8½ di Fellini, per quelli con l’iPad

Fellini morì oggi 20 anni fa, e il suo collega Paolo Virzì racconta il suo film più importante a chi oggi vive in un altro mondo

di Paolo Virzì

Mi dice Luca Sofri, il peraltro direttore del Post: il 31 ottobre sono vent’anni dalla morte di Federico Fellini e tutti rischiamo di dire le solite cose su Fellini, ci scrivi qualcosa per spiegare a un adolescente di oggi che guardare un suo film non è una cosa noiosa?
Lì per lì sono andato in confusione, non avendo mai preso in considerazione l’ipotesi che guardare una di quelle cose meravigliose che Fellini ha combinato potesse mai annoiare qualcuno. I suoi film sono come un Luna Park fantasmagorico, un circo scintillante: divertenti e tristi, con le belve, i domatori e la donna cannone, come si fa ad annoiarsi? Ma Luca a volte si diverte ad incarnare la perfidia e il disincanto dei moderni direttori di giornali, forse per scandalizzare e far arrossire noi candidi e poveri di spirito, e ha insistito: prova ad immaginare un figlio sedicenne che sbuffando alza gli occhi dall’iPad mentre in casa i genitori stanno riguardando La Dolce Vita.
Fatico ad immaginare una scena del genere; non ci credo, mi sembra impensabile.

Forse Fellini è stato l’unico tra i grandi narratori per lo schermo capace d’incantare tutti, intellettuali e popolino, cinephiles accigliati e spettatori scanzonati. Ha creato strepitose commedie buffe e languide sui perdigiorno velleitari e neghittosi di provincia, fiabe da lucciconi su saltimbanchi burberi e ragazze clown ingenue che suonano il tamburo, affreschi corali esilaranti sulla gentarella patetica di una minuscola città negli anni pomposi e stupidi del fascismo, grandi romanzi ammalianti sulla vitalità infelice dell’umanità notturna metropolitana.
Ma soprattutto ha fatto 8 1/2.

Che cos’è questo strano film che ha come misterioso titolo proprio un numero, equivalente a quello dei film che Fellini aveva diretto fino a quel momento? Io sono nato precisamente un anno dopo la sua uscita nelle sale e credo che fossi ignaro di tutto, della letteratura che aveva suscitato, del consenso mondiale, dell’Oscar, della nascita negli Stati Uniti dell’aggettivo “fellinesque”, quando, almeno una dozzina d’anni più tardi, lo vidi per la prima volta sullo schermo del televisorino in bianco e nero che avevamo in tinello nella casa dove abitavo da ragazzo. C’erano ancora soltanto due canali, o uno solo. Forse devo anche spiegare ai lettori più giovani che all’epoca, dopo il tiggì e Carosello, non si usava per gli adulti guardare ogni sera i talk con i politici che si accapigliano, mentre i figli si isolano in cameretta chini sul tablet per connettersi coi propri coetanei; si guardava volenti o nolenti la tivù tutti insieme: il sabato Canzonissima – presentato da Johnny Dorelli, con cantanti come Ranieri e la Cinquetti, comici come Panelli, i balletti delle gemelle Kessler – e durante la settimana i grandi film, specie quelli italiani, con Alberto Sordi, Gassman, Manfredi, Tognazzi e appunto con Mastroianni.

Quella sera davano quel film con Marcello Mastroianni del quale i miei avevano sentito parlare, diretto dal regista marito della Masina, attrice cinematografica e televisiva all’epoca molto popolare. L’inizio mi lasciò subito di stucco: una scena senza parole, senza musica, solo col respiro angosciato di Mastroianni chiuso in un’automobile, in un ingorgo immobile e silenzioso, coi volti pallidi e inquietanti di altri automobilisti prigionieri nei loro abitacoli. Poi Mastroianni riusciva a fatica ad uscire dall’auto e prendeva a volare su quell’ingorgo, a braccia aperte, col suo cappello a falde larghe ed un lungo cappotto nero che svolazzava, s’innalzava fin sopra le nuvole, attraversato da un brivido di incredulità, di gioia e di sgomento.

Quindi comparivano due signori misteriosi su una spiaggia abbacinante, uno a cavallo col mantello, l’espressione arcigna, ed un altro sorridente col maglione a dolce vita bianco e gli occhiali da sole, e quest’ultimo teneva tra le mani un lungo filo al quale Mastroianni, lassù tra le nuvole, sembrava legato come un palloncino. Spulciando fascicoli di conti e preventivi, il cavaliere arcigno ordinava a bassa voce: “Giù, definitivamente.” Allora il filo veniva tirato e Mastroianni, lassù, provava a far resistenza, si opponeva, sembrava non voler scendere, ma infine si arrendeva e col respiro affannato precipitava rapidamente verso un vortice di onde schiumose. Ma si trattava di un sogno: Mastroianni infatti si svegliava col cuore in gola nel letto di una specie di clinica dove stava facendo delle cure, circondato da medici affabili che nel misurargli la pressione lo canzonavano chiedendogli: “Cosa ci sta preparando? Un altro film senza speranza?”

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