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  • lunedì 16 settembre 2013

L’accordo sulla Siria può funzionare?

Ci sono due precedenti di smaltimento di armi chimiche in breve tempo, ma molto diversi: perché secondo molti il piano concordato sabato è poco praticabile

Nel fine settimana Stati Uniti e Russia hanno trovato un accordo per evitare, almeno per il momento, l’intervento militare in Siria, in cambio dell’eliminazione dell’arsenale chimico controllato dal presidente Bashar al Assad. La soluzione trovata comprende una tabella di marcia per individuare e distruggere tutte le armi chimiche della Siria entro la metà del 2014. Il piano, che è stato accettato anche dal governo di Damasco, è molto impegnativo: è stato molto discusso in alcuni giornali statunitensi, che hanno messo in dubbio la fattibilità degli obiettivi e dei tempi previsti.

In un lungo articolo pubblicato il 14 settembre sul New York Times, William Broad e David Sanger hanno preso a esempio casi del passato in cui due governi – quello libico di Muammar Gheddafi e quello iracheno di Saddam Hussein – sono stati obbligati dalla comunità internazionale a distruggere il proprio arsenale chimico. Hanno confrontato la situazione siriana e sono arrivati alla conclusione che le possibilità di successo del piano russo-americano sono davvero molto deboli e ridotte.

I tempi previsti dal piano
Il piano di Ginevra, che secondo fonti del Washington Post è stato scritto praticamente tutto dagli Stati Uniti con scarso interesse da parte dei russi, ha stabilito i tempi della distruzione delle armi chimiche siriane. I tempi sono strettissimi: tra le altre cose, entro una settimana la Siria deve consegnare una lista completa delle sue armi chimiche e dei siti in cui esse sono prodotte e accumulate. Inoltre il governo di Damasco deve concedere agli ispettori internazionali l’accesso “immediato e senza restrizioni” ai siti di armi chimiche (l’arrivo degli ispettori è previsto non più tardi di novembre).

L’accordo prevede anche che da novembre vengano distrutti i macchinari di miscelazione degli agenti chimici, oltre a stabilire l’obbligo per il governo siriano di liberarsi, lui stesso, di tutte le sue armi chimiche e degli impianti di produzione in meno di un anno. Questo, secondo diversi esperti citati dal New York Times, potrebbe essere un lasso di tempo non sufficiente per completare le operazioni, nemmeno se ci fosse la piena collaborazione del governo siriano (a oggi considerata comunque molto dubbia). La distruzione di agenti chimici è un processo molto lungo, che se fatto in sicurezza e con le dovute precauzioni può durare anche dei decenni: l’arsenale chimico statunitense, per esempio, è in fase di smantellamento da 28 anni, per un costo di 35 miliardi di dollari, e il processo non è ancora finito.

Cosa c’entrano la Libia e l’Iraq
Robert Joseph, consigliere della sicurezza nazionale sotto la presidenza di George W. Bush, è un esperto di armi chimiche che negli anni Duemila ha contribuito a stabilire i criteri e le tempistiche per l’eliminazione del programma nucleare e dell’arsenale chimico della Libia nel 2003. È opinione comune che Gheddafi accettò il piano proposto dagli Stati Uniti perché credeva che in caso di rifiuto sarebbe stato attaccato e rimosso dal potere. L’accordo prevedeva che dopo la distruzione delle armi chimiche alla Libia fossero tolte alcune delle sanzioni rimaste in vigore dagli anni Novanta, da quando Gheddafi era stato accusato di appoggiare diversi movimenti terroristici. «Dubito che Assad abbia la stessa preoccupazione ora», ha aggiunto Joseph, riferendosi al fatto che l’intervento militare statunitense in Siria, se dovesse verificarsi, sarebbe comunque limitato, mirato a determinati obiettivi principalmente militari e non indirizzato a far cadere il regime di Assad, come ha ammesso lo stesso governo americano negli ultimi giorni.

Anche la situazione dell’Iraq presenta alcune differenze rispetto alla Siria. La distruzione dell’arsenale chimico iracheno si verificò dopo la fine della Prima Guerra del Golfo, dal 1991. A Saddam Hussein, presidente del paese sconfitto, fu imposto lo smantellamento del suo programma chimico, che era stato ampiamente utilizzato durante la guerra contro l’Iran nel decennio precedente. Come nel caso libico, Hussein si trovava in una posizione di debolezza – aveva appena perso una guerra – e comunque la collaborazione con gli ispettori internazionali con il passare degli anni divenne difficile e sempre più complicata. In questo caso, al contrario, Assad non sta perdendo la guerra e anzi può negoziare da una posizione di forza.

La storia sembra non essere dalla parte degli Stati Uniti, conclude il New York Times: anche perché anni dopo la distruzione delle loro armi chimiche sia Gheddafi che Hussein sono stati deposti da un intervento militare a cui hanno partecipato, tra gli altri, anche gli americani. La consegna dell’arsenale chimico non è stata quindi sufficiente da sé per eliminare l’opzione di un cambio di regime, né per fermare i suoi crimini.

Altre debolezze del piano di Ginevra
Molti esperti di armi chimiche, tra cui quelli sentiti e citati dal New York Times, hanno detto che per essere effettivo il piano di Ginevra dovrebbe prevedere anche l’obbligo di colloqui condotti dagli ispettori internazionali agli ufficiali del governo siriano che si occupano del programma chimico nazionale. Le interviste permetterebbero agli ispettori di fare controlli incrociati sull’esistenza eventuale di siti di accumulazione e produzione di armi chimiche non dichiarate ufficialmente dal governo di Assad. Questo obbligo, comunque, non è previsto nell’accordo tra Stati Uniti e Russia, e non c’è alcuna ragione di credere, a oggi, che Assad possa far incontrare i responsabili del suo arsenale con i rappresentanti della comunità internazionale.

Peraltro il 13 settembre il Wall Street Journal scriveva che una divisione segreta dell’esercito siriano, l’unità di élite 450, stava spostando parte dell’arsenale chimico della Siria in circa 50 siti diversi. Il piano, secondo l’intelligence americana, starebbe andando avanti da qualche settimana e sarebbe ancora in corso, e avrebbe lo scopo di rendere ancora più difficile rintracciare e quantificare i gas letali. In queste condizioni il lavoro degli ispettori dell’ONU in Siria potrebbe diventare molto difficile, anche perché si svolgerà nel bel mezzo di una guerra civile (condizione, anche questa, non presente nei casi della Libia e dell’Iraq).

I dubbi degli americani
Il New York Times scrive che ci sono diverse ragioni per cui le stesse autorità statunitensi sono dubbiose sulla buona riuscita del piano. La piena collaborazione di Assad si potrebbe ottenere solo con una risoluzione vincolante delle Nazioni Unite – quindi votata anche dalla Russia, che nel Consiglio di Sicurezza ha il potere di veto come gli Stati Uniti – oppure con l’entrata formale della Siria nella Convezione contro le armi chimiche: la richiesta è stata depositata e l’ONU prevede che possa diventare effettiva dal 14 ottobre, ma anche se il trattato entrasse in vigore rimarrebbero i problemi relativi al lavoro degli ispettori in un paese in guerra.

A margine degli incontri di Ginevra, i ministri degli Esteri partecipanti hanno detto che nel caso in cui la Siria non rispettasse gli impegni presi relativi al suo arsenale di armi chimiche, il Consiglio Sicurezza delle Nazioni Unite voterà una risoluzione sula base del Capitolo VII della Carta dell’ONU, cioè quello che prevede l’uso della forza. Anche questa minaccia contro Assad, comunque, non sembra essere particolarmente efficace: la Russia ha il potere di veto e finora ha mostrato di volerlo usare sempre sulle risoluzioni che danneggiavano particolarmente la Siria, bloccandone l’approvazione. Il piano, come hanno scritto diversi giornali americani sabato e domenica e come hanno sostenuto gli stessi ribelli siriani, sembra essere più che altro una vittoria per Assad e una sconfitta per chi voleva una soluzione rapida della guerra in Siria.

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