• Cultura
  • martedì 28 Febbraio 2012

La voce di Paolo Nori

Il ritratto dello scrittore (e podcaster del Post) pubblicato sul Foglio, tra la via Emilia e l'Est

Il Foglio di sabato scorso ha dedicato una pagina ritratto di Marianna Rizzini a Paolo Nori, scrittore, lettore, traduttore e molte altre cose adorate dal Post, che ospita i suoi podcast.

Voce, dice Nori. La voce che, se non la trovi, quando racconti qualcosa hai pure la preoccupazione di essere originale, e sarebbe meglio di no. La voce che, se non la trovi, poi strafai anche nelle traduzioni. Dice Nori che un suo amico e collega, Daniele Benati da Reggio Emilia, scrittore e traduttore di Samuel Beckett, era sconcertato per il fatto che un precedente traduttore di Beckett avesse tradotto “I was feeling awful”, con “avevo una tarantola d’inquietudine in petto”. Ma perché non ha scritto “stavo male?”, si era chiesto Benati, a quel punto traducendo direttamente in dialetto reggiano: “A steva mel”.
“Il mondo è pieno di gente strana, e anche tu sei un po’ strano”, dice Nori citando uno dei libri di Benati da lui letti per il Post, “Le Opere complete di Learco Pignagnoli”. Cioè: pure tu sei originale, ma non fare l’originale. “Basta trovare la voce, poi puoi raccontare qualsiasi cosa”, dice Nori. La sua voce-voce, intanto, è una voce da attore, la voce quasi d’oltretomba di profonda e pacata inflessione parmense che Nori usa nei reading, quelli che, ad ascoltarli, poi magari sembra normale andare per strada con le cuffie e Gogol che parla per bocca di Nori: “Dal portone di un albergo del capoluogo di governatorato della città di NN, era entrato un piccolo calesse a molle abbastanza bello, del tipo di quelli su cui viaggiano gli scapoli…”. Uno magari se le ricordava pesanti, le “Anime morte”, magari le aveva lasciate su un comodino a diciotto anni. E invece dopo il reading uno resta irretito dal calesse e dal resto (scrive Nori che “è  stranissimo che un libro così, un libro dove i contadini diventano dei samovar, i ballerini delle mosche, i possidenti degli orsi, le possidenti delle scatolette, un libro dove le signore si dividono in signore semplicemente piacevoli e signore piacevoli da tutti i punti di vista, dove le carrozze diventano dei cocomeri e gli ufficiali arrivati da Rjazan’ stanno svegli tutta la notte a decidere se comprare o non comprare un quinto paio di stivali, sia stato considerato un caposaldo del realismo russo”). Ha una sua presenza scenica drammatica, il Nori lettore: maglia scura, volto segnato e senza sorriso, braccio proteso in avanti nel buio della sala.

Come mai è stato in Algeria e in Iraq e in Francia e in Russia?, si chiede chi si accosti a Paolo Nori senza aver mai letto Paolo Nori ma avendo letto le biografie on line su Paolo Nori. E come mai ha studiato russo dopo aver fatto il ragioniere? Nori risponde che viene tutto dal fatto che a un certo punto l’Italia degli anni Ottanta non gli piaceva, che voleva vedere se era capace di lavorare ma non qui. Poi legge in podcast riflessioni sul “sacro nelle nostre vite” – che è tutte le volte “che il mondo ti dà una botta”, e può essere mentre stendi il bucato, quando bevi il primo vino dell’anno o quando guardi tua figlia piccola e pensi “ma com’è bella” (Nori ha una figlia piccola che compare sulla copertina di alcuni suoi libri e dice cose sagge riportate sul sito www.nori.it. Per esempio: “La bambina di cinque anni, quando sono tornato dalla Polonia, la prima cosa che mi ha detto è stata ‘Io non voglio cambiare genitori’. E poi mi ha fatto vedere un libro che si intitolava ‘Il catalogo dei genitori’ e mi ha detto ‘Sono tutti bruttissimi’ ”). Sacro, dice Nori, è quando al bar “i pensionati girano attorno ai quotidiani come bambini”.

(leggi per intero sul sito del Foglio)

Il blog di Paolo Nori sul Post

(foto di Senzaaggettivi)