Perché in Italia ci sono più disoccupati

In Germania e Stati Uniti, spiega Dario Di Vico, c'è più part-time e meno sindacalizzazione

Il governo di Enrico Letta si appresta a discutere delle modifiche da introdurre alla riforma del lavoro varata dal precedente governo Monti, anche alla luce del tasso di disoccupazione che in Italia raggiunge l’11,5 per cento. Dario Di Vico analizza sul Corriere della Sera le debolezze del mercato del lavoro italiano, comparandolo con i dati incoraggianti sulla disoccupazione che stanno arrivando in questi giorni da Germania e Stati Uniti. Le ragioni di questo gap, scrive Di Vico, sono diverse: tra le altre, un sistema “strutturalmente” arretrato che non permette una transazione fluida scuola-lavoro e costringe a un basso tasso di occupazione femminile, e una scarsa diffusione del lavoro part-time, oltre che una minore sindacalizzazione.

Il dibattito sulle politiche del lavoro è concentrato sulle modifiche da introdurre, in piena corsa, alla riforma del lavoro varata dal governo Monti. Ma intanto i dati che in questi giorni arrivano dalla Germania e dagli Stati Uniti invitano ad alzare lo sguardo e a operare una riflessione più “lunga”. A Berlino parlano esplicitamente di «piena occupazione» e ne hanno ben donde visto che la disoccupazione è arrivata ai minimi storici dagli anni Novanta. In America i recentissimi dati sulla creazione di nuovi posti di lavoro sono andati al di là delle previsioni e hanno portato la disoccupazione yankee a scendere al 7,5%, anche in questo caso ai livelli minimi dal dicembre 2008. L’Eurozona, presa nel suo insieme, fa purtroppo da contraltare a questi buoni risultati e resta inchiodata a un tasso di disoccupazione del 12,1%, superiore di qualche decimale anche a quello italiano, già di per sé tutt’altro che incoraggiante (11,5%).

È chiaro che al di là dei dati statistici si stanno comparando mercati del lavoro assai diversi tra loro. Prendiamo, ad esempio, la differente diffusione di working poors , di lavoratori poveri, sotto-pagati e sotto-inquadrati. Un caso su tutti: ben 7 milioni di tedeschi hanno un mini-job da 400 euro al mese. Ma anche l’utilizzo del part time fa salire le statistiche perché un mezzo lavoro vale comunque come una persona occupata. A prescindere dalla crisi e dal differente impatto che ha avuto sul Pil dei tre Paesi di cui stiamo parlando (Germania, Usa e Italia) vale la pena in questa sede ricordare come il nostro sistema sia “strutturalmente” arretrato, perché ha una transizione scuola-lavoro che definire farraginosa è un complimento, ha tuttora un basso tasso di occupazione femminile e, per l’appunto, una scarsa diffusione del lavoro part time. La sostanza, dunque, non cambia: abbiamo pagato i cinque anni di crisi con quattro punti di peggioramento della disoccupazione ed evidentemente i segni di ripresa che si ravvisano nell’economia americana in Italia non si intravedono nemmeno.

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