• Mondo
  • venerdì 8 Novembre 2013

Che fine hanno fatto le Pussy Riot?

Da settimane non si hanno notizie di una delle tre musiciste russe condannate nel 2012, suo marito dice che la stanno portando in Siberia

Da 19 giorni non si ha alcuna notizia di Nadia Tolokonnikova, condannata da un tribunale russo con altre due compagne nell’agosto del 2012 a due anni di reclusione per teppismo aggravato dall’odio religioso. Nadia Tolokonnikova è considerata la leader delle Pussy Riot, gruppo punk russo composto da sole donne protagonista di una serie di proteste contro il governo, Vladimir Putin e il suo partito Russia Unita. Le Pussy Riot combinano le loro esibizioni con idee radicali di sinistra e femminismo, citando Michel Foucault e Julia Kristeva.

Il 21 febbraio del 2012, durante una manifestazione contro il governo, le Pussy Riot mascherate con calze di lana pesante erano salite sul presbiterio della Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca e avevano cantato una specie di preghiera punk con il ritornello “Madonna, liberaci da Putin”. L’esibizione era durata una trentina di secondi e poi le ragazze erano state cacciate dalle guardie di sicurezza. Era già capitato altre volte che dopo le loro esibizioni nei luoghi famosi di Mosca le Pussy Riot venissero invitate dalla polizia a recuperare i loro strumenti e andarsene, ma quella volta intervenne la Chiesa Ortodossa chiedendo al governo di occuparsi del caso. Ai primi di marzo le ragazze vennero arrestate e poi condannate per “teppismo aggravato dall’odio religioso”: sull’andamento del processo ci furono diverse denunce di irregolarità e il caso delle tre ragazze provocò numerose proteste in tutto il mondo.

Yekaterina Samutsevich, 29 anni, laureata in programmazione informatica, è stata liberata il 10 ottobre del 2012. La decisione era stata presa dalla corte di appello, che aveva accolto la tesi dell’avvocato difensore: quando la polizia aveva trascinato Samutsevich fuori dalla cattedrale in cui si stavano esibendo le Pussy Riot, la ragazza aveva ancora la chitarra nella custodia e non si era quindi potuta esibire. Qualche giorno dopo Yekaterina Samutsevich ha presentato ricorso presso la corte europea dei diritti dell’uomo. Maria Alyokhina (24 anni) e Nadezhda Tolokonnikova (24 anni compiuti proprio giovedì 7 novembre) sono rimaste e si trovano tuttora in carcere.

Lo scorso 23 settembre Nadia Tolokonnikova ha cominciato uno sciopero della fame per protestare contro le condizioni della sua detenzione in una colonia nella Repubblica di Mordovia, e chiedere un trasferimento: ha parlato di un funzionario che aveva minacciato di ucciderla e di giornate di lavoro che duravano anche 17 ore. Dopo essere stata ricoverata in ospedale per 10 giorni è stata dimessa e riportata nella stessa prigione, dove ha deciso di cominciare un secondo sciopero della fame. Dal 21 ottobre non si ha più nessuna notizia di lei.

Le autorità carcerarie russe hanno detto che si trova in viaggio e che si saprà qualcosa di lei entro 10 giorni dal suo arrivo in una nuova struttura. È consuetudine che in Russia sia la famiglia che gli avvocati di un detenuto non abbiano accesso ad alcuna informazione durante un trasferimento prima del raggiungimento della destinazione finale, che può richiedere giorni o settimane e che può essere fisicamente ed emotivamente molto duro: comporta la mancanza di cure e un totale isolamento. Non sarebbe dunque insolito il silenzio delle ultime settimane intorno a Nadya Tolokonnikova: fanno eccezione la sua fama, le sue deboli condizioni fisiche e un tempo che è stato giudicato eccessivamente lungo.

Il marito di Nadya Tolokonnikova, Piotr Verzilov, denunciando in questi giorni la “sparizione” della moglie ha scritto su Twitter (questo il suo account) che la donna si trova in viaggio verso la Siberia, nella regione centrale di Krasnoyarsk, a circa 4.500 chilometri a est di Mosca. La notizia del trasferimento è stata confermata anche da Irinia Khrunova, avvocato di Nadya Tolokonnikova, che ha presentato ricorso alla Corte Suprema russa e che ha però detto di non poter dire nulla di certo sul luogo di destinazione prima di aver parlato con la sua cliente.

Questa settimana Amnesty International ha esortato le autorità russe a dare informazioni su dove si trovi la donna e sul fatto che le sia permesso vedere almeno il suo avvocato. In un’intervista al Guardian, il commissario russo per i diritti umani Vladimir Lukin ha detto di aver contattato il Servizio Penitenziario Federale, e ha fatto sapere che la Tolokonnikova sta bene, è in buona salute e arriverà «molto presto» in un nuovo carcere. La donna, «per ragioni di sicurezza», viaggia in uno scompartimento del treno separato ed è «tenuta in una cella separata tra una tappa e l’altra».

Nel frattempo, Maria Alyokhina, la terza donna delle Pussy Riot arrestata lo scorso anno, ha chiesto il ritiro del proprio appello per la liberazione anticipata dal carcere per dimostrare il suo sostegno a Nadya Tolokonnikova: «Dichiaro la mia protesta contro tutto questo e lo faccio dall’interno, da questo pozzo in cui stanno spingendo tutti noi». La corte ha accettato. Domenica e lunedì scorso si sono svolte a Mosca delle manifestazioni per Nadya e una petizione su watchdog.net per chiedere che vengano date sue notizie ha attualmente raggiunto le 37 mila firme.