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  • domenica 24 Giugno 2012

I 25 anni di Erasmus

Nel senso del progetto che ha cambiato il rapporto con l'Europa di decine di migliaia di studenti

Sulla Lettura del Corriere della Sera Giuseppe Sarcina riflette sui 25 anni del programma Erasmus: la sua analisi alla fine sembra confermare un’impressione di successo e vera rivoluzione nell’educazione cosmopolita di parte dei giovani europei, più che i “fallimenti” a cui l’articolo e la titolazione allude, ma probabilmente è questione di bicchieri mezzi vuoti o mezzi pieni.

È stato bello viaggiare. È stato bello anche sognare un’Europa senza confini, costruita piano piano da giovani liberi da pregiudizi, intelligenti, istruiti. È stato bello e forse anche ingenuo, 25 anni fa, scommettere sull’energia rivoluzionaria degli studenti universitari. Almeno per cominciare. Nel 1987 l’Europa era in piena fase costituente. Il presidente della Commissione europea era il francese Jacques Delors, un nome che ancora oggi evoca, a torto o a ragione, l’età dell’oro, l’epoca più creativa dell’integrazione europea. Il Parlamento europeo era ancora pervaso dallo spirito federalista di Altiero Spinelli (morto nel maggio 1986). Il presidente dei francesi era FrançoisMitterrand. In Italia: premier Bettino Craxi, ministro degli Esteri Giulio Andreotti. Silvio Berlusconi? «Solo» proprietario di tre canali tv e fresco patron del Milan lanciato all’inseguimento del Napoli di Diego Armando Maradona.

Il primo gennaio del 1986 Spagna e Portogallo avevano aderito a quella che ancora si chiamava Cee, Comunità economica europea. Dodici Paesi e un progetto centrato tutto sulla dimensione economica dei rapporti internazionali, lungo la linea tracciata dai francesi Jean Monnet e Robert Schuman. Un teorema semplice e che aveva dato risultati soddisfacenti: se il contenzioso tra gli Stati nasce da ragioni economiche (che si chiamino carbone, acciaio o prodotti agricoli); ebbene, mettiamo in comune e gestiamo insieme queste risorse e avremo commerci, prosperità e pace assicurati.

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