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  • martedì 5 novembre 2013

L’M23 è stato sconfitto

Lo ha detto il governo della Repubblica Democratica del Congo e lo ha confermato il gruppo dei ribelli: ora però servirà un accordo politico

Martedì 5 novembre il portavoce del governo della Repubblica Democratica del Congo (RDC), Lambert Mende, ha detto a BBC che le forze speciali congolesi hanno costretto al ritiro gli ultimi ribelli del “Movimento per il 23 marzo” (M23) ancora presenti sul territorio nazionale. Mende ha spiegato che alcuni ribelli hanno attraversato il confine – ritirandosi quindi negli stati confinanti di Uganda e Ruanda, accusati già in passato di appoggiare l’M23 – mentre altri si sono arresi e le loro armi sono state distrutte. Poco dopo, ha scritto Reuters, anche i ribelli hanno confermato la fine della guerriglia tramite un comunicato.

Tra i ribelli che sono stati costretti ad attraversare il confine, ha detto Mende, ci sarebbe anche il capo militare dell’M23, Sultani Makenga (BBC però non è stata in grado di confermare la notizia). Nonostante la vittoria militare che potrebbe mettere fine a una guerriglia che va avanti da circa un anno e mezzo, ha spiegato Mende, sarà necessario per il governo congolese concludere un accordo politico definitivo con i ribelli, per evitare che in futuro l’M23 si possa rafforzare di nuovo e possa riprendere la lotta armata contro il governo centrale di Kinshasa.

I segni di un cambio piuttosto netto della sorte della guerriglia tra forze governative e ribelli dell’M23 si erano già visti tra sabato 26 e lunedì 28 ottobre, quando una serie di vittorie militari di grande importanza strategica ottenute dall’esercito aveva costretto i ribelli a rifugiarsi in un piccolo triangolo di terra al confine con il Ruanda. Alla fine dei 3 giorni di scontri, l’inviato delle Nazioni Unite nella RDC, Martin Kobler, aveva già parlato di “fine militare” dell’M23. Nonostante alcuni commentatori pensino che sia prematuro dichiarare la fine militare dell’M23, gli eventi di questa ultima settimana hanno certamente ribaltato una situazione che fino a non molto tempo fa era chiaramente a favore dei ribelli: tra gli episodi più significativi dell’avanzata dell’M23 ci fu per esempio la presa temporanea della città orientale di Goma nell’autunno 2012.

La guerra tra ribelli e forze governative va avanti dall’aprile del 2012, quando alcune centinaia di soldati disertarono l’esercito congolese, lamentandosi per le condizioni di vita a cui erano sottoposti, e si unirono agli insorti di etnia tutsi guidati dal generale Bosco Ntaganda. Da allora in diverse zone del paese si estese un conflitto complicato, legato a un’altra serie di guerre che hanno colpito la RDC negli ultimi due decenni, e definite dal New York Times come «tra le più intricate, prolungate e mortali del mondo» (qui una mappa di BBC che chiarisce chi sono e dove operano i gruppi dei ribelli nella RDC). Secondo le ultime stime dell’ONU, le guerre nella RDC hanno fatto migliaia di morti e hanno costretto almeno 800mila persone ad abbandonare le loro case.

Sintetizzando, il conflitto tra l’M23 e le forze governative è legato a contese sullo sfruttamento delle risorse e a questioni razziali che coinvolgono tutta la regione dei Grandi Laghi, quella che comprende Ruanda, Burundi, Uganda, Repubblica Democratica del Congo, Tanzania e Kenya. I membri del M23 sono prevalentemente di etnia tutsi e la loro opposizione al governo congolese ha origine nel conflitto con le etnie hutu e tutsi in Ruanda, dove nel 1994 fu compiuto il genocidio dei primi ai danni dei secondi. Dopo i massacri i tutsi sono lentamente tornati nei posti di potere ruandesi, costringendo molti hutu a migrare in massa in Congo. Da allora il Ruanda ha un interesse particolare per la situazione congolese, e la situazione della regione si è complicata molto, creando le condizioni per la proliferazione di gruppi ribelli.

Foto: militari dell’esercito della RDC diretti verso la collina di Mbuzi (Junior D. Kannah/AFP/Getty Images)

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