• Cultura
  • martedì 11 Febbraio 2014

Il locale gay più conosciuto di Sochi

Le foto e la storia del Mayak Cabaret nella città che ospita le Olimpiadi invernali, punto di ritrovo per gli omosessuali fino alle recenti leggi contro i gay

Il Mayak Cabaret è il locale gay più conosciuto di Sochi, la città che sta ospitando le Olimpiadi invernali: è un edificio scuro sul lungomare che si affaccia sul Mar Nero, al suo esterno ha una sola luce, che splende sopra una porta marrone con un campanello, e fatta eccezione per la musica che si sente provenire dall’interno a partire dalle 22 di ogni sera, è appena riconoscibile come un club.

Storicamente Sochi, che è molto conosciuta in Russia per essere principalmente una località di villeggiatura, è stata per lungo tempo un rifugio per i membri della comunità gay russa: una situazione che è cambiata negli ultimi anni – ma non solo a Sochi – con l’inasprirsi  del clima in Russia nei confronti dei gay, alimentato la scorsa estate dall’approvazione di leggi che prevedono multe consistenti per chiunque “diffonda informazioni” sull’omosessualità a persone che abbiano meno di 18 anni e organizzi manifestazioni a sostegno delle persone omosessuali. In questo clima si inseriscono anche moltissimi episodi di violenze brutali compiute in Russia contro i gay, ampiamente documentati e realizzati nella quasi totale impunità, a volte con la complicità delle autorità. Per tutti questi motivi molti personaggi influenti e molte associazioni in difesa dei diritti degli omosessuali hanno promosso il boicottaggio dei Giochi olimpici invernali.

Il fotografo di AP David Goldman ha fotografato i clienti e gli artisti che si esibiscono al Mayak Cabaret, in questi giorni in cui Sochi ospita le Olimpiadi invernali, insieme a migliaia di atleti e visitatori da ogni parte del mondo. Al Mayak i clienti preferiscono non parlare della legge contro “la propaganda omosessuale” e rilassarsi per qualche ora ballando e godendosi lo spettacolo delle drag queen. Ma quando lo spettacolo finisce e le luci vengono riaccese ci si rende conto che la maggior parte della clientela è composta da coppie eterosessuali, che preferiscono questo club ai bar turistici dei resort. Molti membri della comunità LGBT (persone Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender) della città, infatti, hanno lasciato la Russia: “Sochi non è una comunità gay, si tratta di un mito” ha raccontato Roman Kochagov a Reuters, co-proprietario del locale, aggiungendo che anche lui sta cercando di lasciare il paese e che soltanto un terzo dei clienti dei suoi locali è composto da uomini gay, molto meno rispetto a quando il club aprì nove anni fa.

Nonostante ciò Sochi continua ad avere un “marcato aspetto liberale” se paragonata agli standard russi, e gode di una reputazione di tolleranza che viene dalla sua storia. Durante il periodo sovietico, infatti, Sochi diventò un’importante meta turistica, in un momento in cui i regolamenti governativi (per cui le vacanze erano un momento di “cura” per i lavoratori) promuovevano le vacanze separate tra mogli e mariti (con i figli mandati nei campi estivi). Sochi diventò così un luogo di incontri estivi e relazioni extraconiugali e, di conseguenza, un posto in cui le relazioni omosessuali erano tollerate, nonostante l’omosessualità fosse un reato, prima di essere depenalizzata nel 1993. Nel frattempo però le spiagge di Sochi avevano guadagnato la reputazione di luogo ideale per gli omosessuali per trovare un partner.

Eppure, nonostante il clima difficile per gli omosessuali in Russia, sia per i proprietari del locale che per i suoi clienti il boicottaggio non sarebbe stata la soluzione migliore. “Ciò che mi interessa è che i gay siano visti come cittadini comuni quando camminano per strada” ha detto Andrei Tanichev, compagno di  Kochagov e co-proprietario con lui del Mayak, dicendo di preferire alla protesta vera e propria gesti simbolici.