La storia di Rearviewmirror

Irene Alison racconta la rivista quadrimestrale di fotografia che dirige, media partner del festival di Cortona

di Irene Alison

Irene Alison è giornalista e scrittrice. Dirige la rivista Rearviewmirror, scrive per diversi giornali e nel 2012 ha pubblicato un libro, My Generation, 10 autori under 40 della fotografia documentaria italiana. Rearviewmirror è media partner del festival di fotografia Cortona On the Move: Alison sarà presente al festival come lettrice portfolio.

Era poco più di tre anni fa, quando, nell’autunno 2009 – in una stagione di drammatica contrazione del mercato editoriale, in cui fondare una rivista cartacea sembrava un’impresa di spericolata ingenuità – il primo numero di Rearviewmirror andava in stampa. Dall’azzardo di un editore coraggioso, Claudio Corrivetti, e dalle energie di un gruppo di persone con formazioni e vocazioni differenti – tutte amanti della narrazione per immagini – nasceva, con l’ambizione di diventare un territorio in cui la fotografia fosse pubblicata e analizzata con un respiro, un approfondimento e uno spazio diverso da quello riservatole dai magazine generalisti, una nuova rivista. Un luogo nostro, in cui immaginare la relazione tra fotografia e carta stampata in un modo nuovo.

Appena nati, avevamo le idee molto chiare: pubblichiamo fotografia documentaria. Ma poi, come sempre accade quando si cresce, abbiamo cominciato a farci attraversare dal dubbio: dove finisce il confine della documentazione e inizia quello della creazione nell’Era Photoshop? Dove corre la linea di demarcazione tra un fotografo e un artista che usa la fotografia come strumento? Cosa può definirsi fotografia e cosa no ai tempi di Facebook, quando il privato fotografico diventa pubblico e pubblicato? Come si autodetermina una fotografia libera (e orfana) dalla committenza dei giornali? Di uscita in uscita, abbiamo imparato il valore dell’incertezza, e la sostanza e i confini della nostra ricerca sono cambiati nel tempo, generando un magazine con un’identità fluida: che sa quello che vuole, ma che è aperto a stupirsi. Un magazine che pone delle domande, più che dare delle risposte. E proprio una domanda, che rivolgiamo ai lettori, a noi stessi e ai fotografi, è il nostro tema, la traccia che unisce i progetti fotografici pubblicati, ideali risposte al nostro interrogativo.

Oggi, arrivati al decimo numero (che esce il 22 aprile, ndr), e maturata l’intuizione che, in fotografia, le questioni aperte contano più delle sentenze univoche, abbiamo ancora l’ansia di interrogarci. In un’era dove non esiste più nessun non visto da guardare, la messa in scena è l’unico confine che resta da esplorare con l’obbiettivo? Nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, cosa distingue l’opera d’arte dalla copia? E cosa la realtà dalla sua rappresentazione? C’è ancora qualche certezza cui aggrapparci per distinguere il falso dal vero, la documentazione dalla mistificazione, il volto dalla maschera? Per questo abbiamo scelto True or Fake? come tema di RVM#10, come impronta che segna la nuova uscita della rivista. Ma non solo. Lungo questa traccia, ce ne rendiamo conto oggi guardandoci indietro, ci siamo mossi, in tre anni di avventura editoriale, nell’esplorare la fotografia come rappresentazione culturale del reale, capace di fondare sorprendenti realtà altre. Come mezzo per costruire dichiaratamente illusioni. Come strumento per indagare ambiguità identitarie, organismi artificiali, paesaggi sintetici e mondi virtuali. E questa traccia, crediamo, non è solo nostra: il punto interrogativo di True or Fake? intercetta il confine (sempre più evanescente) tra fotografia straight e fotografia staged e il dibattito che, negli ultimi anni, ha sempre più ampliato i margini di ciò che si considera fotografia documentaria. È per questo che, dopo dieci numeri che hanno segnato per noi dieci momenti di riflessione sui cambiamenti del linguaggio per immagini, ci sembra giusto proporre autori che hanno saputo trovare un illuminato e sorprendente equilibrio tra vero e falso, tra presunta verità e spregiudicata re-invenzione.

Cos’è allora oggi, a tre anni dalla sua nascita, RVM? È un quadrimestrale di fotografia documentaria narrativamente orientata. Una rivista-libro che, fin dal formato, invita a una fruizione intima, attenta. Un magazine che, pur restando fieramente di carta (perché ci piace la dimensione tattile della fotografia) cerca, attraverso sito e blog, un’interazione con il web. Ancora, RVM è un photomagazine che prova ad accompagnare i lettori in una riflessione sulle nuove forme della fotografia: per questo abbiamo creato iRVM, sezione che esamina – nella consapevolezza che la storia della fotografia è anche la storia di nuove tecnologie e strumenti – le potenzialità autoriali dell’iPhone-photography. Per questo abbiamo lanciato il nostro contest Brand New Talent, dedicato a fotografi che non hanno ancora mai pubblicato il loro lavoro: perché siamo fieri di essere i primi a credere in qualcuno e a dargli uno spazio. Ma se lo sguardo è declinato al futuro, la prospettiva su quanto si muove oggi e su quanto è accaduto ieri è, secondo noi, indispensabile all’approfondimento: continuando a fare perno sulla chiave della domanda, RVM offre una serie di interviste per aprire un confronto con la storia, col mercato e con gli autori più interessanti.

In due parole, apparentemente in conflitto, RVM è un oggetto, cioè una cosa che resta – per essere conservata, collezionata, riguardata – e un progetto, cioè un percorso aperto e in costante evoluzione, una mappa dei mutamenti di un linguaggio in continuo fermento. Questo è quello che, fin qui, abbiamo imparato su noi stessi. Tutto il resto è ancora da scoprire.