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  • mercoledì 19 febbraio 2014

Israele paga i migranti per farli andare via?

Secondo il giornale "Haaretz" il governo promuove un programma di incentivi economici per la "partenza volontaria" dei richiedenti asilo

Secondo il quotidiano di Tel Aviv Haaretz, negli ultimi mesi decine di richiedenti asilo provenienti dall’Africa avrebbero accettato di aderire a un programma di “partenza volontaria” promosso dal governo israeliano per lasciare il paese attraverso pressioni e una serie di incentivi che vanno dai 1.500 ai 3.500 dollari. Il giornale dice di avere avuto la notizia da «un alto funzionario del governo di Israele», ma la Population and Immigration Authority ha rifiutato di fornire spiegazioni non confermandola ufficialmente. Haaretz dice anche di aver ottenuto informazioni da un cittadino sudanese detenuto nel centro di Saharonim, nel deserto del Negev nella parte meridionale dello stato d’Israele, che avrebbe preso un volo per l’Uganda con altre sei persone dopo aver ricevuto una sovvenzione per lasciare il paese.

Secondo il quotidiano, il punto di arrivo dei migranti che aderiscono al programma sarebbe l’Uganda: non l’Eritrea, dove rischierebbero la vita, né il Sudan con il quale non c’è alcuna relazione diplomatica (gli immigrati presenti in Israele sono per lo più eritrei e sudanesi). Nel giugno del 2013, l’Alta Corte di Giustizia aveva fatto sapere di aver raggiunto un accordo con un paese terzo che si era reso disponibile ad accettare i richiedenti asilo che si trovavano in Israele e che provenivano dall’Africa senza però rivelarne il nome o dare maggiori notizie. Alcuni alti funzionari, riporta Haaretz, avrebbero fatto sapere che il paese in questione è l’Uganda, ma sull’accordo non sono state date conferme né dal governo israeliano né da quello ugandese.

«Qualcuno del ministero dell’Interno sta andando in giro a chiedere se qualcuno vuole tornare indietro», ha detto ad Haaretz un detenuto del centro per immigrati di Holot nel deserto del Negev spiegando anche che le dure condizioni di vita nella struttura e la pressione ricevuta stanno portando alcune persone ad accettare la proposta di lasciare Israele. «Lo Stato di Israele ha proposto ai richiedenti asilo un ritorno in Uganda senza alcuna garanzia o accordo ufficiale», ha detto Reut Michaeli, direttore dell’Ong Hotline for Refugees and Migrants aggiungendo che i richiedenti asilo in quel paese non riceveranno alcuno status giuridico: «Oltre a questo, è noto che l’Uganda deporta i richiedenti asilo nei loro paesi di origine» ha precisato Michaeli.

Nel frattempo, nonostante non ci siano maggiori notizie sul “programma volontario” e sulle sovvenzioni date ai migranti, il numero di richiedenti asilo africani che hanno lasciato il paese è effettivamente aumentato di mese in mese. Il ministro dell’Interno israeliano Gideon Sa’ar ha detto che a febbraio sono partiti circa 1.500 richiedenti asilo, 765 a gennaio, 325 a dicembre e 63 a novembre. Secondo i dati pubblicati dal quotidiano Haaretz, finora il governo israeliano non ha concesso lo status di rifugiato politico a nessun migrante africano, e delle 1800 richieste di asilo presentate da migranti eritrei e sudanesi ne ha finora esaminate soltanto 250 (e già rigettate 155).

Le manifestazioni dei migranti africani, provenienti soprattutto da Eritrea e Sudan per ottenere il riconoscimento dello status di rifugiati, proseguono da settimane. Sono diventate più intense e frequenti a partire dal 10 dicembre scorso, quando il governo israeliano ha approvato una legge che autorizza la detenzione fino a un anno degli immigrati clandestini senza prima lo svolgimento di un processo. Dopo la decisione il 16 dicembre scorso si erano mobilitate circa 200 persone; il 28 dello stesso mese si era svolta una seconda manifestazione con diverse migliaia di partecipanti e il 5 gennaio più di 30 mila persone si erano riunite in piazza a Tel Aviv.

In quell’occasione, Eli Yishai, l’ex ministro dell’Interno che nel 2012 fece deportare decine di migliaia di migranti clandestini, attuale deputato del partito ultraortodosso Shass, aveva definito la nuova protesta come «antisionista» e i manifestanti come «infiltrati». Aveva inoltre dichiarato che la manifestazione era stata un chiaro «allarme per agire contro i clandestini» e che «lo Stato di Israele, le autorità giudiziarie e la polizia» dovevano usare tutti i mezzi a loro disposizione «per farli tornare nel loro paese».

Foto: alcuni richiedenti asilo provenienti dall’Africa nel centro israeliano di Holot,
nel deserto del Negev, 17 febbraio 2014 (JACK GUEZ/AFP/Getty Images)

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