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  • lunedì 28 maggio 2012

Il bello della 500 miglia di Indianapolis

Lo spiega Alessandro Baricco su Repubblica, insieme alla storia delle Dallara, le auto italiane su cui hanno corso tutti i piloti di questa edizione

Alessandro Baricco su Repubblica di oggi racconta la 500 miglia di Indianapolis, che si è tenuta ieri, perché è una bella gara nonostante la monotonia del circuito e soprattutto cosa c’entra l’Italia con la sua grandezza.

Le 500 miglia di Indianapolis sono una parola sola: il nome di un mito. Se sei un ragazzino europeo te lo porti dentro come una roba esotica di cui non ti è dato di sapere molto. Allevato a Formula Uno, ti riesce difficile capire cosa mai ci trovino gli americani in quella specie di ovale in cui macchine che non sono la Ferrari girano ossessivamente.

Girano con la stessa logica imperscrutabile dei bambini dell’asilo in cortile, nell’ora di ricreazione. I nomi dei vincitori arrivano poco, nei giornali nostrani, e in realtà neanche si capisce bene in cosa consista il gioco, quali siano le regole, e dove stia il fascino della cosa. Però si sa che quelle non è una gara: è LA gara. Ovvio che prima o poi ti venga da chiarirti le idee e così un giorno ho deciso che io, alle 500 Miglia di Indianapolis, ci sarei andato: ecco perché, nei giorni in cui da noi si consuma il sofisticato e decadente rito del Gran Premio di Montecarlo, io invece, assurdamente, sono qui, nei 35 gradi dell’Indiana, in mezzo a 500 mila americani, tonnellate di cheeseburger, ettolitri di birra e 101 anni di mito indiscusso. Sono venuto per capire. E per allungare la mia collezione di gesti snob, è ovvio.

Per entrare nei miti il segreto è trovare la porta giusta. Io, nella circostanza, ho avuto fortuna. Avevo sentito questa strana storia: che l’anno scorso, alla partenza della 500 Miglia si erano schierate, come al solito, 33 macchine: la cosa strana è che macchine erano: tutte Dallara. Ora, per uno che è stato allevato a Formula Uno, la cosa può significare solo due cose: o che sono tutti scemi o che questo signor Dallara è un fenomeno. Così ho preso la mia, di macchina, e sono salito dalle parti di Parma, dove son finto in uno di quei pezzetti di Italia che mi affascinano e che trovo, per ragioni che non so definire, struggenti. È che incroci mucche al pascolo, poi quelle misteriose fabbrichette dove fanno cose tipo intonaci ma li fanno anche per Dubai, poi incroci ordinate casette dipinte inspiegabilmente di giallo limone; al bar dipende dai tavoli, o vecchietti che sacramentano in dialetto, o lolite in attesa che passi il reclutatore del Grande Fratello.

(Continua a leggere su Repubblica.it)

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