Il governo del fare altro

Se si dimette Alfano finiscono il governo Letta e l'alleanza PD-PdL: bambine kazake, petrolio, o democrazie negate non c'entrano niente

Ci sono due modi di valutare gli interventi del Ministro dell’Interno Alfano alla Camera e al Senato sul disastro combinato dalle autorità italiane nell’espulsione in Kazakistan di Alma Shalabayeva.
Uno è basato su criteri di logica elementare, buonsenso e bene comune. E dice che un Ministro dell’Interno – ruolo importantissimo per delicatezza nel gestire la sicurezza di tutti – che non sappia dare risposte su molto di quanto è accaduto, che ne dia di carenti o quasi comiche (come quella che rimette all’ambasciata kazaka la responsabilità delle informazioni ottenute sulla famiglia Ablyazov), e che dica essere stato ignaro di una catena di decisioni su una questione di questa dimensione, è – se non gravemente colpevole – di certo completamente inadeguato al ruolo. E quindi da sostituire, con cortese gratitudine per la disponibilità e la sincerità nell’esposizione delle proprie mancanze.

Ancora di più colpevole e/o inadeguato se si ricorda che le indagini e le ricostruzioni che è stato costretto ad offrire in questi giorni, non le ha condotte o esposte subito dopo che il guaio era avvenuto, ma solo dopo una precipitazione di contestazioni giornalistiche (arrivate anch’esse un po’ in ritardo, va detto, e su spinta di un quotidiano britannico). Alfano non ha detto a nessuno, nei giorni successivi all’irruzione militare e all’espulsione, “è successa una cosa irrituale, che solleva diverse questioni e ha conseguenze gravi e ci costringe ad affrontarla e correggerla, io ne ero ignaro”. Ha taciuto, ha saputo e taciuto, e ha sperato che passasse liscia.

Ci si dimette, quindi, secondo questi criteri. E ci si dimette anche da Ministro degli Esteri, dobbiamo dirlo di persona che stimiamo molto, per meno gravi ma simili ragioni di silenzio e indifferenza. E se si è il capo del governo si impongono al proprio ministro le dimissioni, come si è dimostrato di saper fare in altri casi, e meno gravi.

(La relazione del capo della polizia sull’espulsione di Alma Shalabayeva)

Poi c’è un’altra lettura, basata su criteri più realistici e deludenti. E dice che quello che avverrà prescinde completamente dai fatti, dal Kazakistan, dall’azione militare di polizia, dalla bambina, dalla democrazia internazionale, e persino dall’Eni e dagli interessi energetici dell’Italia. Quello che avverrà dipende invece dal fatto che Alfano è il più rilevante e rappresentativo garante del PdL in un’alleanza di governo fragilissima; è il segretario di uno dei due partiti nemici alleati nel secondo ruolo per importanza nel governo; è il segnaposto del PdL alla tavola di questa alleanza; è il leale complice di Letta nel suo faticosissimo tentativo di farcela, e la lealtà è ricambiata. Senza Alfano, anzi con le sue dimissioni e plateale ammissione di sconfitta, il PdL prende uno schiaffo che lévati, non esiste più il governo Letta e non esiste più l’alleanza PD-PdL.

A dimostrare che è questo che conta ci sono due spettacolari pesi e due spettacolari misure. Quando un ministro laterale di nessun rilievo politico e nessuna forza contrattuale, matricola nel suo partito, come Josefa Idem si è trovata in una situazione di precedente contraddizione privata col suo ruolo che suggeriva le sue dimissioni, Letta si è dedicato immediatamente a ottenerle, da responsabile capo della squadra di governo. Ora che una contraddizione molto più grossa, immanente, politica, preoccupante, riguarda un ministro con la mano sul manico del coltello, Letta non sembra intenzionato a far valere la stessa severità.
E come potrebbe?

La conclusione è che se il governo Letta supera questo disastro – con implicazioni gravissime per le sorti di alcune persone innocenti e per la credibilità o quel che ne resta dell’Italia – questa sarà una dimostrazione della solidità di questa alleanza di governo, e del fatto che solo diverse dinamiche interne ai due partiti che la sostengono potrà metterla in discussione: non fatti, non errori, non risultati, non fallimenti, non “il fare”. Se invece Alfano dovesse accettare quel che è giusto e dimettersi, sarebbe la fine del governo Letta e dei suoi zoppicanti presupposti: e c’è da chiedersi se non sarebbe cosa buona e giusta, se questi sono i suoi risultati.

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