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  • giovedì 16 gennaio 2014

L’Italia pagò un riscatto per liberare Quirico?

Lo scrive Foreign Policy, e la sua fonte è l'uomo che dice di aver fatto da mediatore consegnando ai rapitori 4 milioni di dollari

Due giornalisti, Harald Doornbos e Jenan Moussa hanno scritto su Foreign Policy che il governo italiano ha pagato un riscatto di quattro milioni di dollari per liberare il giornalista della Stampa Domenico Quirico e l’insegnante belga Pierre Piccinin: i due erano stati sequestrati in Siria il 9 aprile 2013 e sono stati liberati l’8 settembre. Doornbos aveva già scritto del presunto riscatto, e anche in Italia si era scritto della possibilità che il governo avesse pagato un riscatto: la questione è da sempre molto dibattuta e controversa, dato che assolvere le richieste dei rapitori garantisce (non sempre) la liberazione degli ostaggi ma rafforza i gruppi violenti e rappresenta un incentivo molto concreto a fare altri sequestri.

Foreign Policy riporta quanto raccontato da Motaz Shaklab, membro del Consiglio nazionale siriano, l’organo di rappresentanza dell’opposizione ad Assad internazionalmente riconosciuto, che dice di aver fatto personalmente da mediatore tra il governo italiano e i rapitori. Shaklab dice: «Ho visto i soldi con i miei stessi occhi ed ero presente quando il denaro è stato consegnato ai rapitori». L’ambasciata italiana a Beirut, in Libano, ha detto che l’Italia non ha pagato alcun riscatto e ha invitato i giornalisti a rivolgersi al ministero degli Esteri a Roma, che si è rifiutato di fornire ulteriori dettagli sui negoziati (ma il ministro Bonino ha detto più volte che «non le risulta» che sia stato pagato un riscatto). Lo scorso settembre il governo belga smentì di aver pagato un riscatto per Piccinin (senza parlare dell’Italia e di Quirico).

Stando a quanto scrive Foreign Policy, Shaklab ha raccontato che un amico in contatto con le autorità italiane aveva chiesto il suo aiuto per individuare il luogo in cui si trovavano Quirico e Piccinin. Servendosi delle sue conoscenze tra i combattenti dell’opposizione, Shaklab scoprì che i due erano stati portati nella regione di Qalamoun, vicino al confine tra Siria e Libano. Incontrò la prima volta i sequestratori nella città di Yabrud, a nord di Damasco, che gli chiesero dieci milioni di dollari per liberare entrambi gli ostaggi. «Gli dissi che il rapimento è una cosa sbagliata e che i soldi che chiedevano erano troppi. Cercai di far diminuire la somma». All’inizio i rapitori cercarono di giustificarsi dicendo che gli ostaggi erano spie europee, ma in seguito ammisero che li avevano rapiti per difficoltà economiche. Shaklab non ha rivelato il nome del gruppo dei sequestratori, ma ha detto che non si tratta di islamisti radicali bensì di affiliati alla fazione cosiddetta “moderata” della ribellione. Nel corso dei negoziati li ha incontrati in tutto cinque volte.

Shaklab ha raccontato che era in contatto quasi quotidiano con gli italiani, tra cui la figlia di Quirico, l’avvocato di famiglia e funzionari del ministero degli Esteri. Ha spiegato che sin dall’inizio il governo italiano voleva liberare entrambi gli ostaggi, e di non essere a conoscenza di un coinvolgimento – economico o meno – del governo belga. I negoziati sono continuati per più di tre mesi in cui Shaklab, su pressione dell’Italia, cercava di diminuire la somma del riscatto. Nel frattempo la salute di Quirico peggiorava a causa della prigionia e Shaklab racconta di aver detto a un certo punto ai funzionari italiani: «i rapitori non abbasseranno più le richieste e l’ostaggio italiano sta sempre peggio. Volete fare un accordo o devo interrompere i negoziati?» A quel punto i negoziatori italiani gli dissero di concludere l’accordo.

Shaklab andò a Beirut, dove si incontrò con un italiano. Insieme si spostarono in una città sunnita vicino al confine con la Siria, trasportando in macchina due valigette con quattro milioni di dollari in banconote da 100. Sempre grazie ai suoi contatti, Shaklab aveva organizzato lo scambio coi rapitori. Questi contarono il denaro e verificarono l’autenticità dei dollari con alcune banconote portate da casa; poi dissero che non avevano portato gli ostaggi con sé, e che questi sarebbero stati invece liberati in un’altra città. A quel punto Shaklab e il suo compagno, preoccupati di essere derubati e far fallire l’accordo, affidarono il denaro a un altro comandante ribelle siriano, incaricandolo di consegnarlo ai rapitori soltanto dopo la liberazione degli ostaggi. Tornarono a Beirut e quattro giorni dopo l’incontro Shaklab ricevette la notizia che Quirico e Piccinin erano stati liberati vicino a Bab al-Hawa, al confine tra Siria e Turchia, a circa 160 chilometri a nord dal luogo in cui si trovava l’intermediario coi soldi del riscatto.

Shaklab ha criticato il giudizio molto duro dato da Quirico sulla Siria dopo la liberazione. «Ovviamente non è divertente essere rapiti, ma so che non sono stati torturati da nessuno. Sono stati tenuti in un appartamento e hanno mangiato quello che mangiavano i rapitori». I due uomini secondo Shaklab erano solo «dilettanti che non ne sapevano molto della Siria». Shaklab ha anche detto di non aver ricevuto denaro per il suo impegno nei negoziati. Ha però chiesto e ricevuto dall’ambasciata italiana a Beirut una macchina per la dialisi ai reni di seconda mano, donata a un ospedale siriano, e un documento per circolare nella zona di Schengen. «Così una volta potrò visitare l’Italia», ha spiegato.

Domenico Quirico con il ministro degli Esteri Emma Bonino, al suo ritorno in Italia all’aeroporto di Ciampino, poco dopo la mezzanotte del 9 settembre 2013. (ANDREAS SOLARO/AFP/Getty Images)

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