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  • martedì 10 dicembre 2013

Il contestato articolo di Seymour Hersh sulle armi chimiche in Siria

È uscito domenica, oggi è su Repubblica: accusa Obama di aver mentito e scagiona Assad, ma è stato molto screditato

Domenica 9 dicembre il sito della London Review of Books, periodico letterario e politico britannico, ha pubblicato un articolo del famoso giornalista statunitense Seymour Hersh sull’attacco chimico compiuto il 21 agosto scorso a Ghouta, a est di Damasco, in Siria. L’articolo, che si intitola «Whose Sarin?» mette in dubbio la ricostruzione ufficiale dell’amministrazione statunitense e di Barack Obama sugli eventi di quella notte – confermata anche da successivi rapporti di diverse organizzazioni internazionali non governative, tra cui Human Rights Watch – che sostiene che a compiere l’attacco sia stato il regime siriano del presidente Assad.

Hersh è conosciuto in tutto il mondo per avere vinto un premio Pulitzer nel 1970 grazie a uno scoop sulla strage di My Lai (Vietnam). Nell’articolo sulla Siria sostiene che gli Stati Uniti avrebbero diffuso solo una parte delle informazioni in loro possesso: non avrebbero detto, per esempio, di essere stati a conoscenza del fatto che un gruppo di ribelli – gli estremisti/qaedisti di Jabhat al Nusra – fosse in grado di produrre gas sarin. In pratica, con una serie di argomentazioni, Hersh sostiene implicitamente che l’attacco sarebbe stato compiuto dai ribelli siriani e non dal regime di Damasco, come ampiamente accettato in questi ultimi mesi, accusando Obama di avere mentito.

L’articolo di Hersh – che in Italia è stato tradotto e pubblicato da Repubblica martedì 10 dicembre – è stato criticato duramente da diversi giornalisti ed esperti di armi chimiche e di Siria. Il Washington Post e il New Yorker, a cui l’articolo era stato inizialmente proposto, hanno rifiutato di pubblicarlo: il primo perché ha ritenuto le fonti usate da Hersh non all’altezza e non abbastanza solide per gli standard del giornale (da tempo la reputazione e l’affidabilità di Hersh sono molto contestate); il secondo perché, dice Hersh, “non interessato” al pezzo (il New Yorker non ha commentato direttamente il rifiuto). In questo caso uno degli articoli più puntuali di critica a Hersh è stato pubblicato da Foreign Policy ed è scritto da Eliot Higgins, che il New Yorker ha definito «il migliore esperto sulle munizioni usate nella guerra in Siria». Higgins è conosciuto molto in rete per essere il titolare del blog Brown Moses, e si è occupato a lungo e con grande competenza di guerra siriana.

I missili usati nel bombardamento chimico
Il 16 settembre un team indipendente delle Nazioni Unite ha consegnato un rapporto definitivo al segretario Ban Ki-moon, in cui è stato confermato che durante il bombardamento chimico del 21 agosto sono stati usati dei missili terra-terra contenenti gas sarin. Nel suo articolo Hersh cita un professore di tecnologia e sicurezza nazionale del Massachusetts Institute of Technology, Theodore Postol, per dimostrare che quei missili molto probabilmente sono stati fabbricati in maniera artigianale (sottinteso: quindi dai ribelli) e che sono simili – ma non identici – ad alcuni missili in dotazione all’esercito siriano.

Higgins crede però che Hersh si sia perso molte ricostruzioni successive all’attacco del 21 agosto, o che le ignori: per esempio, spiega che i missili usati a Ghouta sono “missili Volcano”, che entrambi gli schieramenti della guerra in Siria hanno sempre riconosciuto in passato appartenere alle forze governative. Inoltre il sistema usato per lanciare i missili Volcano è lo stesso che si vede in un video pubblicato su YouTube da una milizia fedele alle forze governative di Assad. Non si ha alcuna prova invece che un sistema simile – come gli stessi missili, del resto – sia in possesso dei ribelli (qui ci sono le ricostruzioni in 3D dei missili e dei loro sistemi di lancio, con relativi video esemplificativi).

La gittata e la traiettoria dei missili
C’è poi un altro punto contestato da Higgins, centrale nella ricostruzione della tesi di Hersh: Postol dice che i missili usati a Ghouta hanno gittata massima di 2 chilometri e che quindi è impensabile che l’attacco sia arrivato da una base militare dell’esercito siriano, visto che la più vicina si trovava a circa 9 chilometri da Ghouta. Higgins ha scritto però di avere parlato con Richard Lloyd, un collega di Postol, che gli ha confermato che lavorando sulla sezione anteriore del missile, l’ogiva, è possibile aumentare di oltre un chilometro la sua gittata, arrivando così potenzialmente a superare la distanza dei due chilometri. Higgins aggiunge:

«Nel giugno 2013 le forze governative siriane hanno iniziato l’operazione Qaboun, per prendere il controllo dei quartieri di Qaboun e Jobar. Questa mappa, prodotta da Storyful, usa i marcatori blu per mostrare i luoghi dell’impatto dei missili contenenti sostanze chimiche, riportati dai comitati locali dopo il 21 agosto; le posizioni dei due attacchi sono indicate con il rosso. Tutti questi luoghi si trovano all’interno di un’area che non era distante più di 2,5 chilometri da dove l’operazione Qaboun si stava compiendo, il che significa che quello avrebbe potuto essere un punto di partenza per l’attacco col sarin del 21 agosto.»

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