Quelli delle preferenze

Storie e trucchi dei candidati capaci di ottenere i voti di centinaia di migliaia di elettori, da Sbardella a Vito, che rischiano di tornare attuali dopo la sentenza sul Porcellum

Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera ha messo insieme un breve racconto dei politici della Prima repubblica noti per la loro capacità di raccogliere preferenze, tornate d’attualità dopo che mercoledì 4 dicembre la Corte Costituzionale ha annunciato di avere accettato il ricorso presentato contro il “Porcellum”, la legge elettorale in vigore, ritenuto incostituzionale proprio per le modalità con cui assegna il premio di maggioranza e per la mancanza delle preferenze. Il Corriere della Sera si chiede oggi se sia possibile che «non esistano vie di mezzo tra la lista bloccata dove decide tutto il padrone del partito e quel sistema scellerato che grazie a Dio ci lasciammo alle spalle».

«Mi dissero: “Emi’, fatti vedere perché dicono che è inutile votarti essendo morto”. Mica potevo mettere manifesti: “L’onorevole Colombo nega d’esseredefunto”! E così per giorni e giorni dovetti girare come un pazzo perché tutti mi vedessero. Vivo». Erano feroci tra gli stessi amici di partito, come raccontava ridendo Emilio Colombo, le guerre delle preferenze.E chi se le ricorda si sente gelare il sangue all’ipotesi: oddio, la sentenza che ha sepolto il Porcellum non resusciterà il voto personale? Sono entrati nella leggenda, i trucchi per controllare i voti degli elettori. Ai tempi in cui ancora non c’erano i cellulari e la possibilità di imporre ai «clientes» di fare la foto alla scheda, i gran feudatari del voto mettevano a punto tutte le combinazioni possibili (prima questo numero, poi quest’altro, poi quest’altro ancora in ordine perfetto…) così da controllare la fedeltà dei propri beneficiati. Se non veniva dimostrata, niente trasferimento del figlio militare in una caserma vicina a casa, niente raccomandazione per un posto da bidella, niente sostituzione estiva all’Aci… Erano così tanti, i sistemi di controllo e gli accorgimenti necessari per costruirsi un buon bacino elettorale che Aldo Giannuli, dietro lo pseudonimo di Algido Lunnai, si sentì di dover scrivere il Manuale dell’aspirante deputato . Un libro mai letto, si capisce, da chi già sapeva tutto.

Come Vittorio Sbardella, detto «lo Squalo», che con la sua mascella da centurione e l’accento da «Gregorio, er guardiano der Pretorio», era il braccio destro elettorale di Giulio Andreotti e quando zio Belzebù diventò senatore a vita si candidò a raccogliere le sue vagonate di voti personali (367.000 alle politiche del 1972) e sparò a zero su tutti i possibili concorrenti, bollati come mezze cartucce: «De eredi, credime ammè, nun ce ne stanno proprio».

Né aveva bisogno di leggere quel libro Alfredo Vito, il proconsole diccì che contendeva l’hinterland napoletano a Francesco Patriarca detto «Don Ciccio ‘a Promessa» e si vantava di saper rovesciare al volo ogni parola leggendola al contrario («Balestra? «Artselab». Scala a chiocciola? «Aloiccoihc a alacs») ma soprattutto d’avere incasellato («E prima del boom del computer!») la bellezza di 30.000 elettori: «Se vedo una faccia non la scordo. Così i nomi. E allo spoglio ero capace di sommare a mente i voti di 50 seggi».
Lo chiamavano «Vito ‘a Sogliola» per la capacità mimetica di appiattirsi sotto la sabbia tra i due balenotteri napoletani Antonio Gava e Paolo Cirino Pomicino, per riemergere gonfio di voti come un pesce-palla: 104.532 nel ‘92 quando già era passata la preferenza unica (di qui il nomignolo «Mister 100.000 preferenze») ma addirittura 154.474 preferenze nell’87. Senza un discorso alla Camera. Senza un’apparizione televisiva. Senza un manifesto. Solo rapporti personali.

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Foto: Totò Cuffaro ©MARCO MERLINI/LA PRESSE