I dati del Censis sul lavoro giovanile e i “mammoni”

Flavia Amabile ha intervistato per la Stampa il direttore generale del Censis, Giuseppe Roma, che ha affrontato il tema del lavoro giovanile in Italia confrontandolo con quello degli altri Paesi europei.

Stavolta l’analisi è: «Noi italiani siamo fermi al posto fisso, nella stessa città di mamma e papà». Insomma, mammoni. È così?
«Su questo tema stiamo realizzando proprio in questi giorni un’elaborazione come Censis e la situazione è davvero drammatica. Il mondo giovanile ha una difficoltà notevole. All’interno di coloro che hanno fra i 25 e i 29 anni il 31% è del tutto inattivo. È una cifra enorme».

Quanti sono all’estero?
«In Francia sono il 12,5%, il Regno Unito il 15%, la Germania il 17,5%. In Italia è quasi il doppio: abbiamo un esercito fuori dai giochi. Ora, io penso che ci sia sempre un equilibrio tra oggettivo e soggettivo. In un altro periodo storico ci sarebbero stati fiumi di giovani alla ricerca di un posto in un altro Paese europeo. Li abbiamo, e sono i più intraprendenti, ma restano una minoranza. Non abbiamo il contrario, invece, perché in Italia ci sono poche opportunità».

In breve: la maggioranza sono mammoni. Perché?
«Perché ci sono persone che hanno minori capacità di intraprendenza personale. O forse perché hanno una formazione poco positiva: hanno scelto il liceo senza crederci o una scadente formazione tecnica e professionale quindi non hanno un mestiere. Oppure non hanno spirito d’iniziativa e nemmeno qualcuno a cui rivolgersi perché un’altra anomalia italiana è che il 70-80% del lavoro non si trova attraverso canali formali».

Dunque, i mammoni italiani sono più numerosi che nel resto d’Europa. Ma almeno la quota di intraprendenti è abbastanza simile?
«Direi di no. All’estero la formazione è più legata al lavoro fin dalle elementari. Da noi prevale la formazione generalista, la liceizzazione che poi porta a università altrettanto generiche. Mi viene da dire addirittura che le università italiane sono mammone. Abbiamo atenei adatti a formare un’elite dove però studiano milioni di giovani. La protezione è una tendenza tutta italiana, un frutto della cultura familiare. In Francia i giovani hanno un sussidio, vengono resi autonomi».

In Italia allora si potrebbe dire che poiché non esiste nulla di tutto questo a livello pubblico le famiglie sono costrette a aiutare da sole i propri figli.
«Ma è una protezione che ottunde la voglia di autonomia. Il problema è che di tutto questo parliamo da quindici anni ma, al di là delle parole e delle lamentele, da parte dei governi non esiste un solo provvedimento che dia autonomia ai giovani ma nenmmeno che aumenti la nostra capacità produttiva. Quello dei giovani mammoni è un problema drammatico, ma è evidente che durerà ancora per poco».

Perché?
«Perché ad un certo punto i risparmi dei genitori finiranno. La riforma delle pensioni c’è stata, chi faceva un doppio lavoro non potrà più farlo, i ragazzi verranno per necessità spinti ad avere un maggior espirito d’iniziativa. Purtroppo non ci saranno opportunità di lavoro perché non aumentare la capacità produttiva vuol dire lasciare i problemi irrisolti. Siamo uno dei Paesi con la più bassa produttività, non possiamo continuare a dividere sempre la stessa torta».