I 40 anni di Quadrophenia

La storia del più leggendario disco degli Who, che uscì il 19 ottobre di un anno ricchissimo per la storia del rock

Per l’industria discografica britannica e americana il 1973 fu un anno particolarmente fecondo, che segnò un passaggio importante nella carriera di molti musicisti e, in certi casi, anche l’inizio di un modo nuovo di fare (e di pensare) la musica rock. Uscirono dischi come The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd, Houses of the Holy dei Led Zeppelin, Goats Head Soup dei Rolling Stones, Berlin di Lou Reed, Selling England by the Pound dei Genesis, Mind Games di John Lennon, Living in the Material World di George Harrison, Aladdin Sane e Pin Ups di David Bowie, Don’t Shoot Me I’m Only the Piano Player e Goodbye Yellow Brick Road di Elton John. Fu anche l’anno del primo disco di Bruce Springsteen, dei Queen, dei Lynyrd Skynyrd, degli Aerosmith. In un libro che ripercorre gli eventi musicali di quell’anno, il giornalista Michael Walker scrisse che il 1973 fu «l’anno in cui morirono i Sessanta».

A ottobre di quell’anno uscì anche un doppio album che celebrò – come nessun’altra opera, prima o dopo – una parte importante della storia di quei Sessanta in Inghilterra: una parte non occupata né dai Beatles né dai Rolling Stones, ma piuttosto dai Kinks e più esclusivamente da quella che – prima di diventare una delle più grandi rock band del mondo – fu per qualche tempo la band simbolo della cultura Mod: gli Who. L’album si chiamò Quadrophenia, nacque quarant’anni fa dalla testa del chitarrista Pete Townshend – come quasi tutta la produzione musicale degli Who – e non era una raccolta di canzoni e basta: era la storia di un giovane mod londinese a metà degli anni Sessanta, una specie di film su vinile, che poi divenne un film vero. Fu un disco ambizioso ma segnato da molte difficoltà prima e dopo la pubblicazione: dai contrasti all’interno della band ai disguidi tecnici nelle esecuzioni dal vivo, fino ai problemi sempre più frequenti del batterista Keith Moon (che la sera della prima tappa americana del tour promozionale svenne sul palco).

Gran parte della storia è stata raccontata l’anno scorso in un bel documentario della BBC (“Can you see the real me?”) in cui Pete Townshend e il cantante Roger Daltrey – insieme ad altri collaboratori degli Who all’epoca – spiegano come nacque quella che oggi è da molti considerata la più importante opera rock mai scritta (la competizione è agguerrita, soprattutto da parte di Tommy, un altro disco degli Who di quattro anni prima) e, dallo stesso Townshend, «l’ultimo grande album degli Who».

La storia di Quadrophenia
Pete Townshend – creativo autore di gran parte della musica degli Who – cominciò a lavorare su Quadrophenia poco dopo il maggio 1972, nello stesso anno di pubblicazione dell’album Who came first, un suo disco da solista che riprendeva in parte alcune idee rimaste fuori dall’ultimo album degli Who (Who’s Next, 1971) e in parte un suo vecchio progetto mai realizzato (Lifehouse, inizialmente pensato come una sceneggiatura). Nel 1969 gli Who avevano già pubblicato il doppio album Tommy, l’altra loro celebre opera rock: la creatività di Townshend e la sua familiarità con le composizioni lunghe – costruite intorno a un unico tema narrativo e a partire da una linea melodica principale – erano peraltro visibili fin dai primi album, in cui alcune canzoni più lunghe sviluppavano delle storie a parte rispetto al resto dell’album (“A Quick One While He’s Away”, nell’album A Quick One del 1966, e “Rael”, in The Who Sell Out del 1967, da cui poi nascerà proprio l’idea per Tommy).

Per Quadrophenia, tutto partì da un racconto di Townshend che ripercorreva i primi anni di attività della band e gli anni della cultura Mod, un movimento giovanile che aveva creato una popolare moda estetica e musicale: ne uscì un nuovo lungo album pensato come la colonna sonora (effetti sonori inclusi) di un ipotetico film su un ragazzo londinese degli anni Sessanta. Quadrophenia racconta la storia di Jimmy Cooper, un giovane adolescente mod in cerca di risposte e di guai – come molti adolescenti – ma per di più affetto da una particolare forma di “doppia” schizofrenia: ospita in sé quattro personalità diverse (da cui il titolo dell’opera), che rappresentano ciascun componente degli Who.

Gli Who e la cultura Mod
Tra il 1964 e il 1965, e cioè gli anni in cui poi venne ambientata la storia di Quadrophenia, gli Who erano diventati uno dei gruppi di riferimento per i giovani mod londinesi, grazie alle frequentazioni di locali come il Goldhawk Social Club in Goldhawk Road e il club The Scene nel quartiere di Soho, e grazie anche alla conoscenza di uno dei personaggi più noti nel giro dei mod, Peter Meaden, che diventò il loro primo manager (era un “Face”, che nel gergo mod indicava solitamente quelli più in gamba e con un lavoro, e quindi in cima nella gerarchia dell’ammirazione). Fu Meaden a suggerire agli Who – che mod non erano, almeno inizialmente – di adottare quello stile, cambiando il loro aspetto e persino il nome (per qualche tempo si chiamarono High Numbers, un’altra espressione che nel gergo definiva un certo grado nella gerarchia). A proposito di Meaden, Daltrey disse:

All’epoca, in Inghilterra, il 90 per cento delle band somigliavano o ai Rolling Stones o ai Beatles. Noi somigliavamo agli Stones: avevamo i capelli lunghi e suonavamo una specie di blues trasandato. Fu Peter [Meaden] a farci rendere conto che non era tutto questione di musica e basta, che c’entrava anche l’immagine.

Oltre che la passione per il modern jazz e la musica nera in genere (rhythm and blues, soul, ska), i mod condividevano la ricercatezza nel look e nell’abbigliamento, l’amore per gli scooter italiani e il consumo di droghe sintetiche, soprattutto anfetamine (o mix di barbiturici e anfetamine chiamati purple hearts). Portavano i capelli tagliati alla francese, indossavano giubbotti parka, pantaloni stretti e mocassini, e giravano in Vespa o Lambretta, al contrario dei rivali rockers, che preferivano le motociclette e un look alla Marlon Brando nel film Il selvaggio, e con i quali scoppiavano risse di frequente (tra cui una leggendaria sulla spiaggia di Brighton, il 18 maggio 1964).

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