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  • martedì 25 Giugno 2013

Intanto, in Brasile

Le proteste continuano e iniziano a mettere in crisi il governo di Dilma Rousseff, le cui azioni finora sono state inefficaci: e l'anno prossimo si vota

Durante le manifestazioni di lunedì, in Brasile, due donne che con altri 400 manifestanti stavano cercando di bloccare una strada a Cristalina, vicino a Brasilia, sono state travolte da un’auto e sono morte prima dell’arrivo dei soccorsi. Sono la terza e la quarta persona morta dall’inizio delle proteste che ormai da due settimane si sono diffuse e sono cresciute in tutto il paese, e che stanno generando una crisi politica che rischia di pesare molto alle elezioni presidenziali dell’anno prossimo.

Contro le tariffe, contro il potere
Le ragioni delle contestazioni sono molto complesse: si protesta contro l’aumento delle tariffe dei trasporti pubblici, che però negli ultimi giorni nove città hanno ritirato. Si protesta contro le alte spese sostenute per l’organizzazione degli eventi sportivi che il Brasile sta ospitando e ospiterà nei prossimi anni: la Confederations Cup 2013, i Mondiali di calcio 2014, le Olimpiadi 2016, con grandi cortei e scontri fuori dagli stadi. Ma c’è, più in generale, anche molta insofferenza per la grande corruzione diffusa nel paese, che ha contribuito a rallentare la crescita economica degli ultimi anni. E da qualche giorno sono proprio i luoghi della rappresentanza del potere ad essere presi di mira dai manifestanti, sedi dei palazzi governativi, municipi e ministeri. Da quattro giorni, per esempio, ci sono attivisti accampati davanti alla casa del governatore dello stato di Rio de Janeiro, Sergio Cabrala.

Anche il modo di raccontare le proteste è cambiato. Inizialmente i mezzi di informazione locali riportavano soprattutto le notizie delle violenze e dei saccheggi, ma ora anche giornali e televisioni vicini al governo hanno cominciato a considerare in modo più analitico le ragioni delle manifestazioni. Il giornalista Valdo Cruz, per esempio, in un editoriale del quotidiano Folha de Sao Paulo, considerato vicino alla destra brasiliana, ha scritto che «una grande porzione della società ha trovato la chiave per mettere in crisi i detentori del potere. La forza della mobilitazione sociale organizzata atraverso internet e i social network, sta mettendo in scacco i gruppi di potere che hanno dominato fino ad ora». Se le responsabilità dell’attuale situazione sono condivise sia dal governo che dall’opposizione, la figura che subirà maggiormente le conseguenze della rivolta sarà con ogni probabilità la presidentessa Dilma Rousseff.

La presidentessa Rousseff
Nonostante una popolarità che rimane alta, la rielezione di Dilma Rousseff alla presidenza del Brasile l’anno prossimo non sembra più essere così sicura. All’interno del partito di cui fa parte, il Partito dei Lavoratori (PT), sta ricevendo molte critiche da parte della corrente “lulista”, di chi cioè non ha mai accettato la sua scelta come successore di Lula e chiede il ritorno del vecchio presidente.

Dilma Rousseff è un’ ex guerrigliera che ha combattuto contro la dittatura tra gli anni Sessanta e Settanta. Dopo la sua elezione, complice una grande crescita economica, il Brasile ha accompagnato la sua trasformazione in una grande potenza con una serie di importanti iniziative a livello mondiale: la Conferenza dell’Onu sull’ambiente “Rio+20” nel 2012, il Mondiale di calcio nel 2014, i Giochi olimpici nel 2016, la nomina di José Graziano da Silva a direttore generale dell’Organizzazione per l’agricoltura e l’alimentazione (FAO) nel 2012 e quella di Roberto Azevedo a direttore generale dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) a partire dal 2013. Sul fronte interno Rousseff ha perseguito una politica aggressiva di sfruttamento delle risorse naturali, incrementando per esempio l’agricoltura industriale.

L’azione della presidentessa durante le ultime proteste sembra essere stata per il momento inefficace. A pochi giorni dall’inizio delle rivolte Rousseff aveva sottovalutato la situazione dicendo che si trattava solo di una “protesta studentesca”, ma la scorsa settimana, di fronte all’aumento della partecipazione e delle violenze, ha deciso di intervenire personalmente con un discorso televisivo a reti unificate.

Nella notte tra venerdì e sabato Rousseff ha parlato per dieci minuti a reti unificate usando toni concilianti e spiegando di voler parlare con gli organizzatori delle manifestazioni, per cercare di trovare una mediazione con le loro richieste: «Il governo ha il dovere di ascoltare le rivendicazioni della gente, che in questo modo ha mostrato la forza della nostra democrazia. Siamo dalla loro parte, ma bisogna porre fine alla violenza. Mi auguro che gli ideali rappresentati in questi giorni nelle strade delle nostre città servano ad accelerare il processo di giustizia sociale di questo governo».

Nello specifico, Rousseff ha annunciato l’attuazione di un patto nazionale per il miglioramento del sistema sanitario, di quello educativo e dei trasporti pubblici. Ha promesso una serie di riforme sull’utilizzo dei fondi che vanno allo Stato per lo sfruttamento di risorse naturali che, ha detto Dilma Rousseff, saranno investiti in programmi di istruzione. E ha detto che i 3 miliardi di dollari prelevati dalle casse dello Stato per costruire gli stadi verranno «totalmente finanziati da investimenti dei privati».

Ieri Dilma Rousseff ha incontrato i leader del movimento Passe Livre, che ha coordinato le manifestazioni di piazza, e i governatori e sindaci delle capitali per discutere con loro di come migliorare i servizi pubblici. Ha anche annunciato un referendum popolare per convocare un’assemblea costituente che realizzi una riforma politica del paese, che gli analisti dicono di difficile attuazione e che richiederà comunque almeno qualche anno.

Finora, insomma, niente di immediatamente concreto. Nei suoi discorsi pubblici, inoltre, Rousseff, non ha affrontato alcune questioni che stanno al centro delle rivendicazioni: l’abolizione del cosiddetto “Pec 37”, un emendamento che prevede il trasferimento del potere di condurre indagini dalla magistratura alla polizia e che, se fosse approvato, otterrebbe secondo i manifestanti l’effetto di rendere più difficile l’azione penale nei confronti dei politici corrotti. E non ha fatto alcun riferimento al ritiro della proposta presentata dalla Commissione parlamentare sui Diritti Umani per “curare” l’orientamento sessuale. Rousseff non ha nemmeno parlato della repressione delle forze dell’ordine, avendo invece deciso di inviare le forze speciali della polizia nelle sei città che ospitano la Confederations Cup.

Foto: Dilma Rousseff (PEDRO LADEIRA/AFP/Getty Images)