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  • mercoledì 27 Febbraio 2013

Com’è ad Atene

Questi giorni nel paese "che non ha Berlusconi", una cronaca in piano-sequenza di Filippomaria Pontani

di Filippomaria Pontani

Dopo il voto del 24-25 febbraio, l’analogia con la Grecia della scorsa estate appare lampante (ove non bastasse, viene apertamente evocata dalle cancellerie internazionali). Situazione di grave crisi economica (certo più grave della nostra, ma di quanto?), elezioni politiche dominate dallo spauracchio di un movimento radicale (che mette in discussione anzitutto le politiche recessive dell’Europa), delegittimazione progressiva (sulla base degli scandali e di una manifesta incapacità) dei partiti di centrodestra e di centrosinistra, rabbia, risultato elettorale di sostanziale ingovernabilità, paura della necessità di un ritorno al voto in tempi rapidi.

Com’è noto, in Grecia si andò effettivamente a votare una seconda volta dopo poche settimane: la pressione dell’Europa e la demonizzazione di Syriza (il movimento radicale, appunto: di sinistra, ma ben distinto dal Partito Comunista e dall’ala sinistra del Partito Socialista) portarono alla possibilità di formare un debole governo Nea Dimokratìa – Pasok – Dimar (conservatori – socialisti – sinistra democratica), che tra mille inciampi e continue minacce di crisi dura fino ad oggi, e fino ad oggi obbedisce – ché altro, in sostanza, non fa – ai dettami della trojka europea. Non sono in grado di prevedere le tappe future della crisi politica che si è aperta nel nostro Paese, sebbene senta già caldeggiata da molti anche in Italia l’ipotesi di una große Koalition. Poiché però l’esempio greco è lì dinanzi agli occhi (ci hanno preceduto su tutto; e non mette conto ricordare che loro non hanno Berlusconi, che da noi il centrosinistra è comunque il primo partito, che da noi i ristoranti – almeno quelli cinesi – sono ancora pieni, o quasi pieni), propongo all’attenzione dei lettori un reportage da Atene di inizio febbraio, vergato in fretta e furia da un viaggiatore perplesso e a tratti desolato.

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Atene, 3 febbraio 2012 – Ora che Anghelòpulos è nei Campi Elisi ci vorrebbe forse un Sokurov, un interminabile piano-sequenza per cogliere l’intima compenetrazione tra passato e presente in quel che resta di una grande capitale europea. Ricordo, nel ’91, la sensazione di sgomento nel salire in superficie dalla bouche de métro di Potsdamer Platz, all’epoca ancora un grande deserto sterrato punteggiato da timidi abbozzi di cantieri. Oggi che tutto è cambiato, e quella piazza è divenuta l’ombelico della nostra modernità, provate a salire al livello stradale dal tratto di metropolitana più archeologico d’Europa, quello che sbuca a costeggiare l’Acropoli, il Theseion e il Ceramico nella sua dolce corsa verso il Pireo: la fermata “Thissìo” corrisponde al tempio greco meglio conservato, il tempio del dio Efesto dove la tradizione seriore ha voluto riconoscere la tomba dell’eroe fondatore della città, Teseo, quello che vinse il Minotauro e piantò Arianna in N-asso. Ebbene, lo spettacolo che si offre alla vista appena fuori dalla stazione trova confronti solo in certe zone del Cairo o di Bombay: dal lato verso l’Acropoli le voci bercianti di decine e decine di venditori ambulanti d’ogni provenienza (molti parlano greco, ma non poche facce e favelle rimandano piuttosto ai Balcani) che sciorinano su lenzuoli rimediati ogni sorta di mercanzia, anzitutto vecchi stracci spacciati per vestiti (“cinquanta centesimi” urla l’anziana signora col viso segnato dagli anni), poi stivali e ciabatte usate, rasoi, solette (“per tutte le scarpe” millanta un omone corpulento da dentro la sua maleolente giacca in similpelle nera), occhiali da vista e da sole, borsette lise, oggetti vari probabilmente frutto di ricettazione, tutto a prezzi inconcepibilmente bassi: fare concorrenza ai Cinesi richiede un poco d’inventiva, e di sacrificio.

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