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  • mercoledì 8 febbraio 2012

Il peduncolo del Congo

La storia di una stranezza cartografica africana, nata grazie a un deciso re belga

In inglese americano, un territorio stretto e allungato che si prolunga in una diversa entità amministrativa si chiama panhandle, letteralmente “manico di padella”. Diverse lingue riprendono il termine senza tradurlo, mentre in Italia il lessico geografico non sembra aver inventato un termine specifico, nonostante ce ne sia qualcuno (la provincia di Trieste, per esempio). Nel lessico militare, uno stretto territorio circondato da territorio nemico si chiama “saliente”.

Qualunque sia il termine specifico, almeno uno di questi territori ha una storia interessante: la parte sudorientale della grande provincia congolese del Katanga, che si incunea nel territorio della Zambia per oltre metà della sua larghezza complessiva. Come sia nata questa stranezza cartografica è una bella storia, raccontata da Frank Jacobs sul New York Times, che coinvolge il re del Belgio Leopoldo II, il colonialismo e le ambizioni rivali del Belgio e del Regno Unito.

Il Katanga ebbe un periodo di notorietà internazionale nel secondo dopoguerra: nel 1960 si dichiarò indipendente e aprì una crisi diplomatica tra i paesi occidentali e l’Unione Sovietica, con l’interessata partecipazione delle società minerarie. L’ex segretario delle Nazioni Unite e premio Nobel per la pace, Dag Hammarskjöld, morì nel settembre del 1961 in un incidente aereo nell’attuale Zambia, mentre si trovava nella regione per provare a risolvere la crisi. La fama turbolenta della regione congolese ha avuto eco anche in Italia: “Katanga” pare essere anche lo pseudonimo con cui si faceva chiamare Mario Vattani, il diplomatico italiano che un’inchiesta dell’Unità ha rivelato essere anche il cantante di un gruppo rock di estrema destra, nonché il nome con cui erano conosciuti i membri del servizio d’ordine del Movimento Studentesco, gruppo extraparlamentare di sinistra degli anni Sessanta.

Oggi il Katanga fa parte della Repubblica Democratica del Congo, che fino al 1960 fu la principale colonia del Belgio, conquistata a partire dalla fine dell’Ottocento per una iniziativa personale del re Leopoldo II. Il re possedette tra il 1885 (anno della Conferenza di Berlino che pose le regole per la spartizione dell’Africa tra le potenze coloniali) e il 1908 (quando lo “cedette” al Belgio) i 2,3 milioni di chilometri quadrati del Congo come suo possedimento personale: formalmente, come un territorio di proprietà dell’Association Internationale Africaine, ente non governativo di cui il re era unico proprietario. L’estensione complessiva del Congo belga era di oltre 80 volte più grande del Belgio, e venne sfruttato dal re con metodi così brutali da farne una delle vicende più sanguinose e disumane dell’intera storia coloniale europea. Un territorio in particolare rimase a lungo restio alla colonizzazione: il regno di Yeke, stabilito nel 1870 da M’Siri e coincidente pressapoco con la provincia del Katanga.

M’Siri aveva circa 500 mogli e regnava grazie a una solida rete di alleanze locali su un territorio di grande importanza per il commercio e molto ricco di rame e di oro, e per questo molto desiderato dagli stati europei. Cecil Rhodes, protagonista dell’espansione britannica nell’Africa meridionale, inviò un funzionario coloniale di nome Alfred Sharpe da M’Siri, in modo da ottenere la sua firma in fondo a un contratto in inglese (lingua che M’Siri non conosceva) che avrebbe permesso di incorporare il suo regno nel territorio coloniale britannico della Rhodesia del Nord, l’attuale Zambia. Per sfortuna di Rhodes e della corona britannica, un missionario presso la corte di M’Siri, Charles Swan, tradusse il documento e sconsigliò caldamente la firma al re locale. Nel 1891, anche una spedizione belga si sentì opporre un rifiuto, ma nell’arco di pochi mesi i belgi tornarono con i soldati, guidati dal canadese W.G. Stairs. Negli scontri che seguirono, M’Siri venne ucciso e la sua testa, dicono le leggende locali, fu messa in cima a un palo come ammonimento per ridurre le velleità di rivolta nei confronti dei nuovi padroni del territorio.

Le dispute sui confini si trascinarono per diverso tempo. Una commissione anglo-belga, e un precedente parere del re d’Italia Umberto I, disegnarono la stretta striscia di territorio congolese che attualmente taglia in due lo Zambia, intorno al corso superiore del fiume Lualupa e al bacino dello Zambesi: una striscia di oltre 300 chilometri, larga circa 60. È uno degli innumerevoli esempi di confini coloniali tracciati sulla carta, senza nessuna attenzione agli abitanti locali, che oggi continuano a subirne le conseguenze. L’area è sottosviluppata, a eccezione delle miniere che sono ancora sfruttate attivamente, e considerata solo dai missionari salesiani, che da decenni operano nella zona. Gran parte del territorio è una riserva naturale e contiene diversi parchi nazionali (in un’area praticamente priva di turismo).

Ma la conseguenza principale è stata subita dallo Zambia. Per evitare di allungare di oltre ottocento chilometri la strada che congiunge le due province di Luapula e di Copperbelt separate dal territorio congolese, lo Zambia è riuscito dopo laboriosi negoziati a costruire a sue spese una strada di poche decine di chilometri che attraversa la striscia, la Congo Pedicle Road (“strada del peduncolo del Congo”). Con posti di confine a entrambe le estremità, nonostante non attraversi quasi nessun abitato congolese, la strada continua a essere una linea di comunicazione essenziale per tutta l’area, anche se nei periodi di maggior instabilità in Congo gli autisti venivano regolarmente derubati o rapiti.

foto: Hulton Archive/Getty Images

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