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  • lunedì 19 Marzo 2012

Chi era Marco Biagi

La storia del giurista ucciso dieci anni fa e della legge che ha preso il suo nome

Il 19 marzo di dieci anni fa, il giuslavorista Marco Biagi fu ucciso dalle Nuove Brigate Rosse a pochi passi dall’ingresso della sua casa a Bologna. La sua morte, insieme con quella del giurista Massimo D’Antona tre anni prima, fece temere un ritorno del terrorismo di estrema sinistra nel nostro paese dopo gli anni Settanta: il nome di Marco Biagi poi è stato associato a una legge di riforma del mercato del lavoro, secondo alcuni rendendo onore al suo lavoro di studioso, secondo altri strumentalizzandola politicamente, secondo altri ancora tradendo le sue idee. Oggi Biagi viene ricordato con cerimonie e commemorazioni, mentre il governo è impegnato a rivedere e integrare proprio quelle politiche che contribuì a ideare.

Chi era Marco Biagi
Marco Biagi nacque a Bologna il 24 novembre del 1950. Conseguita la maturità classica, si laureò in Giurisprudenza iniziando poi a occuparsi di politiche del lavoro. A metà anni Settanta tenne alcuni corsi presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, dove dalla fine degli anni Ottanta divenne professore ordinario nel dipartimento di Economia Aziendale. Negli stessi anni assunse diversi incarichi accademici e in scuole di perfezionamento, diventando anche direttore scientifico dell’Istituto di ricerca e formazione della Lega delle cooperative.

Grazie ai propri studi comparati sul diritto del lavoro, nei primi anni Novanta iniziò a essere molto conosciuto e richiesto anche all’estero. Ottenne incarichi nelle istituzioni europee, coinvolgendo colleghi e altri studiosi sui temi del lavoro con approcci spesso innovativi e fuori dai tradizionali schemi della ricerca in materia. E proprio sulla scia dei propri studi, nel 1991 fondò il Centro Studi Internazionali e Comparati, che negli anni seguenti si sarebbe ampliato con l’arrivo di ricercatori e collaboratori per l’innovazione nel campo del lavoro e delle relazioni industriali.

Nel 1993 Biagi diventò membro di una commissione ministeriale di esperti, messa insieme per organizzare una riforma degli orari di lavoro in Italia. Negli stessi anni si fece conoscere anche all’esterno degli ambienti accademici, grazie alla sua collaborazione con alcuni quotidiani come Il Resto del Carlino, Italia Oggi e Il Sole 24 Ore. Nel 1995 divenne consigliere di Tiziano Treu, che all’epoca era ministro del Lavoro di un governo di centrosinistra, e l’anno seguente fu nominato a capo di una commissione per la preparazione di un testo unico sulla sicurezza e salute nei luoghi di lavoro.

Negli anni seguenti Marco Biagi collaborò con le istituzioni per la progressiva riforma del mercato del lavoro, attirandosi dure critiche da parte di chi si opponeva al cambiamento, specialmente quando divenne consulente dell’allora ministro del Lavoro Roberto Maroni (nel frattempo era arrivato al governo il centrodestra). Qualcosa di analogo si era verificato a fine anni Novanta con Massimo D’Antona, giurista e consulente del ministero del Lavoro, che fu ucciso nel 1999 da un commando brigatista con l’obiettivo di fermare il processo di riforma e ristrutturazione del mercato del lavoro.

L’omicidio
Sceso dal treno che lo aveva portato da Modena a Bologna, la sera del 19 marzo 2002 Marco Biagi montò in bicicletta per percorrere come d’abitudine il tragitto dalla stazione a casa sua. Ignaro di essere seguito da due brigatisti, che si occuparono di allertare i loro complici nei pressi della sua abitazione, il professore percorse normalmente la strada fino al portone di casa. Lì ad attenderlo trovò due brigatisti a bordo di un motorino che gli andarono incontro sparando sei colpi e allontanandosi poi velocemente. Pochi minuti dopo, nonostante gli sforzi degli operatori di un’ambulanza rapidamente arrivata in zona, Biagi morì a causa delle ferite riportate.

La rivendicazione
La sera stessa dell’omicidio decine di quotidiani e agenzie di stampa ricevettero una email contenente una rivendicazione da parte delle Nuove Brigate Rosse.

Un nucleo armato della nostra Organizzazione ha giustiziato Marco Biagi consulente del ministro del lavoro Maroni, ideatore e promotore delle linee e delle formulazioni legislative di un progetto di rimodellazione della regolazione dello sfruttamento del lavoro salariato, e di ridefinizione tanto delle relazioni neocorporative tra Esecutivo, Confindustria e Sindacato confederale, quanto della funzione della negoziazione neocorporativa in rapporto al nuovo modello di democrazia rappresentativa.

La rivendicazione si concludeva ricordando che l’omicidio si era reso necessario per attaccare “la frazione dominante della borghesia imperialista nostrana”, accusata dai brigatisti di voler governare la crisi e “il conflitto di classe” attraverso un accentramento dei poteri tesa a favorirla.

Senza scorta
Pochi mesi prima dell’attentato, il ministero dell’Interno – guidato all’epoca da Claudio Scajola – aveva deciso di revocare la scorta a Marco Biagi, che lo stesso aveva richiesto temendo attacchi da parte degli estremisti di sinistra. Spiegò di aver ricevuto minacce e inviò lettere a diversi esponenti politici per avere qualche forma di tutela. Durante il processo emerse che i brigatisti scelsero Biagi come obiettivo anche in virtù del fatto che non era più sotto scorta. Nell’estate del 2002 Scajola si dimise da ministro in seguito ad alcune sue frasi colte da alcuni giornalisti mentre era in una visita ufficiale a Cipro. Scajola disse che se ci fosse stata la scorta quella sera a Bologna i morti sarebbero stati tre, e che Biagi non era così centrale per la riforma del lavoro, ma più che altro “un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza”.

Le condanne
I tre gradi di giudizio per l’omicidio Biagi si sono svolti tra il giugno del 2005 e la fine del 2007. In primo grado la Corte d’Assise di Bologna condannò a cinque ergastoli i componenti delle Nuove Brigate Rosse: Nadia Desdemona Lioce, Roberto Morandi, Marco Mezzasalma, Diana Blefari Melazzi e Simone Boccaccini. In secondo grado a Boccaccini furono riconosciute le attenuanti generiche e la pena gli fu ridotta a 21 anni di reclusione. La Corte di Cassazione nel 2007 confermò la sentenza di secondo grado.

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