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  • sabato 1 Febbraio 2014

Domani si vota in Thailandia

In mezzo alle proteste e ai boicottaggi dell'opposizione (e che cosa c'entrano i "gialli" e i "rossi" con tutta la faccenda)

Domenica 2 febbraio si terranno le elezioni anticipate in Thailandia, convocate il 9 dicembre dal primo ministro Yingluck Shinawatra per risolvere la grave crisi politica che va avanti nel paese dallo scorso novembre. Il governo ha annunciato un grande dispiegamento di forze – circa centomila poliziotti e diecimila militari – per prevenire eventuali violenze ai seggi elettorali: la cautela è giustificata dai numerosi scontri che ci sono stati negli ultimi mesi tra manifestanti anti-governativi e le cosiddette “camicie rosse”, movimento piuttosto variegato che appoggia il governo di Shinawatra (gli scontri hanno provocato la morte di dieci persone e il ferimento di altre cinquecento). La tensione non è diminuita nemmeno nei giorni scorsi, quando nella capitale Bangkok e in alcune zone del sud del paese i manifestanti anti-governativi hanno tentato di bloccare l’ingresso di alcuni edifici in cui erano conservate le schede elettorali prima delle elezioni. Negli scontri, sabato primo febbraio, almeno sei persone sono rimaste ferite.

Le grandi proteste degli ultimi tre mesi
Negli ultimi tre mesi in Thailandia, ma soprattutto a Bangkok, è successo un po’ di tutto. Le prime proteste nella capitale sono state organizzate dal principale partito di opposizione del paese, il Partito Democratico, che ha accusato il governo di avere presentato una legge sull’amnistia con l’unico fine di assolvere il politico e imprenditore Thaksin Shinawatra, ex primo ministro e fratello dell’attuale capo del governo. Thaksin si trova in esilio volontario all’estero dal 2008, cioè da quando un tribunale thailandese l’ha condannato in contumacia a due anni di carcere per appropriazione indebita. Nel frattempo Yingluck Shinawatra è stata accusata di essere in realtà manovrata e controllata dal fratello, e la legittimità del suo governo è stata messa in discussione.

Dopo le grandi manifestazioni organizzate dall’opposizione, il 12 novembre 2013 la legge sull’amnistia è stata bocciata dal parlamento thailandese, ma le proteste e gli scontri non si sono fermati. Il governo ha ampliato la “Legge di sicurezza interna”, che fornisce alle autorità alcuni poteri speciali in situazioni di pericolo per l’ordine pubblico, e i manifestanti hanno iniziato a chiedere le dimissioni del primo ministro Yingluck Shinawatra. Il 9 dicembre il governo ha annunciato lo scioglimento del parlamento e ha indetto le elezioni anticipate: l’annuncio è arrivato poche ore dopo le dimissioni in massa dei parlamentari dell’opposizione. In un discorso alla nazione, Shinawatra ha spiegato che «il modo migliore per ridare potere ai thailandesi è di indire nuove elezioni». Nemmeno questa decisione però è riuscita a fermare le proteste: le opposizioni hanno alzato ancora di più le loro richieste, chiedendo una riforma del sistema politico e dell’impianto costituzionale del paese oltre all’allontanamento dal paese di Yingluck e della sua famiglia.

Cosa si dice delle elezioni
Il partito dato per favorito per conquistare la Camera bassa del parlamento è il Pheu Thai, il partito di governo, mentre la maggiore forza politica di opposizione, il Partito democratico, ha già detto che boicotterà le elezioni. Anche il “Comitato delle riforme democratiche del popolo” – organizzazione ombrello che raggruppa tutti i gruppi anti-governativi che hanno partecipato alle proteste – ha detto che cercherà di ostacolare coloro che andranno ai seggi a votare.

C’è poi un altro problema, che potrebbe portare la commissione elettorale thailandese a invalidare il risultato del voto: la Costituzione della Thailandia prevede che si voti in tutto il territorio nazionale nello stesso giorno, ma sicuramente questa condizione non sarà rispettata. Domenica infatti circa diecimila seggi potrebbero rimanere chiusi: alcune delle circoscrizioni del sud, roccaforti del Partito democratico, sono senza candidati, perché il mese scorso i manifestanti anti-governativi hanno impedito ai partiti di effettuare le registrazioni necessarie. Per convocare un nuovo parlamento, però, è necessario il consenso di almeno 475 parlamentari sui 500 che dovrebbero essere eletti. Se vengono eletti un numero inferiore di parlamentari, non è possibile convocare un parlamento e quindi formare un governo. Quindi, per raggiungere il quorum sarà necessario un secondo giorno di elezioni (che si terrà probabilmente nelle prossime settimane) che però, a sua volta, potrebbe rendere le elezioni invalide.

Chi sono i rossi e chi sono i gialli?
Il New York Times ha definito così quello che sta succedendo in Thailandia:

«La crisi politica thailandese è uno scontro di potere tra un movimento politico che ha vinto ogni elezione dal 2001 e un’opposizione che dice che il partito di governo rappresenta una “dittatura della maggioranza”. Entrambe le parti dicono che se le elezioni in programma domenica andranno come ci si aspetta che vadano, il partito di governo quasi certamente vincerà. Parlando più in generale, la crisi ha anche polarizzato il paese tra nord e sud, tra i nuovi ricchi e la vecchia élite, tra Bangkok e le province. Ma a livello dei singoli thailandesi, la spaccatura della società è più complicata, e più personale. Le battaglie politiche si stanno facendo all’interno delle famiglie, tra i capi e i loro impiegati, all’interno delle classi universitarie e tra le agenzie governative».

Queste due fazioni sono spesso indicate con due colori: i gialli e i rossi (e i rispettivi manifestanti sono spesso indicati come “magliette” – o camicie – rosse o gialle). I rossi, in genere, sono coloro che appoggiano il partito fondato da Thaksin Shinawatra, il fratello dell’attuale primo ministro. In un senso più ampio, il colore rosso rappresenta le forze populiste che hanno la loro base elettorale nelle campagne. Il colore giallo è quello dei manifestati e inizialmente indicava un forte appoggio alla monarchia. Oggi indica più precisamente un insieme di forze urbane e di reddito medio-alto, concentrate principalmente a Bangkok, che negli ultimi anni hanno accumulato una certa sfiducia nei processi democratici e si sentono calpestate dalla maggioranza.

Il Pheu Thai del primo ministro, quindi, è tendenzialmente appoggiato dai rossi. Le proteste di questi giorni sono invece guidate dai gialli e dal Partito democratico. Il grande vantaggio del Pheu Thai ha fatto dire a diversi commentatori che questa sarebbe una delle ragioni che avrebbe spinto il Partito democratico a boicottare le elezioni (una sconfitta, a questo punto e dopo tre mesi di proteste, rischierebbe di indebolire in modo considerevole la forza del partito). Le opposizioni comunque continuano a chiedere un cambiamento più generale e ampio dell’intera politica thailandese: tra le altre cose, chiedono che il governo venga sostituito da un “consiglio del popolo che si incarichi di riformare l’intero sistema politico”.