrare l’Ucraina in alcuni accordi di libero scambio con l’Unione Europea (“Accordi di associazione”), un passo che non implica l’entrata ufficiale nell’Unione.

“L’Europa non ha appoggiato le proteste con forza sufficiente”
L’accusa uguale e contraria alla precedente ha certamente un po’ più di sostanza, ma tralascia alcuni fatti molto importanti. Yanukovich non era un dittatore, ma un leader politico democraticamente eletto dalla maggioranza degli ucraini. Yanukovich è diventato presidente nel 2010 dopo aver vinto delle elezioni che diversi organismi internazionali hanno giudicato libere e corrette. L’Ucraina inoltre è uno stato sovrano e indipendente, non fa parte della NATO né dell’Unione Europea. È difficile in questo contesto immaginare basi legali o diplomatiche sulle quali l’Europa avrebbe potuto mettere in atto sanzioni o altre azioni diplomatiche in appoggio alle proteste. Inoltre, come abbia già visto, i manifestanti non sono stati sempre pacifici e non hanno sempre agito all’interno dei confini costituzionali.

L’Unione Europea ha protestato con molta più energia e ha deciso le prime sanzioni quando Yanukovich ha cominciato ad adottare una serie di comportamenti chiaramente antidemocratici, come approvare una serie di leggi contro le proteste e la libertà d’espressione e autorizzando (anche se non ha mai ammesso di aver dato l’ordine) la polizia a sparare sui manifestanti. È difficile valutare quale sia stato l’impatto delle sanzioni e delle proteste diplomatiche europee sempre più forti, ma è importante notare che la tregua che ha preceduto di 24 ore la caduta di Yanukovich è arrivata subito dopo le prime sanzioni ed è stata firmata alla presenza dei mediatori europei (tra cui quelli polacchi e tedeschi).

“L’Europa non sta protestando a sufficienza contro l’intervento russo”
L’atteggiamento europeo nei confronti dell’occupazione russa della Crimea è cominciato con un autogol mediatico. Nel pomeriggio di venerdì 28 febbraio la Camera alta russa ha autorizzato il presidente Vladimir Putin ad inviare truppe in Ucraina. Il primo comunicato di condanna da parte dell’Alto Rappresentate per la politica estera dell’Unione Europea, Catherine Ashton, è arrivato poche ore dopo, ma è stato seguito in breve da un secondo annuncio che ha suscitato molte critiche. Nel comunicato veniva annunciato che i ministri degli Esteri europei si sarebbero riuniti soltanto lunedì 3 marzo.

Quasi istantaneamente sono arrivate un diluvio di critiche (e molta ironia sul fatto che i ministri degli esteri europei preferissero tenersi libero il fine settimana piuttosto che occuparsi della crisi in Ucraina). La lentezza europea è apparsa ancora più grave per il fatto che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU si è riunito sabato sera e quello della NATO domenica pomeriggio. In realtà, i ministri degli esteri si sono riuniti in conference call per tutto il fine settimana e hanno quasi tutti reso pubbliche dichiarazioni e critiche alle operazioni russe ben prima di lunedì.

Aldilà di questo indubbio passo falso, il problema è un altro: chi fa la politica estera in Europa? La politica estera resta in gran parte prerogativa dei singoli stati. Accanto ai singoli ministri degli Esteri, però, c’è anche Ashton, ma non è proprio chiaro dove inizia il suo ruolo e dove finisce quello dei ministri dei vari paesi. Ha poco senso, quindi, criticare l’azione dell’Unione Europea nel suo complesso. Probabilmente non è un caso se i ministeri degli esteri e i governi di Polonia, Regno Unito, Germania – quelli a vario titolo più coinvolti nella crisi – sono stati molti rapidi a intervenire sulla questione per tutelare quelli che ritengono i loro legittimi interessi nazionali.

“Putin è abile a portare avanti i suoi interessi mentre l’occidente è debole e irresoluto”
La gestione della crisi da parte di Stati Uniti ed Europa, e in particolare quella della seconda fase (da quando Putin ha ricevuto l’autorizzazione a inviare l’esercito in Ucraina), è stata molto criticata. Lunedì 3 marzo, ad esempio, il Washington Post ha pubblicato un editoriale molto duro in cui attacca in generale la politica estera di Obama e in particolare la sua irresolutezza nella crisi attuale. Questo però non significa che tutti gli esperti siano d’accordo nel valutare la crisi di questi giorni e, soprattutto, non vuol dire che Putin stia giocando bene le sue carte.

Quasi tutti gli analisti sono concordi nel dire che la Russia non ha veri e propri interessi da portare avanti con l’occupazione della Crimea – per non parlare di quella di aree più vaste del paese (qui potete leggere un articolo molto efficace, ma basta cercare su google “why Russia will not invade Crimea” e troverete articoli dei più importanti think tank del mondo, scritti pochi giorni prima dell’occupazione). Secondo queste analisi, la Russia ha molto da perdere nell’attuale situazione. Le mosse compiute in questi giorni, secondo numerosi analisti, sono dovute ad idiosincrasie (comprese quelle personali di Vladimir Putin) e a una sete di prestigio che ha poco a che fare con i reali interessi strategici della Russia (a questo proposito, Angela Merkel ha dichiarato al telefono con Obama che Putin “vive in un altro mondo”).

L’annessione della Crimea rischia di portare pochi vantaggi alla Russia. Nonostante la stampa vicina a Putin abbia sottolineato più volte che il governo della Repubblica Autonoma della Crimea è un contributore netto del governo centrale di Kiev (cioè versa più di quanto riceve), i bilanci del governo locale raccontano una storia diversa. A quanto pare circa il 50 per cento del bilancio della Crimea è costituito da versamenti dello stato centrale. Questo significa che se la Russia si annetterà la regione, non solo dovrà affrontare le spese militari per portare a termine l’operazione, ma dovrà anche sobbarcarsi i sussidi per tenere in piedi l’amministrazione locale.

Alcuni sostengono che la mossa di Putin è stata dettata dalla necessità di proteggere l’importante base navale di Sebastopoli in Crimea, che il governo ucraino ha affittato a quello russo. In realtà, non sembra che la base di Sebastopoli sia mai stata a rischio e, fino all’occupazione, nessun politico ucraino ha parlato pubblicamente dell’ipotesi di interrompere la concessione (che è garantita da un accordo fino al 2042). Inoltre, anche se la base di Sebastopoli è importante (perché consente alla flotta russa di accedere al Mediterraneo) non si tratta dell’unico sbocco russo sul Mar Nero. La costa del Caucaso è in gran parte russa e negli ultimi anni il governo sta investendo molto nell’ampliamento della base di Novossyirsk. La flotta del Mar Nero, infine, è la più piccola (dopo quella del Mar Caspio) e una delle più vecchie della marina russa.

I mercati mondiali sembrano piuttosto d’accordo con le letture degli analisti. Lunedì 3 marzo la borsa Russa è crollata e il rublo è sceso al minimo da diversi anni nei confronti del dollaro (qui potete seguire il principale indice della borsa russa). Molti analisti sono preoccupati per le finanze del paese. Il bilancio del governo russo è stato messo a dura prova dallo sforzo di organizzare le olimpiadi di Sochi e ci sono molti dubbi sul fatto che abbia a disposizione le risorse necessarie a portare avanti una guerra anche di breve durata. La situazione dell’economia russa potrebbe peggiorare ancora di più nel caso di sanzioni da parte dei paesi occidentali.

Non è tutto, perché se decidiamo di giudicare l’attuale crisi soltanto con gli occhi della realpolitik (non dico che bisognerebbe farlo, anzi) allora dovremmo mettere sul piatto anche gli interessi che Europa e Stati Uniti hanno in Ucraina. E non si tratta di interessi estremamente sostanziosi, almeno dal punto di vista economico (qui trovate un lungo articolo in proposito, scritto in tempi non sospetti). La Russia è un partner commerciale molto più importante dell’Ucraina. Quest’ultima è un mercato potenzialmente interessante, con 45 milioni di consumatori e con uno dei suoli più fertili di tutto il continente. Ma è anche un paese estremamente corrotto e molto poco attraente per gli investimenti (è al 137° su 185 nella classifica Doing Business della World Bank). A tutto questo bisogna aggiungere che l’Ucraina ha un economia di dimensioni veramente molto ridotte (il suo PIL è pari a quello del Lazio, come potete vedere nell’infografica molto chiara realizzata da @ginoselva).

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Correzione
In una prima versione di questo articolo avevo scritto che alla formazione di estrema destra Svoboda è stato assegnato un solo posto nel governo. Mi scuso per l’errore.

Per chiarezza, nel primo paragrafo dell’articolo, ho aggiunto il numero di parlamentari di Svoboda e ho specificato che presidente, primo ministro e gran parte del parlamento non appartengono al partito.

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