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  • venerdì 22 Marzo 2013

La storia dell’acido al Bolshoi

Il New Yorker ha ricostruito i misteri dietro l'agguato al direttore del teatro russo e i dubbi sulla sua soluzione

di Antonio Russo – @ilmondosommerso

Il 17 gennaio 2013 Sergei Filin, direttore artistico del corpo di ballo del teatro Bolshoi di Mosca, è stato aggredito davanti casa da un uomo che gli ha gettato dell’acido corrosivo sul volto ed è scappato: a due mesi dall’incidente e dopo molti interventi chirurgici, i medici non sanno ancora se Filin recupererà pienamente la vista. Lo scorso 5 marzo la polizia russa ha arrestato tre uomini, tra cui il ballerino Pavel Dmitrichenko, e ha chiuso il caso. David Remnick – direttore del New Yorker ed ex corrispondente a Mosca per il Washington Post – è andato in Russia a parlare con colleghi, amici e nemici di Filin e ha scritto un articolo sull’aria che tira al Bolshoi – leggendaria istituzione culturale russa – da molto prima dell’acido.

La sera dell’aggressione
La sera del 17 gennaio 2013 a Mosca nevicava e al teatro Bolshoi davano Il lago dei cigni. Sergei Filin non ci andò: preferì vedere uno spettacolo al teatro più vicino a casa sua, il Teatro d’Arte di Mosca. Intorno alle undici rientrò a casa, lasciò la macchina nel parcheggio e si avviò a piedi verso l’ingresso del palazzo. Poco dopo sentì qualcuno urlargli alle spalle “tebye privet!” (“ciao a te”), si voltò ed ebbe il tempo di vedere un uomo con un berretto in testa, il volto coperto da una sciarpa e una mano dietro la schiena. Pensò nascondesse una pistola, invece l’uomò tirò fuori un barattolo di vetro pieno di acido solforico e glielo rovesciò in faccia. Non c’era nessun altro intorno, nel complesso residenziale.

Filin sentì subito un bruciore insopportabile su tutto il volto e sul cuoio capelluto – per capirci sull’acido solforico: in laboratorio impone di usare gli occhiali protettivi – e cercò istintivamente sollievo spalmandosi in faccia della neve raccolta alla cieca da terra (una mossa fondamentale che limitò molto i danni, secondo i medici). Filin raggiunse poi l’ingresso di casa e, senza vedere niente, provò invano a inserire il codice elettronico che serve a sbloccare la porta blindata. Cercò allora di arrivare a un altro ingresso, chiamando aiuto, inciampando e rialzandosi continuamente.

Alla fine si salvò ripercorrendo a memoria la strada fino al parcheggio, dove una guardia di sicurezza lo soccorse e chiamò subito sua moglie (Masha Prorvich, ballerina del Bolshoi). È lì che Filin ha capito cosa gli stesse succedendo, prima di svenire dal dolore.

«Non voglio ripensare all’incubo che seguì a tutto questo: la reazione di mia moglie, la reazione dei miei familiari appena mi videro in quelle condizioni. Riuscivo a sentirli urlare e capivo che quello che stava succedendo alla mia faccia doveva essere qualcosa di orribile»

Le rivalità al teatro Bolshoi
Filin è stato per anni un ballerino del Bolshoi e oggi, a 42 anni, è il direttore artistico del balletto (il khudruk). Passa tutto da lui: è lui che sceglie gli spettacoli, li programma e li promuove; è lui che assegna i ruoli, sceglie artisti e insegnanti. La vita di più di duecento ballerini dipende dalle sue scelte, ballerini molto ambiziosi o magari ballerini che hanno soltanto bisogno di soldi e sperano di svoltare con un nuovo ruolo nel corpo di ballo. Nelle settimane precedenti l’aggressione Filin era stato minacciato più volte: intrusione nella sua casella email, messaggi violenti per posta e su Facebook, squarci alle gomme della macchina.

A inizio marzo del 2011 Gennady Yanin, ballerino del Bolshoi negli anni Novanta, sembrava sul punto di succedere al direttore artistico Yuri Burlaka, in scadenza di contratto. Ma il 4 marzo 2011 tutti i teatri, le scuole di danza, i critici del settore e gli agenti – e perfino la figlia di Yanin, di dieci anni – ricevettero una mail anonima con 183 fotografie che ritraevano Yanin in rapporti omosessuali. Yanin si dimise e la sua carriera finì lì. Filin – che intanto era direttore al Teatro “Stanislavsky e Nemirovich-Danchenko” di Mosca – fu chiamato poco dopo. A David Remnick, a proposito dell’aria che si respirava al Bolshoi poco prima dell’aggressione con l’acido, Filin ha detto:

«La tensione stava crescendo molto in fretta, sapevo che presto ci sarebbe stato un incidente, che la storia si sarebbe conclusa come al solito. Pensavo a un ricatto, magari uno scandalo inventato sui media o su internet. Ero pronto a tutto. Ma dato che non avevo ricevuto minacce fisiche, ero pronto a tutto tranne che a quello»

Il direttore generale Anatoly Iksanov
Dopo la fine dell’Unione Sovietica, nel 1991, il Bolshoi perse gran parte dei sussidi statali e soltanto Anatoly Iksanov – direttore generale dal 2000 – riuscì a salvare il teatro, intervenendo sul prezzo dei biglietti e sui salari dei dipendenti, e affidando in parte gli spettacoli a produzioni esterne. Negli ultimi anni Iksanov è riuscito a richiamare l’attenzione del governo sulle difficoltà economiche del Bolshoi puntando soprattutto sulla sensibilità del presidente Dimitri Medvedev – oggi primo ministro – piuttosto che sull’indifferenza di Vladimir Putin (notoriamente più interessato allo sport che alle arti, dice Iksanov).

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