• Mondo
  • sabato 9 Novembre 2013

La lettera per l’imperatore giapponese

Un parlamentare ha consegnato un appello su Fukushima all'imperatore, causando grandi proteste e richieste di dimissioni

Durante una tradizionale festa autunnale nei giardini del Palazzo Imperiale di Tokyo, la scorsa settimana, il parlamentare giapponese Taro Yamamoto ha consegnato una lettera scritta a mano all’imperatore Akihito sulle condizioni sanitarie nell’area di Fukushima, dove si è verificato il disastro nucleare del marzo 2011. È stata una mossa estremamente inusuale e che molti hanno interpretato come un tentativo di spingere l’imperatore verso il dibattito politico: molti hanno chiesto a Yamamoto di dimettersi e questa settimana una commissione del Senato giapponese si esprimerà sulla possibilità di punire il parlamentare, a cui è stato vietato di prendere parte a tutti gli eventi con la famiglia imperiale in futuro, scrive Reuters.

La televisione giapponese ha mandato in onda molto spesso le immagini dell’episodio, negli ultimi giorni. Yamamoto ha 38 anni ed è un ex attore molto famoso in Giappone (ha recitato anche in un film giapponese che è diventato un successo internazionale, Battle Royale). È stato eletto al Senato come indipendente alle elezioni dello scorso luglio e dal 2011 ha aderito con grande decisione al fronte anti-nucleare giapponese. Durante l’evento ai Giardini Imperiali si è avvicinato al 79enne imperatore Akihito, che stava dando il benvenuto a una serie di ospiti, e gli ha consegnato la lettera. L’imperatore l’ha ricevuta senza apparente imbarazzo, nonostante sia rarissimo che qualcuno si approcci a lui in modi diversi da come previsto dal protocollo, e ha parlato brevemente con Yamamoto. L’imperatrice Michiko al suo fianco sembra mostrare una lieve impazienza e spinge leggermente il gomito del marito. La lettera è stata immediatamente presa in consegna da uno dei responsabili del servizio personale dell’imperatore, che era al suo fianco.

La vicenda ha mostrato che lo status dell’imperatore del Giappone, l’unico sovrano al mondo che mantiene oggi il titolo imperiale e il membro della famiglia reale più antica oggi esistente, è ancora un tema molto sensibile e delicato nel paese. Nel 1945, dopo la sconfitta nella Seconda guerra mondiale, l’imperatore Hirohito (padre di Akihito) rinunciò al suo status di divinità con una celebre dichiarazione trasmessa alla radio (che manteneva comunque un certo grado di ambiguità nella formulazione). Formalmente, il suo ruolo passò dunque ad essere quello di un simbolo dell’unità nazionale.

Ma, come scrive Associated Press, molti tradizionalisti in Giappone continuano a considerare divina la famiglia imperiale e credono che una persona comune non possa rivolgergli direttamente la parola. Fino a qualche decennio fa non era permesso neppure guardare direttamente il sovrano, e ancora oggi scattare una foto dell’imperatore, ad esempio con il cellulare durante un evento pubblico, è considerato un gesto molto inopportuno. Inoltre, anche se nessuna legge lo vieta, è considerato scorretto toccare l’imperatore, parlargli al di fuori del protocollo o consegnargli qualcosa come ha fatto Yamamoto.

Yamamoto si è scusato per il suo gesto ma ha detto che non intende dimettersi. Il suo intento, ha aggiunto, era solo rivolgere un appello all’imperatore per la salute degli abitanti di Fukushima e di chi sta lavorando per bonificare l’area del disastro. Il contenuto della lettera non è stato reso pubblico e, nel sondaggio di una rivista giapponese, il 90 per cento degli intervistati ha espresso disapprovazione per il suo gesto. L’Agenzia della Casa Imperiale ha detto che il comportamento del parlamentare è stato “inappropriato” e potrebbe avere conseguenze nella gestione degli eventi pubblici che coinvolgono l’imperatore in futuro. Il vicecapo dell’Agenzia ha detto che l’imperatore non ha letto la lettera di Yamamoto.

Un piccolo numero di commentatori, aggiunge Associated Press, hanno paragonato il gesto di Yamamoto a quello di un altro parlamentare, Shozo Tanaka, che nel 1901 diventò famoso per avere rivolto un appello direttamente all’imperatore contro l’inquinamento causato dalle miniere di rame. In quel caso, ricordato ancora oggi, si dimise da parlamentare e divorziò dalla moglie per prendersi da solo tutte le responsabilità del suo gesto. Venne arrestato ma liberato poco dopo.

Foto: KAZUHIRO NOGI/AFP/Getty Images