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  • Mercoledì 23 maggio 2012

Cosa fu la strage di Capaci

La storia di Giovanni Falcone e di che cosa successe il 23 maggio 1992

ANNIVERSARIO CAPACI--Il luogo dell' attentato che causo' la morte del giudice Giovanni Falcone, di sua moglie e di tre uomini della scorta. Ricorre oggi il quinto anniversario della strage. (AP Photo/file)
ANNIVERSARIO CAPACI--Il luogo dell' attentato che causo' la morte del giudice Giovanni Falcone, di sua moglie e di tre uomini della scorta. Ricorre oggi il quinto anniversario della strage. (AP Photo/file)

Alle 17.58 del 23 maggio 1992, il magistrato Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta – Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani – vennero uccisi in un attentato vicino allo svincolo autostradale dell’A29 a Capaci, a pochi chilometri da Palermo.

La carriera di Falcone
Giovanni Falcone, che aveva compiuto 53 anni cinque giorni prima dell’attentato (era nato il 18 maggio 1939) era uno dei magistrati antimafia più celebri d’Italia. Da poco più di un anno era a capo della Direzione Affari Penali del ministero della Giustizia, chiamato dall’allora ministro socialista Claudio Martelli.

Negli ultimi anni la sua carriera aveva avuto sviluppi complessi e la sua vita era stata molto difficile. Falcone aveva fatto parte del cosiddetto “pool antimafia”, istituito presso la procura di Palermo per investigare in modo organico sui reati di tipo mafioso. Nonostante le conosciute origini storiche molto antiche del fenomeno mafioso, il reato di “associazione per delinquere di tipo mafioso”, ovvero il riconoscimento da parte della giustizia italiana di una specificità del fenomeno mafioso, esisteva solo dal 1982, quando era stato introdotto l’articolo 416 bis del codice penale: un “caso particolare” dell’art. 416, che definisce il reato generico di “associazione per delinquere”. La legge che introdusse quel reato venne approvata definitivamente il 13 settembre 1982, dieci giorni dopo un altro omicidio di mafia: quello del prefetto di Palermo, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ammazzato a colpi di kalashnikov insieme alla moglie, nella sua auto. Cinque mesi prima era stato ucciso uno dei promotori della legge, il deputato comunista Pio La Torre.

Il pool antimafia era nato da un’iniziativa del giudice Antonino Caponnetto, venuto a Palermo da Firenze dopo l’uccisione del giudice Rocco Chinnici nel luglio 1983. Istituito a novembre di quell’anno, ne facevano parte inizialmente, oltre a Giovanni Falcone, altri tre giudici, l’amico e collaboratore di Falcone Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta (negli anni successivi ne entrarono a far parte altri tre magistrati, Gioacchino Natoli, Ignazio De Francisci e Giacomo Conte). Giovanni Falcone, a Palermo dal 1978, era già un magistrato famoso per il suo ruolo in alcuni processi contro famiglie della criminalità organizzata siciliana: in particolare quello contro le famiglie Spatola, Gambino ed Inzerillo, con l’apporto, allora innovativo, di indagini sui conti bancari e sui patrimoni.

Il metodo del pool era particolare e inedito per le indagini contro la criminalità organizzata a Palermo: si trattava di un gruppo ristretto e in continuo collegamento, dedicato esclusivamente a quel tipo di indagini, che firmava insieme tutti gli atti delle inchieste più importanti, in modo da “spersonalizzare” le inchieste. Nominalmente, i quattro magistrati agivano con una delega di Caponnetto, che aveva istituito il pool con un provvedimento molto particolare che per sua stessa ammissione forzava leggermente i poteri previsti per gli uffici istruttori delle indagini.

Le indagini del pool, e la collaborazione di Tommaso Buscetta, un controverso ex esponente della mafia siciliana a cui le guerre di mafia avevano sterminato la famiglia, portarono a un risultato straordinario. Dal 10 febbraio 1986, in un’aula bunker costruita appositamente nel carcere dell’Ucciardone a Palermo, iniziò il cosiddetto “maxiprocesso”: 474 persone (un quarto delle quali latitanti al momento dell’apertura del processo, tra cui Totò Riina) erano imputate per un’ampia serie di reati, dall’omicidio al traffico di droga, oltre che per associazione mafiosa.

Il processo si svolse in un’atmosfera di militarizzazione delle aree intorno al carcere, con il timore di attentati. Diversi pentiti e testimoni, tra cui Buscetta, parlarono davanti ai tre giudici della corte e agli imputati, che assistevano a gruppi in celle sul fondo dell’aula. Il processo si concluse nel dicembre 1987, 22 mesi dopo, con 370 condanne: 19 ergastoli e oltre 2500 anni di carcere complessivi distribuiti tra i condannati. L’importanza del maxiprocesso è storica non solo per le condanne, ma anche perché solo allora venne ricostruita e riconosciuta da un tribunale l’organizzazione piramidale della mafia siciliana, con una sorta di “organo direttivo” – la Cupola – e una precisa divisione territoriale.

Dopo il maxiprocesso
Il 19 gennaio 1988 il Consiglio Superiore della Magistratura, in una seduta notturna, decise il nuovo consigliere istruttore di Palermo, dopo il pensionamento di Caponnetto. In molti si aspettavano la nomina di Falcone, ma al suo posto venne eletto Antonino Meli, presidente di sezione della Corte di Appello di Caltanissetta.

La nomina di Meli, che cambiò decisamente i metodi di lavoro a Palermo, fu il primo episodio – e uno di quelli decisivi – che portarono al veloce smantellamento del pool antimafia, nonostante il successo del maxiprocesso. Il 30 luglio 1988 Falcone chiese di essere trasferito ad altro incarico. In quei mesi Falcone fu attaccato duramente da uomini politici e giornali (celebre un intervento del giovane Totò Cuffaro nel settembre 1991, durante una puntata del Maurizio Costanzo Show), che lo accusavano di “protagonismo”, di voler approfittare dei successi giudiziari per ottenere vantaggi personali e di sostenere più o meno direttamente esponenti politici: quando, nel 1989, scampò a un attentato all’Addaura, vicino a Mondello, in diversi dissero o fecero capire che la bomba Falcone se l’era messa da solo (tra coloro a cui si contesta di aver mosso accuse a Falcone e preso le distanze dal suo lavoro c’è il sindaco di Palermo Leoluca Orlando e un articolo di Sandro Viola su Repubblica).

L’attentato
Stando alle successive confessioni di alcuni pentiti, importanti esponenti della mafia avevano deciso di uccidere il giudice Falcone fin dal 1982, ancora prima che iniziassero le attività del pool. Nelle settimane prima del 23 maggio 1992, sotto il chilometro quinto dell’autostrada A29, nel tratto tra Palermo e l’aeroporto della città a Punta Raisi, venne scavata una galleria e vennero piazzati oltre cinquecento chili di tritolo.

Quel giorno, era un sabato, Giovanni Falcone stava tornando da Roma a Palermo per il fine settimana. Atterrò con un piccolo aereo di servizio del SISDE, il servizio segreto interno italiano, dopo circa un’ora di viaggio dall’aeroporto di Ciampino.

Falcone e la scorta salirono su tre Fiat Croma blindate. Della scorta faceva parte anche Arnaldo La Barbera, il capo della squadra mobile di Palermo. Falcone decise di voler guidare personalmente la sua Croma bianca. Di fianco a lui c’era la moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato, di sei anni più giovane di Falcone, con cui era sposata dal 1986. L’autista Giuseppe Costanza si sedette sul sedile posteriore: sopravvisse all’attentato.

Gli spostamenti, stando a quanto ricostruito dalle indagini successive, vennero seguiti da un’auto che procedeva su una strada parallela, per tenerne d’occhio la posizione. In corrispondenza del tunnel scavato sotto l’autostrada era stato messo un frigorifero bianco, per segnalare il luogo esatto dove era stata scavata la galleria.

Alle 17.58, un uomo che stava osservando il tratto di autostrada in attesa del passaggio del corteo premette il pulsante del telecomando che azionava l’innesco. L’esplosione, potentissima, prese in pieno la prima auto della scorta, uccidendo sul colpo i tre agenti a bordo, scavando una voragine di diversi metri e facendo saltare in aria e atterrare nell’altra corsia dell’autostrada (a quell’ora poco trafficata) i resti dell’auto. Falcone, invece, che aveva leggermente rallentato negli attimi precedenti l’esplosione, si schiantò con l’auto contro il manto stradale sollevato dall’esplosione e contro i detriti. Lui e la moglie, che non avevano le cinture allacciate, vennero scagliati in avanti. Gli agenti a bordo dell’ultima auto si salvarono.

Giovanni Falcone e la moglie vennero trasportati, ancora vivi, all’ospedale Civico di Palermo. Falcone morì per le molte emorragie interne poco più di un’ora dopo l’attentato, alle 19.05, senza riprendere conoscenza. Francesca Morvillo morì intorno alle 22.

Dopo l’attentato
Cinquantasette giorni dopo, in via D’Amelio a Palermo, vennero uccisi anche Paolo Borsellino e la sua scorta: insieme all’uccisione di Falcone, furono attentati che fecero una grandissima impressione sull’opinione pubblica non solo italiana. Uno dei simboli che ricordano il giudice è l'”albero Falcone”, un albero cresciuto di fronte alla casa di Giovanni Falcone in via Notarbartolo a Palermo, punto di ritrovo e di passaggio obbligato per le manifestazioni e le commemorazioni antimafia nella città.

Uno dei documenti video più celebri e più trasmessi, negli anni successivi, fu il breve discorso della vedova dell’agente di scorta Vito Schifani, Rosaria Costa, che allora aveva 22 anni. Il discorso venne pronunciato durante i funerali nella chiesa di San Domenico e si rivolse direttamente ai mafiosi, “perché ce ne sono qua dentro”, disse.

Nei giorni in cui successe l’attentato a Falcone era in corso l’elezione a presidente della Repubblica, dopo le dimissioni di Francesco Cossiga con due mesi di anticipo rispetto alla scadenza del mandato. I più quotati per la carica erano Giulio Andreotti e Giovanni Spadolini, allora presidente del Senato. Ma le forze politiche non riuscivano a trovare l’accordo per l’elezione, una delle più discusse della storia repubblicana: dopo quindici votazioni senza che si arrivasse a un accordo, il 25 maggio 1992, due giorni dopo la strage, il Parlamento si accordò e votò a larghissima maggioranza Oscar Luigi Scalfaro, un democristiano con una lunga carriera politica alle spalle e una fama di grande onestà, che era stato voluto e proposto in primo luogo da Marco Pannella del Partito Radicale. Fino a pochi giorni prima, Scalfaro non era considerato un candidato con qualche speranza.

Le indagini per stabilire i responsabili dell’attentato furono lunghe e difficili, mentre ci furono sospetti e accuse di coinvolgimenti dei servizi segreti e di depistaggi. Per la strage di Capaci, come è chiamata solitamente l’uccisione di Giovanni Falcone, vennero condannate nel 2002 ventiquattro persone, ma il processo venne successivamente annullato dalla Cassazione. L’esecutore materiale dell’attentato, l’uomo che schiacciò il pulsante, era stato riconosciuto in Giovanni Brusca. Un altro processo, concluso in Cassazione nel 2008, ha condannato come mandanti degli omicidi di Falcone e Borsellino alcuni importanti capi mafiosi, tra cui Salvatore Montalto, Giuseppe Madonia e Nitto Santapaola.

Prima di Capaci, di Filippo Facci

foto: LaPresse