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  • mercoledì 18 dicembre 2013

Il nuovo governo della Germania

Cosa ha ottenuto la SPD, quali sono state le conferme, chi è l'erede designata di Angela Merkel e perché in Europa cambierà poco (ma ci sono conseguenze per la BCE)

Martedì 17 dicembre ha giurato il terzo governo tedesco guidato da Angela Merkel, dopo che domenica sono stati annunciati i risultati della consultazione tra gli iscritti al partito socialdemocratico: questi hanno votato in favore di una nuova alleanza di governo con i conservatori di CDU/CSU, una nuova Große Koalition dopo quella al potere dal 2005 al 2009. Nel governo ci sono state molte riconferme e qualche novità, mentre il dubbio più importante riguarda quanto riusciranno i socialdemocratici a far pesare il loro ruolo nella coalizione.

Per il resto d’Europa, è difficile che la grande coalizione tedesca porti molte novità e radicali cambi di approccio da parte della più grande economia dell’Unione Europea. Come ha scritto Olaf Storbeck in un commento su Reuters, «il simbolo più ovvio della continuità che Angela Merkel ha voluto mostrare con il suo terzo governo è Wolfgang Schäuble, che manterrà il suo posto da ministro delle Finanze nella nuova coalizione. Questo mostra chiaramente che la politica europea di Berlino resterà invariata».

Le concessioni alla SPD
Storbeck dice che le concessioni fatte alla SPD sono state decisive per un voto largamente a favore della nuova Große Koalition (“grande coalizione”) da parte degli iscritti al partito socialdemocratico: queste non riguardano però le politiche europee, ma alcune misure sullo stato sociale. Il peso della SPD in questo settore delle politiche di governo è rappresentato soprattutto dalla nomina di Sigmar Gabriel al ministero dell’Economia e dell’Energia (sarà anche vicecancelliere) e di Angela Nahles al Lavoro, entrambi membri dei socialdemocratici.

La prima misura che si preannuncia riguarda le pensioni: saranno create condizioni più favorevoli al pensionamento delle madri e dei lavoratori con salari bassi, e soprattutto sarà permesso andare in pensione a 63 anni (invece che a 65) per chi lavora da 45 anni, un provvedimento che dovrebbe interessare ogni anno un nuovo pensionato su sei. La seconda misura importante – una delle principali su cui ha fatto campagna elettorale la SPD – riguarda l’introduzione del salario minimo di 8,50 euro all’ora. Secondo i commentatori economici, nella Germania occidentale, in cui gli stipendi e la produttività sono alti, il salario minimo avrà buoni effetti. Ma nella Germania orientale circa un quarto dei lavoratori sono interessati alla misura (il doppio dell’ovest) e questo rischia di generare molti licenziamenti.

Storbeck fa previsioni molto negative sulla base di queste misure, dicendo che il loro costo metterà a rischio le prospettive di crescita a lungo termine del paese. Solo l’intervento sulle pensioni, secondo quanto ha stimato il think tank economico RWI, farà aumentare di 12 miliardi le spese previdenziali entro il 2015. Simili giudizi negativi sono arrivati nei giorni scorsi dal Wall Street Journal e anche dall’Economist, che ha sottolineato come «nessun paese europeo ha portato avanti meno riforme della Germania dall’inizio della crisi dell’euro»: le 185 pagine dell’accordo di governo non andrebbero nella giusta direzione, mischiando “l’irrilevante e il dannoso” (anche il settimanale britannico fa riferimento al salario minimo e alle pensioni).

I socialdemocratici rispondono che le misure che riguardano la previdenza sociale e il salario minimo sono una risposta all’aumento della diseguaglianza economica in Germania, che negli ultimi anni è andata aumentando. Secondo la SPD è necessario cambiare, nonostante molte delle riforme per favorire la produttività delle aziende tedesche vennero messe in opera grazie alla cosiddetta “Agenda 2010” che portò avanti il predecessore di Angela Merkel, il socialdemocratico Gerhard Schröder.

Il ruolo di Gabriel
L’energia, assegnata a Gabriel, è uno dei temi centrali nel dibattito politico tedesco: il paese ha in programma un passaggio dalle fonti energetiche convenzionali alle rinnovabili e ha annunciato, dopo il disastro di Fukushima, che abbandonerà del tutto il nucleare. Il piano di “trasformazione energetica” – Energiewende – si basa su una serie di sussidi per l’eolico e per l’energia solare.

A capo di questo passaggio c’è ora Sigmar Gabriel, 54 anni e presidente del partito socialdemocratico. Le competenze energetiche sono state aggiunte al ministero dell’Economia a partire da questo governo, perché dal 2005 a oggi la denominazione era “dell’Economia e della Tecnologia” e la politica energetica era assegnata al ministero dell’Ambiente. Durante i negoziati, scrive lo Spiegel, Gabriel si è rivelato particolarmente deciso nel portare a casa le concessioni più importanti per la SPD, e questo gli ha dato una grande forza anche all’interno del partito, oltre a un ruolo di primo piano nel governo.

Oltre all’Energia e al Lavoro, vanno alla SPD altri quattro ministeri: tra questi l’importante ministero degli Esteri, assegnato all’attuale capogruppo dei socialdemocratici in parlamento Frank-Walter Steinmeier. Non è un volto nuovo al governo: ha già avuto lo stesso ruolo durante il precedente governo di “grande coalizione” SPD-CDU/CSU, anche in quel caso guidato da Angela Merkel, tra il 2005 e il 2009. Il Commissario federale per l’immigrazione, i rifugiati e l’integrazione, che in Germania è una carica a livello ministeriale, è andata alla politica della SPD figlia di immigrati turchi Aydan Özoguz. È la prima persona di origine turca ad avere un ruolo ministeriale in un governo federale tedesco – una novità che è stata naturalmente notata con grande risalto anche dai media turchi.

L’alleato di Merkel
Chi invece è uscita ridimensionata dalla “grande coalizione” è la CSU, il partito di centrodestra bavarese storicamente alleato della CDU (e generalmente su posizioni più conservatrici). La CSU non ha ottenuto nessuno dei ministeri più importanti – come il ministero dell’Interno, che aveva nel governo uscente – e il ruolo più importante che le è stato assegnato è quello del ministero dei Trasporti, andato al segretario del partito Alexander Dobrindt. Molti commentatori in Germania prevedono che questo ridimensionamento porti a qualche critica – almeno a parole – da parte della CSU, se si sentirà troppo messa da parte nel governo, anche conoscendo il tenore delle dichiarazioni spesso sopra le righe del capo del partito Horst Seehofer.

I ministeri della CDU
La CDU, il partito di Angela Merkel, ha nel terzo governo Merkel cinque ministeri di grande importanza. Il ministero della Salute, che nel governo uscente era assegnato ai liberali della FDP (rimasti fuori dal parlamento alle ultime elezioni) è andato al segretario della CDU dal 2009, Herman Gröhe. Gröhe è uno dei consiglieri più stretti di Angela Merkel ed è stato il responsabile della sua campagna elettorale. Un altro dei più stretti alleati del cancelliere, Peter Altmaier, è diventato ministro degli Affari speciali e capo della Cancelleria, un ruolo che gli dà tra le altre cose la delicata responsabilità sui servizi segreti (lo scandalo NSA ha avuto risvolti molto importanti in Germania).

Johanna Wanka è stata confermata ministro dell’Istruzione e della Ricerca, una carica che aveva da pochi mesi, mentre Thomas de Maizière, ministro della Difesa uscente, è stato spostato al ministero dell’Interno.

Una delle nomine più commentate è stata quella di Ursula von der Leyen al ministero della Difesa, la prima donna a ricoprire la carica. Von der Leyen, 55 anni, è stata chiamata dai media tedeschi la “principessa ereditaria” e la sua nomina ha dato sostanza a molte discussioni sulla possibilità che sia l’erede designata per succedere ad Angela Merkel. Sicuramente è molto ambiziosa e molto vicina all’attuale cancelliere, nei cui governi precedenti ha avuto i ministeri della Famiglia e del Lavoro. È figlia di un potente politico della CDU nella Bassa Sassonia e sposata con un aristocratico che possiede un’impresa biomedica, ma è entrata in politica solo a 42 anni, dopo aver lavorato a lungo come ginecologa. Questa biografia la distingue dai politici di lungo corso tedeschi, agli occhi dell’opinione pubblica, e le qualità personali le danno buone possibilità di un ruolo di primo piano nella politica del paese: «la donna è formidabile», ha riassunto Constanze Stelzenmüller sul Financial Times.

Cosa cambia per la BCE
Anche se la politica europea della Germania non cambierà, per effetto della conferma di Schäuble, il nuovo governo tedesco ha già avuto una conseguenza importante sulla Banca Centrale Europea. Pochi giorni fa Jörg Asmussen, fino ad ora uno dei membri più importanti del consiglio direttivo della BCE, ha annunciato le sue dimissioni per accettare il posto di viceministro del Lavoro sotto Angela Nahles.

Asmussen ha detto che tornerà a Berlino «unicamente per ragioni private»: vuole passare più tempo con la sua famiglia (ha due figli piccoli). Finora il suo ruolo è stato cruciale per far passare le politiche di Mario Draghi alla Banca Centrale Europea nei momenti più difficili della crisi europea, e in particolare il programma OMT (Outright Monetary Transactions) dello scorso anno, che permetteva l’acquisto di titoli sovrani di paesi in difficoltà. Secondo molti, il solo annuncio del programma è stato decisivo per far rientrare la crisi, ma la sua approvazione non era per niente scontata: il Financial Times ricorda che Asmussen ha avuto spesso un importante ruolo di mediazione tra l’intransigenza della Bundesbank – la banca centrale tedesca – e la BCE, e che il suo predecessore Jürgen Stark si era dimesso in dissenso con il predecessore di Draghi, Jean-Claude Trichet, a proposito di politiche monetarie simili. Il posto di Asmussen potrebbe essere preso dall’attuale vicepresidente della Bundesbank Sabine Lautenschläger, che in passato si è detta contraria alle politiche di Draghi e in particolare all’OMT.

Foto: la prima riunione del nuovo governo tedesco a Berlino, 17 dicembre 2013.
(Adam Berry/Getty Images)

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