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  • giovedì 12 Settembre 2013

Perché uccidere con le armi chimiche è più grave?

Qualche risposta alla domanda che molti si sono fatti quando il loro uso episodico è diventato la svolta di una guerra da 100.000 morti

di Luca Misculin – @LMisculin

Nel corso della guerra fra Iran e Iraq, fra il 1980 e il 1988, il dittatore iracheno Saddam Hussein fece un largo uso di armi al gas nervino, una particolare famiglia di gas tossici che danneggiano gravemente il sistema nervoso di chi ne viene a contatto: vengono interrotte molte sinapsi che regolano il movimento della muscolatura volontaria, e a meno che la persona colpita non assuma un antidoto poco dopo la contaminazione, la morte arriva dopo pochi minuti e molte sofferenze. Nel marzo del 1988 l’esercito iracheno utilizzò il gas sarin, della famiglia dei nervini, per bombardare la città a maggioranza curda di Halabja, in Iraq: morirono fra le 3200 e le 5000 persone. Fu probabilmente l’episodio più famoso di utilizzo di armi chimiche in un contesto di guerra.

Perché le armi chimiche sono diverse
Fin dall’entrata in vigore della Convenzione di Parigi che le ha messe al bando, in molti hanno obiettato che il divieto di utilizzare armi chimiche è inconsistente o inefficace: le critiche più solide riguardano sia il fatto che si tratta pur sempre di un tipo di arma, pur con tutte le sue particolarità, e che quindi – anche vietandone l’utilizzo – la guerra si può fare in mille altri modi, sia che gli Stati Uniti vogliono vietarle perché strategicamente interessati a mantenere i conflitti sul piano della battaglia “convenzionale”, e quindi più facilmente controllabile: in altre parole, pur disponendo di una forza militare impressionante per grandezza e potenza del proprio esercito, una minaccia batteriologica sarebbe molto poco controllabile per gli Stati Uniti nonché per qualsiasi forza armata di terra. Questo però dice molto in realtà anche del perché le armi chimiche sono considerate così letali e pericolose, e quindi diverse dalle altre.

– Hanno un impatto indiscriminato e poco controllabile: possono diffondersi nell’atmosfera e ricadere successivamente sia su chi le ha utilizzate sia sulla popolazione civile. Al contrario delle armi convenzionali, dell’artiglieria, l’uso di armi chimiche può avere gravi conseguenze anche nel medio e nel lungo periodo.

Sono armi particolarmente sleali: colpiscono «bersagli indiscriminati», spesso civili, provocano morti dolorose oppure lasciano pesanti conseguenze fisiche sui corpi dei sopravvissuti, non forniscono a chi è colpito la possibilità di difendersi o mettersi al riparo.

Possono essere utilizzate da gruppi terroristici anche molto piccoli, spesso non servono nemmeno grandi risorse per produrle. Per questo motivo, secondo l’ex senatore americano Richard G. Luger, «le armi chimiche possono essere considerate la più grande minaccia a una nazione, più di un governo nemico, più di un’intera nazione nemica». Servono invece enormi risorse per smaltirle e dissolverle, altra ragione che le fa giudicare estremamente pericolose.

– Incoraggiano le forze militari a prendersela coi civili: con questo tipo di armi un esercito trova molto più semplice uccidere un numero elevato di civili, come azione di guerra, piuttosto che affrontare un esercito bene organizzato in campo aperto.

– Lo sforzo fatto per vietarne l’utilizzo è stato un buon esempio di cooperazione internazionale: negli anni Ottanta ci fu una grande mobilitazione per abolire l’uso delle cosiddette mine anti-uomo, e secondo il Washington Post l’obiettivo fu raggiunto perché – in parte – molti funzionari e diplomatici erano convinti che esisteva un precedente protocollo che aveva funzionato (quello di Ginevra, pur con le note eccezioni di regimi dittatoriali).

Le campagne simili
L’idea di mettere al bando un tipo di arma perché più letale e pericolosa delle altre, perché uccide con più facilità e maggiore crudeltà, non ha riguardato solo le armi chimiche. Negli anni molte grandi campagne di opinione, soprattutto pacifiste e antimilitariste, hanno chiesto – e in certi casi ottenuto – la messa al mando di vari tipi di armamenti proprio sulla base di questo principio.

Le mine antiuomo, un tipo di bomba che viene sotterrata ed esplode quando una persona ci cammina sopra, nel secondo dopoguerra furono largamente utilizzate in Mozambico, Afghanistan, Angola, Cecenia, Kurdistan e ex Iugoslavia, fra gli altri paesi. Sono considerate anch’esse armi “sleali” in quanto molto spesso finiscono per colpire civili e possono restare inesplose per anni (il 14 agosto di quest’anno sono morte sei persone in Cambogia, per via di una mina anti-uomo inesplosa). Nel 1997, dopo molti anni di manifestazioni e proteste in favore del divieto del loro uso, fu stipulato il “Trattato di Ottawa“, che ne proibisce la produzione, lo stoccaggio e l’utilizzo: 36 stati dell’ONU però non hanno firmato il trattato, fra cui gli Stati Uniti (non vuol dire che le usino). Al 2011, 87 paesi fra i 158 aderenti hanno completato la distruzione delle mine presenti nel proprio arsenale.

Le bombe a grappolo sono un altro particolare tipo di arma utilizzato nei bombardamenti aerei, nel quale una grossa bomba contiene molte “sottomunizioni” secondarie che spesso colpiscono civili oppure vengono parzialmente interrate. Sono state utilizzate in molti conflitti recenti, fra i quali quelli in Iraq, Afghanistan, ex Jugoslavia, Libano, Georgia, Libia. Il 30 maggio del 2008 venne firmata a Dublino la Convenzione contro le bombe a grappolo: anche in questo caso, la Convenzione ne vieta l’uso, la produzione e lo stoccaggio. Per il momento, 107 paesi hanno firmato la Convenzione e 76 l’hanno ratificata. Anche in questo caso grosse potenze militari come Stati Uniti, Russia, Israele e India non hanno firmato la Convenzione (come sopra, non vuol dire che le usino).

foto: Fred Morley/Fox Photos/Hulton Archive/Getty Images

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