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  • martedì 22 Gennaio 2013

In difesa della “cura Monti”

Per Alesina e Giavazzi parlare di inadeguatezza di Mario Monti a governare è "una stupidaggine tale che stupisce che il Financial Times l'abbia pubblicata"

Sul Corriere della Sera di oggi, Alberto Alesina e Francesco Giavazzi criticano l’articolo pubblicato online domenica 20 gennaio (e il giorno successivo sul cartaceo) dal Financial Times contro Mario Monti, accusato di avere alzato le tasse nel suo anno di governo senza avere portato nuova crescita, e di conseguenza non adatto a governare nuovamente l’Italia. I due economisti smontano le critiche di questo tipo che circolano da settimane e il commento scritto da Wolfgang Münchau, cui anche Monti ha risposto, definendo la tesi secondo cui Monti non sarebbe adatto a governare il paese perché sostenitore del rigore fiscale “una stupidaggine tale che stupisce che il Financial Times l’abbia pubblicata”.

Si sta diffondendo una sciocchezza, cioè un’opinione che non ha riscontri nell’evidenza empirica. Il rigore nei conti pubblici sarebbe la ragione per cui la recessione si prolunga e la disoccupazione non scende. Lo ripete da alcuni mesi Stefano Fassina, responsabile economico del Pd («I dati sulla disoccupazione sono conseguenza di politiche di austerità autodistruttive. La crescita e, conseguentemente, l’arresto dell’emorragia di lavoro è impossibile nel quadro vigente di finanza pubblica», 1° giugno 2012). Gli fa eco Silvio Berlusconi («Le politiche di austerità del governo tecnico hanno condotto alla recessione», 13 gennaio 2013). Ne fa cenno persino il Fondo monetario internazionale che raccomanda all’Europa cautela nell’aggiustare i conti pubblici. Lo scrive Wolfgang Münchau sul Financial Times (nell’articolo «Why Monti is not the right man to lead Italy», perché Monti non è l’uomo giusto a guidare l’Italia), che ieri ha paragonato Mario Monti a Heinrich Brüning, l’ultimo cancelliere della Repubblica di Weimar il cui tentativo di riportare in ordine i conti pubblici avrebbe, secondo alcuni, determinato la fine dell’ultimo esperimento democratico prima dell’avvento del nazionalsocialismo.

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