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Ognuno si faccia il suo Giorgio Bocca

Michele Fusco su Linkiesta propone una tregua al circo dei commenti sul giornalista morto due giorni fa

Michele Fusco scrive su Linkiesta una riflessione interessante riguardo Giorgio Bocca, morto due giorni fa a 91 anni, e dei commenti sulla morte di Giorgio Bocca.

Potete tranquillamente infischiarvene di tutto quello che in queste ore è stato scritto sul personaggio Bocca – sul web e sui giornali – e, se mai avete letto le sue cronache, farvix semplicemente il «vostro», personalissimo, Giorgio Bocca, che poi è l’unico modo per districarsi nel garbuglio dei revisionismi, degli insulti e delle celebrazioni. La cosa probabilmente più vera, più netta, più percepibile per la sua evidenza storica, l’ha scritta Vittorio Feltri, che Bocca odiava di gusto: «Chi iniziava a leggere un articolo firmato da lui arrivava di sicuro sino in fondo». C’è forse un coccodrillo più straordinario per un cronista? Cosa daremmo, noi microparticelle di questo universo, per una simile orazione funebre? Feltri naturalmente ha raccontato millanta altre cose spiacevoli di Bocca, ma ha avuto il buon gusto e l’intelligenza di separarle per sentimenti e identità.

Fino a una certa epoca, diciamo dagli anni ’60 fino agli ottanta buoni, Giorgio Bocca è stato un giornalista mastodontico, non evitabile da un giovane ragazzo che in quel tempo volesse capirne di più sul nostro Paese. Aveva doti alquanto rare, che ne hanno fatto l’illustratore scabro e appassionato che conosciamo: la prima, primissima, era che evitava con cura qualsiasi pippa mentale, e se aveva di fronte ladri, corrotti, lestofanti, mercenari, lenoni, assistiti, e molto altro, dalle sue cronache uscivano esattamente con la loro matrice identitaria.

La seconda, grande, virtù dei suoi scritti era che poneva queste figurine dolenti all’interno di scenari straordinariamente compiuti e psicologicamente profondi, cosicchè si poteva abbattere alla radice qualsiasi accusa di qualunquismo. La terza e ultima virtù, che comprendeva le prime due, aveva strettamente a che fare con il sentimento dell’indignazione, che Bocca modellava con la sua accetta giornalistica, restituendola poi al lettore che in quel modo si sentiva parte di un’impresa civile e collettiva. Da questo punto di vista, è stato il miglior interprete della rabbia (sopita) del suo popolo. Oggi, malinconicamente ci riderebbe (e ci rideva) sopra.

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