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  • giovedì 12 settembre 2013

Il “caso dell’ombrello bulgaro” è stato chiuso

Le indagini su uno dei più famosi omicidi compiuti durante la Guerra fredda sono finite (male)

Mercoledì 11 settembre in Bulgaria è stata annunciata la chiusura delle indagini su uno dei più noti omicidi compiuti durante la Guerra fredda: quello del giornalista bulgaro Georgy Markov, assassinato a Londra nel settembre del 1978 con una minuscola pallottola avvelenata sparata probabilmente dalla punta di un ombrello. La portavoce della procura Rumiana Arnaudova ha spiegato infatti che sono scaduti i termini legali per poter procedere con l’inchiesta: «L’indagine è stata avviata 35 anni fa, che è il periodo massimo previsto. Per andare oltre i termini abbiamo bisogno di un mandato di arresto o di un’accusa. Al momento non ce ne sono».

Georgi Markov era un giornalista bulgaro molto critico del regime comunista di Todor Živkov, che nel 1969 scappò prima in Italia e poi a Londra dove lavorò per BBC e Radio Free Europe. Il 7 settembre del 1978, a Londra, Markov stava aspettando un autobus vicino al Waterloo Bridge per andare alla sede dei servizi esteri di BBC. Un uomo alle sue spalle lasciò cadere un ombrello contro di lui, chiedendo “scusa”, prima di allontanarsi dall’altra parte della strada e prendere un taxi. Una volta arrivato in ufficio Markov avvertì vampate di calore e giramenti di testa. Tornò a casa, la sera la febbre era salita e aveva dolore alla gamba colpita. La moglie decise di portarlo in ospedale. I medici sospettarono l’avvelenamento: Markov – che aveva già ricevuto diverse minacce di morte da parte della Durzhavna Sigurnost (DS), i servizi segreti bulgari a quel tempo alleati del KGB sovietico – parlò dell’episodio dell’ombrello e del bruciore che aveva sentito. Morì per un blocco cardiaco quattro giorni dopo, l’11 settembre del 1978.

L’autopsia permise di scoprire nel corpo di Markov una micro capsula del diametro di 1,7 millimetri composta per il 90 per cento di platino e il 10 per cento di iridio. Sulla sfera erano presenti due fori rivestiti di una sostanza che si sarebbe sciolta alla temperatura di 37 gradi, quella del corpo umano, e che contenevano ricina, un veleno in grado di causare la morte cellulare e per il quale non si conosceva un antidoto efficace. Il proiettile era probabilmente nascosto in un meccanismo sulla punta dell’ombrello citato da Markov stesso. Sulla stampa l’episodio divenne celebre come “il caso dell’ombrello bulgaro”.

Due settimane dopo la morte di Markov accadde una cosa simile. Nella metropolitana di Parigi un altro dissidente bulgaro, Vladimir Kostov, avvertì una puntura alla schiena: indossava abiti pesanti che impedirono una penetrazione profonda della capsula e così la sostanza che sigillava la capsula non si sciolse. Kostov, letto quanto era accaduto a Markov, andò subito in ospedale, la capsula fu rimossa e lui si salvò.

Inizialmente le indagini portarono a chiarire come era avvenuto l’omicidio ma non a chi lo avesse commesso. Dopo la crisi del regime comunista in Bulgaria furono aperti, almeno in parte, gli archivi segreti della DS. Le indagini arrivarono a una svolta e portarono allora all’individuazione di un possibile sospetto: Francesco Gullino, commerciante d’arte di origine italiana con passaporto danese che nel 1993 fu interrogato a Copenaghen dalla polizia britannica e da quella danese, ammettendo la sua attività di spia – il suo nome in codice era “Piccadilly” – ma negando ogni coinvolgimento nell’omicidio di Markov e nell’attentato a Kostov. Gullino dopo sei ore di interrogatorio fu rilasciato e lasciò la Danimarca: la polizia non aprì un procedimento a suo carico perché i fatti di cui era sospettato erano avvenuti all’estero.

Nel 2008 il giornalista investigativo Hristo Hristov, del quotidiano bulgaro Dnevnik, pubblicò un’inchiesta nel libro “La doppia vita dell’agente Piccadilly” basata su nuovi 97 documenti degli archivi della polizia segreta bulgara: dai file risultava che Gullino, che all’epoca aveva 24 anni, fu addestrato e pagato dai bulgari, ma che a fornire l’arma fu il KGB. Risulta che alcuni mesi prima dell’omicidio due dirigenti dei servizi bulgari visitarono la sede del KGB a Mosca e che discussero di «specifiche operazioni comuni» da portare avanti contro gli «emigrati ostili». Risulta anche che a occuparsi di questi casi venne chiamato un elemento di «estrema affidabilità»: «Gullino è disciplinato, diligente, diretto, dotato di una mente pratica e veloce, è coraggioso, cede facilmente all’influenza del suo interlocutore ed è suscettibile al denaro».

Nel 2008 il caso in Bulgaria stava per essere archiviato, ma dopo la pubblicazione dell’inchiesta di Hristo Hristov, il direttore dell’agenzia investigativa nazionale, Boiko Naydenov, decise di prolungarla. Almeno fino a ieri. Le autorità britanniche, invece, hanno dichiarato che le indagini sull’omicidio del giornalista andranno avanti. L’omicidio di Markov è stato raccontato nel film francese Le coup de parapluie, del 2006.

Foto: la capsula ritrovata nel corpo di Georgi Markov, 30 settembre 1978 (AP Photo/Marty Lederhandler)

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