Le lettere spiate di Mazzini

Cioè il primo caso in cui un governo fu chiamato a rispondere di programmi di controllo sulle comunicazioni private, nella Londra di metà Ottocento

di Francesco Buscemi – @ilbuscemi

Nell’estate e nell’autunno del 1844 a Londra si imbucavano strane buste. Erano in tutto uguali alla corrispondenza ordinaria, tranne che per alcune scritte attorno al sigillo di ceralacca che serviva a tenerle chiuse: Keep off (“tenersi alla larga”), Nothing particular inside (“niente di particolare all’interno”), Not to be Grahamed (“non grahammizzare“). Perfino Charles Dickens scriveva qualcosa di simile attorno al sigillo delle sue lettere: It is particularly requested that if Sir James Graham should open this, he will not trouble himself to seal it again (“Qualora Sir James Graham l’aprisse, si richiede espressamente che non si disturbi a sigillarla di nuovo”). Molti librai cominciarono addirittura a vendere buste a forma di lucchetto e con la scritta Not to be Grahamed in bella vista.

La storia di questa popolarità di Sir James Graham incrocia il soggiorno londinese di uno dei rivoluzionari italiani più ricercati del tempo, Giuseppe Mazzini – inseguito dalle polizie di molti paesi d’Europa ed esule politico in Inghilterra a più riprese a partire dal 1837. Ed è un affascinante precedente delle questioni di cui i giornali di tutto il mondo stanno parlando in questi giorni: la possibilità per i governi di controllare le comunicazioni dei loro cittadini in cerca di minacce possibili alla sicurezza; il diritto alla privacy o alla segretezza; l’uso legittimo o meno di queste informazioni carpite. Per questo motivo la giornalista americana Jill Lepore ha dedicato a questa storia parte di un articolo sul New Yorker a commento dello scandalo NSA, in cui l’affaire Mazzini è presentato come il primo attacco moderno alle tecniche segrete del potere politico.

Tutto cominciò con una lettera dell’ambasciatore austriaco a Londra, il barone Philipp von Neumann, al suddetto Sir James Graham, che era Segretario di Stato agli Affari interni e quindi responsabile del sistema di spionaggio britannico: il governo austriaco aveva preso contatti con un delatore della cerchia di Mazzini, disposto a rivelare i piani di un grande attentato orchestrato da Mazzini per la primavera in cambio di una lauta somma di denaro e del permesso per rientrare a vivere in Italia da moglie e figli.

L’ambasciatore Neumann non scriveva soltanto per allertare il governo inglese, ma chiedeva informazioni precise per sgominare la banda di emigrati italiani a Londra, descritti come una minaccia costante agli interessi austriaci e alla pace in Europa (la Lombardia e il Veneto erano allora parte dell’Impero austriaco con il nome di Regno Lombardo-Veneto). In particolare, si chiedeva di pedinare l’informatore degli austriaci per arrivare a Mazzini. Graham accettò di collaborare, senza però concordare le sue decisioni con il resto del governo.

Dopo qualche mese, e molti solleciti, Graham poté finalmente comunicare di aver trovato l’indirizzo di Mazzini, che viveva senza nascondere la propria identità in una zona piuttosto rispettabile: 47, Devonshire Street, Queens Square. L’ambasciatore espresse soddisfazione, ma incalzò il ministro con un’ulteriore richiesta: l’Austria aveva bisogno di sapere dove e quando Mazzini avesse intenzione di sbarcare sul continente per organizzare un’altra delle sue imprese rivoluzionarie. A quel punto, il 1° marzo 1844, Graham prese un’ulteriore iniziativa: emise un mandato segreto per l’intercettazione, l’apertura e la copiatura delle lettere indirizzate a Giuseppe Mazzini.

Non era certo la prima volta che un ministro inglese autorizzava il controllo e l’apertura della corrispondenza di qualcuno. L’apertura delle lettere era uno strumento di controllo poliziesco e governativo piuttosto ordinario. In passato, lo stesso Graham aveva autorizzato analoghe misure contro militanti del cartismo, un movimento politico radicale che in quegli anni chiedeva riforme sociali e democratiche. Ciò che rendeva più ardito l’uso di questa misura adesso era che il mandante dell’operazione fosse di fatto un ambasciatore straniero, e soprattutto il fatto che Mazzini non costituisse un rischio per la sicurezza interna britannica.

Gli uomini di Graham iniziarono a sottrarre la corrispondenza del fondatore della Giovine Italia dai sacchi della posta. La portavano in una stanza interna dell’ufficio postale, l’aprivano, ne copiavano il contenuto e la rispedivano a Mazzini, in modo che questi non si insospettisse. Graham cominciò così a ricevere sulla sua scrivania il testo delle lettere a Mazzini e a trasmetterle all’ambasciatore austriaco. Le cose andarono così per tutto marzo e la maggior parte di aprile 1844, senza nessuna scoperta sensazionale.

Il 20 aprile, però, Neumann poté prendersi la soddisfazione di comunicare a Metternich, il potente cancelliere austriaco, il primo importante risultato dell’operazione: Emilio Bandiera aveva scritto a Mazzini mettendosi al servizio della Giovine Italia. Era l’informazione che l’Austria aspettava: insieme al fratello Attilio, Bandiera aveva disertato la marina austriaca e si era installato a Corfù. Gli Austriaci sospettavano un loro sbarco nel Sud Italia e volevano bruciarlo sul tempo. La corrispondenza dei fratelli Bandiera con Mazzini era imprudente: conteneva nomi, informazioni precise e soprattutto l’invito a unirsi alla spedizione una volta raggiunta l’Italia meridionale.

Proprio allora, però, Mazzini cominciò a sospettare qualcosa. Se ne accorse per caso un suo amico e discepolo. Mazzini gli aveva passato una lettera che aveva ricevuto, ma questi la dimenticò per qualche giorno nella tasca del cappotto. Quando la ritrovò, si accorse che il timbro di cera si era curiosamente staccato in due parti esatte. In effetti, la polizia incideva il sigillo delicatamente e lo rimetteva a posto fondendo una piccola parte di cera nel mezzo delle due parti. Oppure copiava direttamente il sigillo e procedeva a una fusione sopra quella antica.

Informato della cosa, Mazzini cominciò a fare dei test. Si fece inviare delle lettere con semi o minuscoli grani dentro le buste e vide che all’arrivo al suo indirizzo queste non li contenevano. Oppure faceva mettere il sigillo sopra un capello, per verificare che non venisse alterato. Infine, davanti a due testimoni, spedì al suo indirizzo due lettere: una indirizzata a suo nome, l’altra a un conoscente. La lettera destinata a se stesso arrivò con diverse ore di ritardo rispetto all’altra.

Mazzini denunciò i suoi sospetti e l’ambiente della Londra radicale si mobilitò. Il 14 giugno il deputato Thomas Duncombe intervenne in una durissima interpellanza parlamentare alla Camera dei Comuni contro il ministro Graham. Duncombe presentava una petizione in nome di Mazzini e altri attivisti in cui si denunciava la pratica dell’apertura delle lettere come “ripugnante per ogni principio della Costituzione britannica, e sovversiva della fiducia pubblica, che era così essenziale in una comunità commerciale”. La mozione di Duncombe che chiedeva un’inchiesta per verificare le accuse fu respinta, ma a questo punto l’affaire Mazzini era già scoppiato su tutti i giornali inglesi.

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