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  • martedì 12 Giugno 2012

“Tear down this wall!”

La storia e le foto del celebre discorso di Ronald Reagan a Berlino

Alle 14 del 12 giugno 1987 il presidente statunitense Ronald Reagan pronunciò a Berlino, davanti alla Porta di Brandeburgo, un discorso particolarmente famoso. Circa 24 anni dopo il celebre “Ich bin ein Berliner” di John F. Kennedy, rivolgendosi all’allora segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica, Michail Gorbaciov, Reagan pronunciò una frase poi passata alla storia: “Mr. Gorbaciov, tear down this wall!“, e cioè: “Gorbaciov, butti giù questo muro!”.

Quella di Reagan era la seconda visita in cinque anni a Berlino – che nella circostanza festeggiava il 750esimo anno dalla nascita della città – in un momento in cui era salita nuovamente la tensione tra Stati Uniti e Unione Sovietica. C’era un intenso dibattito internazionale riguardo il posizionamento di missili statunitensi a corto raggio in Europa, e la corsa agli armamenti da parte degli Stati Uniti in quegli anni aveva raggiunto livelli record. Ad attendere Reagan davanti alla Porta di Brandenburgo c’erano circa 45mila persone.

Reagan, che era giunto la mattina stessa a Berlino su un aereo partito da Venezia, dove aveva partecipato a un vertice del G7, prese la parola subito dopo un altro discorso, quello del cancelliere della Germania Ovest, Helmut Kohl. La Porta di Brandeburgo venne scelta come luogo simbolico perché si trovava a poca distanza dal muro che divideva Berlino in due. Dietro al palco vennero installate, per la sicurezza di Reagan, delle alte vetrate antiproiettile per evitare gli spari di eventuali cecchini dalla zona est della città.

Quello del 12 giugno 1987 era il 1.279esimo discorso di Reagan da presidente degli Stati Uniti. Reagan affrontò i temi della guerra fredda, del comunismo, degli scambi commerciali, inserì tra una frase e l’altra espressioni come “C’è una sola Berlino”, ricordando che anche lui come molti suoi predecessori aveva “ancora una valigia a Berlino”, parole di una canzone molto nota in Germania cantata, tra gli altri, da Marlene Dietrich.

In quegli anni Gorbaciov stava tentando di aprire il Partito comunista e l’Unione Sovietica ed era impegnato in un complicato e ambizioso programma di riforme e rinnovamento, la cosiddetta perestrojka. A un certo punto, durante il suo discorso, Reagan lo incalzò così:

Accogliamo con favore il cambiamento e l’apertura, perché crediamo che la libertà e la sicurezza vadano di pari passo, che il progresso della libertà umana non può che rafforzare l’obiettivo della pace nel mondo. C’è solo un’ineccepibile azione che i sovietici possono fare, che farebbe progredire notevolmente la libertà e la pace. Segretario generale Gorbaciov, se davvero vuole la pace, se vuole la prosperità per l’Unione Sovietica e per l’Europa orientale, venga qui a questa porta. Gorbaciov, apra questa porta. Gorbaciov, Gorbaciov, butti giù questo muro!

Sia lo staff di Reagan che il Consiglio di sicurezza nazionale e la CIA avevano avuto dei dubbi sulla frase “tear down this wall“, perché secondo loro avrebbe potuto generare controversie e compromettere ulteriormente i rapporti con l’Unione Sovietica. Qualcuno aveva provato a far cambiare idea a Reagan, anche sull’aereo da Venezia a Berlino. Ma l’autore del discorso, il vice speechwriter della Casa Bianca, Peter Robinson, e il suo capo Anthony Dolan si impuntarono su quella frase e convinsero il presidente a mantenerla nel suo discorso (Dolan nel 2009 ha però detto al Wall Street Journal che era stato Reagan stesso a inserire quella frase, contraddicendo, in parte, Robinson).

Il discorso di Reagan, che venne giudicato subito “provocatore” dalle autorità sovietiche, non ebbe inizialmente grande risonanza sulla stampa, soprattutto in quella americana. Come ricorda il direttore di IL, Christian Rocca, in un articolo scritto qualche anno fa per Il Foglio:

Oggi sembra scontato che il presidente americano avesse pronunciato quelle parole, ma allora non era affatto così. Il Muro era solidissimo e nessuno, nemmeno i più falchi ideologi della superiorità occidentale sul modello comunista, pensava seriamente che potesse crollare né da un momento all’altro, né mai. Il New York Times e il Washington Post, il giorno dopo il discorso di Reagan a Berlino, non misero la notizia in prima pagina. Il settimanale Time scrisse che la performance di Reagan era stata buona, anche “se non sufficiente a cancellare l’impressione che stia perdendo l’iniziativa a vantaggio del rivale sovietico”. Henry Kissinger commentò che Mosca non avrebbe mai abbattuto il Muro. Lo stesso consigliere per la sicurezza nazionale di Reagan, Frank Carlucci, disse che la frase era buona, ma che non si sarebbe mai realizzata. L’unico che ogni tanto diceva che prima o poi il Muro sarebbe caduto era Reagan, ma era più una speranza dettata dal suo indomabile ottimismo, dal suo idealismo misto a ingenuità e arroganza da cowboy, che il prodotto di una strategia politica.

Del resto, nel gennaio del 1989 l’allora leader tedesco orientale Erich Honecker sosteneva ancora: “Il Muro esisterà ancora fra 50 e anche fra 100 anni, fino a quando le ragioni della sua esistenza non saranno venute meno”. Invece il 9 novembre di quello stesso anno, ovvero circa due anni e mezzo dopo il famoso discorso di Reagan, il portavoce del governo della Germania Orientale, Gunter Schabowski, comunicò: “Le persone che desiderano partire definitivamente si possono presentare a tutti i posti di frontiera tra Ddr e Germania federale o a Berlino ovest. A quanto mi risulta la nuova legge vale da subito, da ora”. La caduta del Muro di Berlino era appena iniziata.

foto: Ira Schwarz/AP/dapd