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  • giovedì 2 Febbraio 2012

L’instant book sulla Costa Concordia

"Un monumento alla stupidità umana", scrivono Marco Imarisio e Fiorenza Sarzanini in un libro che esce oggi col Corriere della Sera

di Marco Imarisio e Fiorenza Sarzanini

Oggi esce in edicola con il Corriere della Sera un libro scritto da Fiorenza Sarzanini e Marco Imarisio, due dei cronisti italiani che in queste settimane hanno seguito di più e meglio il naufragio della Costa Concordia. Il libro è disponibile da oggi solo a Milano e da domani in tutta Italia, costa 2,80 euro (oltre al prezzo del quotidiano). E si può comprare anche in formato ebook, in regalo per gli abbonati all’edizione digitale del Corriere della Sera e a 2,80 euro per tutti gli altri. Il Post pubblica alcuni estratti del libro.

Il naufragio della Costa Concordia è un monumento alla stupidità umana. Verrà l’inchiesta, come è giusto che sia, a stabilire e dividere le responsabilità, a trovare i colpevoli evidenti e quelli che non sono ancora apparsi in pubblico. Mai come in questo disastro, però, tutto è apparso chiaro fin da subito. Non ci sono guasti meccanici, non ci sono eventi naturali.

Il mare era una tavola, la luna illuminava la sera, la nave andava tranquilla. La causa primaria del naufragio – la decisione dalla quale discende una catena di eventi terribili che hanno provocato la morte di passeggeri innocenti, che avevano pagato per il proprio divertimento e si erano affidati a persone in carne e ossa perché si prendessero cura di loro – risiede dunque solo e soltanto nei peccati capitali, la superficialità, la vanità, la vigliaccheria, che la sera di venerdì 13 gennaio si sono incrociati davanti all’isola del Giglio.

Non ce la meritiamo, noi italiani, la sovrapposizione tra il comportamento del comandante Francesco Schettino e il nostro carattere nazionale. Non è giusto paragonare i suoi tremori, le sue bugie, alla presunta fragilità del sistema Italia. È vero: sull’enorme nave che sperona lo scoglio delle Scole, un transatlantico che entra in un canale d’acqua ad appena 92 metri dal litorale, è mancata una risposta collettiva all’emergenza, come se l’ipotesi dell’affondamento per quel gigante dei mari fosse una eventualità così remota da non dover neppure essere presa in considerazione. Ma anche nelle concitate fasi del salvataggio dei passeggeri ci sono stati gesti e azioni che possono tranquillamente essere considerati come una risposta alle presunte manchevolezze dell’ormai celebre Schettino. Non siamo tutti uguali, non c’è un solo colpevole né un solo eroe. Anche per questo eviteremo di usare termini del genere, categorie di giudizio precostituite. A quello devono pensare e penseranno i giudici.

A noi resta una lezione, un insegnamento. Davanti alla follia e alla stupidità umana ogni sapere, ogni progresso tecnologico diventa inutile. Questa, nel bene e nel male, è una storia di uomini, dei loro piccoli gesti di coraggio, soprattutto delle loro grandi debolezze. Per questo il naufragio della Costa Concordia può essere raccontato anche così. Con una galleria di volti e di azioni, di storie, che forse aiutano a capire, molto più dei dati tecnici, delle coordinate di rotta, dell’esame dei tracciati. Questa è una tragedia degli uomini.

Il capitano Francesco Schettino all’Hotel Bahamas
L’uomo che alle 9.30 di sabato mattina consulta un personal computer appoggiato al banco della reception dell’hotel Bahamas non è ancora famoso in tutto il mondo. Sembra un pulcino bagnato, il comandante Francesco Schettino, anche se i suoi abiti sono asciutti. Ha chiesto un cambio di vestiti ad Antonio Fanciulli, il proprietario dell’albergo, l’unico aperto in questa stagione sull’Isola del Giglio. Fanciulli gli ha dato pantaloni e maglione del figlio. Il capitano ha gli occhi gonfi, è spaventato. Passa dal laptop a una carta nautica turistica, di quelle che si lasciano in consultazione agli ospiti che vogliono scegliere in quale spiaggia passare la giornata. È impegnato in un soliloquio, parla e impreca tra sé, rivolgendosi solo a se stesso.

«Sembrava la secca del Zanneo», mormora a voce leggermente più alta. È l’unica frase che si riesce a comprendere di questo monologo interiore, ma è già un indizio rivelatore. Il comandante non ha la più pallida idea del punto dove ha urtato la sua nave. Perché la secca del Zanneo esiste davvero, ma si trova a 1,5 miglia nautiche più a sud degli scogli delle Scole, sotto Punta Torricella, l’ultimo promontorio prima dell’ingresso nel canale che conduce al porto del Giglio. Il comandante è confuso. Fin dall’inizio sembra un uomo stretto tra la rassegnazione – ha subito compreso l’enormità di quel che è accaduto per colpa sua – e una autodifesa obbligata, quasi l’esercizio dell’istinto di sopravvivenza.

La gente del Giglio
«Lei cosa ci fa qui?». Ci sono domande della gente comune che valgono più di qualsiasi accusa fatta da un magistrato. Franca Caverio era davanti al computer. Abita in una casa affacciata sul porto, ma l’allarme su una nave che stava affondando l’ha ricevuto via Facebook. Si è vestita ed è uscita di corsa, ha raggiunto gli scogli davanti alla Costa Concordia ormai inclinata nella posizione che adesso tutti abbiamo imparato a conoscere. Cerca di aiutare, diventa un anello della catena umana che sta aiutando i passeggeri spaventati che scendono dalle scialuppe.

È Franca ad accogliere a terra il comandante Schettino. Alza lo sguardo verso la nave, si sentono ancora delle urla provenire dallo scafo. «Lei non dovrebbe essere lassù?». E indica la Concordia. I gigliesi sono gente di mare, ne conoscono le leggi. Sanno che il comandante deve essere l’ultimo ad abbandonare la nave. Che si tratti di un peschereccio, o di un gommone da turismo, o di un transatlantico. Prima le donne e i bambini, ultimo il comandante. In quella domanda innocente, pronunciata nella concitazione dei soccorsi – la mobilitazione dei gigliesi che si prodigano nel dare accoglienza ai naufraghi, aprono negozi, svuotano farmacie e dispense per curare e sfamare i passeggeri è una delle pagine più belle di questa storia atroce – c’è la peggior condanna morale che un uomo di mare possa ricevere. C’è già una prima sentenza. Schettino svicola, dice di essere scivolato dal ponte cadendo nella scialuppa. È una bugia, non sarà l’ultima. «Ho bisogno di vestiti asciutti e di un posto dove dormire», aggiunge Schettino. La signora Franca lo fulmina con lo sguardo. Poi gli indica la strada per l’hotel Bahamas. Adesso è nella hall dell’albergo. Non è più solo. Viene circondato da alcuni dirigenti della Costa crociere. «Non parlare con i giornalisti», gli dice una donna bionda, l’avvocato che sarà poi sospettato di aver portato via il personal computer del comandante. Schettino sale nella stanza al primo piano. Scenderà poche ore dopo, per rilasciare una breve dichiarazione ai giornalisti. […]

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