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  • lunedì 24 ottobre 2011

Il massacro italiano in Libia

Esattamente cento anni fa i colonizzatori italiani uccidevano migliaia di civili a Sciara Sciat, per vendicarsi di un agguato subìto il giorno prima

di Igor Principe

Dal 1970 al 2004, il 7 ottobre di ogni anno Gheddafi celebrava la “Giornata della vendetta”, istituita per ricordare l’espulsione di 20mila italiani giunti in Libia quando il Paese era una nostra colonia. Dal 2004, nel corso di una visita ufficiale di Silvio Berlusconi, il Colonnello trasformò il 7 ottobre in “Giornata dell’amicizia”. Una decisione di maniera: solo l’anno dopo le celebrazioni nel Paese furono ancora per la vendetta, e così fino al 2008, quando il Trattato di Bengasi – con il quale l’Italia e la Libia siglavano un accordo di cooperazione e amicizia – ratificò la volontà espressa dal dittatore libico quattro anni prima.

La “Giornata della vendetta” ricordava il tempo in cui noi eravamo gli oppressori, e i libici gli oppressi. In questi giorni ricorre il centenario dell’inizio dell’occupazione: nel 1911, infatti, il governo Giolitti diede il via all’invasione del paese africano, alla ricerca di una “quarta sponda” (come la chiamerà Italo Balbo oltre 20 anni più tardi) sulla quale approdare per non essere da meno di potenze coloniali quali Francia e Inghilterra. E dalla quale approvvigionarsi di prodotti agricoli e fonti energetiche: nelle cronache di allora la Libia appare come un infinito serbatoio di materie prime (zolfo, tra tutte) e come uno sterminato campo in cui cogliere frutti di ogni tipo. Si arriva a leggere sul quotidiano La Tribuna, in un articolo firmato da Giuseppe Piazza, che gli ulivi dell’oasi di Tripoli sono capaci di produrre ogni anno “sessantamila quintali di olive”.

La conquista di tanto eden – ricordata nei manuali come guerra italo-turca, perché la Libia è occupata dagli ottomani – comincia il 29 settembre del 1911. Non in Africa ma in un porto dell’attuale Grecia, Pervesa, dove due cacciatorpediniere italiani incrociano un torpediniere turco e, sotto il fuoco dell’artiglieria, lo costringono a incagliarsi. Si apre così la lunga parentesi della dominazione italiana in Libia (terminata nel 1943), il cui conto storico la “Giornata della Vendetta” mirava a chiudere. Chi cerchi su Google o sui libri di storia informazioni sulla Giornata della vendetta può imbattersi in fonti in cui essa è indicata come 24 ottobre, e non il 7. Il riferimento è a quanto accadde esattamente cento anni fa, il 24 ottobre 1911, in particolare nel giorno successivo a quello che negli annali è rubricato come ”eccidio di Sciara Sciat”.

Sciara Sciat è un’oasi ai margini di Tripoli – non è dato sapere se fosse quella dei sessantamila quintali di olive – in cui, tra il 23 e il 24 ottobre, accadono cose decisive per lo spirito dell’impresa coloniale. Esercito e Marina del Regno d’Italia muovono verso le coste nord-africane convinte di affrontare un compito facile. Nelle idee di tutti l’impresa altro non è che una passeggiata in compagnia della complicità dei libici (“gli arabi”, come li chiamano i rapporti militari): “Giolitti, male informato, era persuaso che gli abitanti della Tripolitania e della Cirenaica attendessero l’arrivo degli italiani con autentica gioia”, disse lo storico Angelo Del Boca in un’intervista del 2004 al giornale Umanità Nova. Come il capo del Governo la pensavano i vertici militari, il mondo politico e un’opinione pubblica cullata dalle note di “Tripoli, bel suol d’amore”, autentica hit di quell’anno, cantata da Gea della Garisenda. La più autorevole delle pochissime voci dissenzienti è quella del socialista Gaetano Salvemini, per il quale la Libia non è che uno “scatolone di sabbia” intorno al quale si esprime propagandismo della peggior specie: “Lo storico, il quale in avvenire vorrà ricostruire questo torbido periodo della nostra vita nazionale, dovrà giudicare che la cultura italiana nel primo decennio del secolo XX doveva essere caduta assai in basso, se fu possibile ai grandi giornali quotidiani e ai giornalisti, che pur andavano per la maggiore, far credere all’intero Paese tutte le grossolane sciocchezze con cui l’impresa libica è stata giustificata e provocata”.

I primi movimenti dei soldati italiani, comandati dal generale Carlo Caneva, sembrano in effetti quelli di una passeggiata: in meno di dieci giorni Tobruk e Tripoli vengono occupate quasi senza incontrare resistenze da parte dei libici. Il 23 ottobre lo scenario si capovolge, con un’insurrezione che unisce soldati turchi, truppe arabe, cavalieri berberi e abitanti dell’oasi. Da ogni dove si spara contro gli italiani, che in quella battaglia di accerchiamento soffrono le prime perdite: 21 ufficiali e 482 uomini di truppa. Chi difende Sciara Sciat non si risparmia, sparando alle spalle dei militari in ritirata e, secondo la testimonianza del bersagliere Felice Piccioli, infierendo su di essi selvaggiamente: “I nostri morti di Sciara Sciat giacciono insepolti ovunque: molti sono inchiodati alle piante di datteri come Gesù Cristo. A molti hanno cucito gli occhi con lo spago; molti sono stati messi sotto terra fino al collo, si vede solo la testa; moltissimi hanno avuto le parti genitali tagliate”.

Si compie così il cosiddetto “eccidio di Sciara Sciat”, episodio su cui si ferma l’attenzione degli storici. I quali – con l’autorevole eccezione del citato Del Boca, e di poche altre – trascurano quanto accade dal pomeriggio del 23 ottobre per tutto il 24: la reazione italiana al “proditorio” attacco libico. Un altro e peggiore “eccidio”, stavolta a danno di civili. Il tradimento – su cui insistono i rapporti di Caneva a Giolitti, come se la presunta facilità dell’impresa sottendesse chissà quale accordo infranto dai libici – e l’orrore alimentano una rappresaglia disumana. In un suo libro dedicato all’impresa coloniale italiana (“A un passo dalla forca”, Baldini & Castoldi Dalai) Del Boca parla di almeno 4000 arabi uccisi e di 3425 deportati in venticinque penitenziari italiani. I giornalisti di Westminster Gazzette, Daily Mirror, Daily Chronicle, Morning Post e Lokalanzeiger, inviati al seguito del contingente italiano, restituiscono a Caneva il loro accredito per protestare contro la ferocia dei nostri soldati. Un altro giornalista, Paolo Valera, unico ammesso a visitare i deportati nel carcere di Ustica, scrive di 500 morti a causa del colera, e aggiunge: “Nessun Paese ha trattato i prigionieri di Stato come l’Italia. Li ha nutriti come carcerati, con 600 grammi di pane e con una minestra di gavetta nauseosa. Il loro giaciglio è stato della paglia sternita, buttata in terra, sparpagliata sulle pietre o sugli ammattonati, come per le bestie”.

Foto: le truppe italiane a Napoli in partenza verso la Libia, primo ottobre 1911.
(Topical Press Agency/Getty Images)

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