Che cos’è il “modello olandese”

Napolitano avrebbe in testa dei precedenti che riguardano i Paesi Bassi, ma sono stati un po' equivocati: non c'entra nessuna "commissione", per esempio

Sabato 30 marzo il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha nominato due commissioni di dieci esperti per formulare delle “proposte programmatiche” utili a favorire la formazione di un futuro governo. La decisione è stata presa dopo che i due giri di consultazioni dei giorni precedenti – uno guidato dal leader della coalizione di centrosinistra, Pier Luigi Bersani, e l’altro dallo stesso Napolitano – non avevano portato a ipotesi di maggioranze realistiche.

Negli ultimi due giorni la stampa italiana ha scritto molto della proposta di Napolitano, sicuramente inusuale, cercando di capirne le ragioni e gli obiettivi. Da subito qualcuno ha citato un precedente “olandese” – i consiglieri di Napolitano vi avevano alluso sabato stesso come a uno scenario nei pensieri del presidente – e questo ha generato una grande confusione nelle ricostruzioni dei giornali di questi giorni: a quanto pare lo stesso Napolitano ha tenuto in conto quel precedente, ma molti hanno equivocato quale fosse. E in effetti le cose olandesi interessanti per l’attuale scenario italiano sono tre, diverse tra loro, ma nessuna di queste tre ha a che fare con commissioni di esperti create ad hoc.

1. “Costruire ponti”, l’accordo del 2012
Quando il partito di destra PVV ritirò la fiducia al governo del primo ministro Mark Rutte, nei Paesi Bassi furono indette nuove elezioni. Il PVV perse molti seggi e ne guadagnarono il partito laburista PvdA e il partito conservatore di Rutte VVD, che poterono così formare un governo di coalizione con una solida maggioranza, a differenza da quello fragile che lo aveva preceduto, con Rutte di nuovo primo ministro. Le consultazioni tra i due partiti per accordarsi sul programma durarono un mese e mezzo e si conclusero con la presentazione di un programma comune chiamato “Costruire ponti”: «riflette la ricerca del meglio di entrambi i mondi». Prima che l’accordo complessivo fosse raggiunto, i due partiti avevano anticipato un’intesa sul bilancio del 2013 che fu votata dal Parlamento, per non ritardarne troppo l’approvazione (era ottobre 2012).

2. Il governo di minoranza del 2010
Le elezioni politiche nei Paesi Bassi del 9 giugno 2010 ebbero come risultato il primo governo di minoranza del paese dalla fine della Seconda guerra mondiale. Il voto produsse un parlamento molto diviso, con ben quattro forze politiche distanziate da soli 10 seggi alla Camera bassa olandese, su 150 deputati previsti. Bisogna tenere conto che la legge elettorale proporzionale olandese non ha mai dato la maggioranza assoluta dei seggi a un solo partito dal 1900, ma le cose nel 2010 furono particolarmente complicate.
Il primo partito fu il Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia (VVD) di Mark Rutte (31 seggi), seguito dal Partito Laburista (PvdA, 30 seggi), dal Partito della Libertà (PVV, 24 seggi), dal’Appello Cristiano Democratico (CDA, 21 seggi), e da altre sei piccole formazioni politiche che ottennero tra tutte i restanti 44 seggi.

Di fatto per ottenere una maggioranza alla Camera Bassa era necessario mettere insieme 76 seggi. La regina Beatrice diede l’incarico di cercare una possibile maggioranza a ben sette successivi informateurs, e le consultazioni durarono quasi quattro mesi. Alla fine fu formato un governo di minoranza da parte del VVD e del CDA, con l’inedita formula di un appoggio esterno da parte del PVV, che riuscì a durare un anno e mezzo, fino a quando il PVV decise di non appoggiare le misure contro la crisi economica.

3. Il ruolo di informateur e formateur
Le procedure delle consultazioni e della formazione del governo nei Paesi Bassi sono codificate dalla Costituzione in misura molto limitata e si rifanno a una tradizione istituzionale. Questa prevedeva fino al 2012 che a seguito delle elezioni la regina desse il mandato di ricercare una possibile maggioranza – che ogni volta necessita di una coalizione, come abbiamo detto – a una personalità politica autorevole, di solito appartenente al partito di maggioranza relativa, ma non soltanto: questo ruolo si chiama informateur. Se l’informateur riportava alla regina di non avere trovato intese possibili durante le sue consultazioni, la regina ne nominava un successivo, e così via. Se invece uno scenario di maggioranza viene trovato, la regina nominava un formateur, ovvero l’incaricato di formare un governo. Questo quadro è stato cambiato dal parlamento nel 2012 solo per quanto riguarda il ruolo della regina: ora è il parlamento stesso l’interlocutore dell’informateur.

A cosa pensa Napolitano
Come abbiamo detto, i riferimenti olandesi nei pensieri e nelle intenzioni di Napolitano sono stati riportati informalmente: dai suoi consiglieri sabato e da alcuni giornalisti esperti e frequenti con le cose del Quirinale, come Marzio Breda che ne scrive sul Corriere di martedì:

Più d’uno ha rievocato, per diverse analogie, il famoso esempio dell’Olanda, dove nell’ottobre 2012 liberali e laburisti firmarono una pragmatica intesa, chiamata «Costruire ponti», per accordarsi su poche misure concrete, necessarie a traghettare il Paese al di là della crisi. Un’iniziativa condivisa tra forze antagoniste, «che però si parlano tra di loro, a differenza di quanto accade in Italia», e che hanno impiegato 44 giorni per raggiungere un’intesa.

Il primo a scriverne era stato però Marco Galluzzo, sempre sul Corriere, riferendo di “un’indicazione” da parte di Scelta Civica per “un governo di larghe intese che nei Paesi Bassi è nato dopo 44 giorni di fittissimi confronti su un programma minimo condiviso dai principali partiti”. Il caso del 2012, insomma (anche se Galluzzo scriveva di “esploratori dei partiti riuniti per alcune settimane”, con definizione equivoca: erano semplicemente i leader dei partiti). Successive ricostruzioni sui giornali hanno invece confuso quel che avvenne nel 2010 con quel che avvenne nel 2012, mescolando le due esperienze. Quel che è certo, a differenza di quanto si è scritto in diversi articoli, è che non fu formata nei Paesi Bassi nessuna commissione di esperti esterni ai partiti, o di ambasciatori o simili, né la regina ebbe straordinari ruoli di soluzione dell’emergenza: sia nel 2010 che nel 2012 le trattative furono tutte interne ai partiti e alle loro leadership. Ma ognuno dei tre casi citati sopra è interessante per l’Italia: quello del 2010 mostra un risultato “bloccato” simile a quello italiano attuale, risolto solo temporaneamente con un governo di minoranza; quello del 2012 mostra la possibile intesa tra i due maggiori partiti di centrosinistra e centrodestra per un governo di coalizione intorno a un programma condiviso e discusso preventivamente; e il modello degli informateurs mostra la possibilità di un ruolo di facilitatori nello sbloccare le distanze tra i partiti che devono formare una coalizione.

foto: AP Photo/Peter Dejong

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