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  • domenica 13 Ottobre 2013

A che punto è lo “shutdown”

Alcuni monumenti nazionali sono stati riaperti, con i soldi degli stati: intanto continuano le trattative e la situazione sembra danneggiare parecchio i repubblicani

Domenica 13 ottobre hanno riaperto al pubblico la Statua della Libertà, il parco del Grand Canyon e quello di Yosemite, nonostante sia ancora in corso lo “shutdown“, la chiusura da parte del governo americano di tutte le attività non essenziali. Uno dei simboli dell’attuale situazione è stata la chiusura dei parchi naturali e delle altre strutture turistiche gestite dal governo federale (e la foto che simboleggia meglio tutta la situazione è proprio quella di un bambino davanti ad uno zoo chiuso). Ma i singoli stati in cui si trovano i monumenti hanno deciso di erogare un finanziamento straordinario – soldi che molto probabilmente non verranno rimborsati – per rimetterli in funzione.

Per gran parte dell’amministrazione pubblica, però, domenica 13 ottobre è iniziato il dodicesimo giorno di shutdown. La causa di questa situazione è la mancata approvazione della legge finanziaria che avrebbe dovuto attribuire al governo il potere di spendere denaro. I servizi essenziali, come le pensioni e gli stipendi ai militari, continuano ad essere pagati, ma 800 mila lavoratori sono stati messi in congedo temporaneo e non ricevono lo stipendio, mentre ad un altro milione il governo ha chiesto di continuare a lavorare senza essere pagati. Al momento non è stato ancora raggiunto un accordo per interromperlo e per risolvere un’altra questione, quella del tetto del debito. Molti commentatori, però, sono ottimisti sul fatto che lo stallo stia per terminare.

Perché lo shutdown?
Al momento il Congresso degli Stati Uniti è diviso tra i due principali partiti: i democratici controllano il Senato, mentre i repubblicani controllano la Camera. I repubblicani hanno usato la loro maggioranza per inserire nella legge finanziaria, alla fine di settembre, alcune norme che avrebbero bloccato o rinviato la riforma sanitaria promossa dal presidente Barack Obama, approvata dal Congresso nel 2010 e giudicata legittima dalla Corte Suprema nel 2012. La legge è stata bloccata, innescando così lo shutdown.

A quel punto tra i due partiti e la Casa Bianca sono cominciate le trattative per trovare un compromesso. O meglio: i Repubblicani hanno cercato di usare la ripresa delle attività governative, cioè la fine dello shutdown, come moneta di scambio per ottenere delle modifiche alla riforma sanitaria. Obama si è rifiutato di trattare su queste basi. In teoria, quindi, non esiste nessuna trattativa. Negli ultimi giorni però, i giornali parlano di molti incontri tra le varie parti e in molti commentatori sono convinti che lo stallo stia per essere risolto.

Chi sta vincendo?
Un elemento importante della partita è capire a chi gli elettori daranno la colpa della chiusura del governo. Secondo gli ultimi sondaggi una larga maggioranza degli americani incolpa i repubblicani. Solo il 31 per cento degli americani pensa che la situazione attuale sia colpa del governo, mentre il 53 per cento incolpa i repubblicani – a cui anche i sondaggi sul gradimento non stanno andando molto bene.

Soltanto il 24 per cento degli intervistati ha dichiarato di avere un’opinione favorevole del partito repubblicano e il 21 per cento ha dichiarato lo stesso del Tea Party, l’ala più radicale del partito a cui in genere viene attribuita la scelta di andare allo scontro diretto con la Casa Bianca e innescare lo shutdown.

Nonostante le conseguenze nel gradimento elettorale, una parte del partito rimane decisa a non interrompere lo shutdown fino a che Obama non deciderà di negoziare. Negli ultimi giorni diverse singole leggi per permettere il finanziamento di alcune amministrazioni del governo e di alcuni programmi di spesa sono state votate dalla Camera a maggioranza repubblicana. Alcune sono passate anche al Senato, ma molte altre sono state bloccate dai democratici con la minaccia di non votarle al Senato o da parte di Obama, con la minaccia di usare il potere di veto (in questa infografica del New York Times potete seguire schematicamente tutte le trattative).

L’ipotesi che lo shutdown stia per arrivare alla sua conclusione è cominciata a circolare negli ultimi giorni, anche grazie ai sondaggi che dimostrano come i repubblicani stiano pagando il prezzo più alto dell’attuale situazione. Numerose proposte su come risolvere lo stallo stanno circolando a Washington, segno che almeno alcuni dei protagonisti della vicenda sono disposti a trovare un terreno comune per riaprire le attività del governo (se ne parla qui, sull’Atlantic).

Le speranze sono cresciute ulteriormente quando Harry Reid, leader dei senatori democratici, e Mitch McConnell, leader dei repubblicani – due personaggi politicamente molto distanti – si sono incontrati sabato 12 ottobre. Le trattative e gli incontri tra i due sono proseguiti domenica 13, anche se non è chiaro che tipo di accordo potrebbe uscirne. La situazione resta difficile alla Camera: i repubblicani hanno la maggioranza dei seggi e il loro gruppo è costituito in buona parte da conservatori poco inclini a cedere. Da parte sua, Obama ha confermato che non intende trattare fino a che lo shutdown non sarà interrotto.

Il tetto del debito
Giovedì 17 ottobre arriverà un’altra scadenza, potenzialmente molto più grave e devastante dello shutdown. Se repubblicani e democratici non troveranno un accordo il governo americano non potrà più vendere titoli di stato per finanziarsi e quindi, in pochi giorni, sarà costretto a fare default. Si tratta della questione del debt ceiling, il “tetto del debito”.

A differenza di quanto succede in molti altri paesi, gli Stati Uniti per legge non possono indebitarsi oltre una certa cifra e quella cifra è fissata con una legge. La prassi vuole che quando ci si avvicina a quella cifra il Congresso alzi il tetto, per permettere al paese di continuare a finanziarsi sul mercato vendendo titoli di stato: questo passaggio formale, in passato praticamente automatico, in questi anni è diventato oggetto di infinite trattative politiche. Nell’agosto del 2011 il mancato accordo sul tetto del debito – che fu poi raggiunto poco dopo la scadenza – portò al primo downgrade del rating americano nella storia, operato dall’agenzia di rating Standard & Poor’s.

I tempi ormai sono molto stretti ed è probabile quindi che le due questioni, riapertura del governo e tetto del debito, vengano risolte insieme. Sono già state presentate diverse proposte per rimandare entrambe le scadenze di qualche mese e quindi concedere più tempo alla trattativa, anche se finora nessuna è stata accettata ufficialmente.