• lunedì 26 Settembre 2011

L’intervento del cardinal Bagnasco sull’Italia e l’attualità

di Angelo Bagnasco

Questo è il testo della prolusione del presidente della Conferenza Episcopale Italiana, cardinale Angelo Bagnasco, al Consiglio Episcopale Permanente che si è aperto lunedì a Roma.

Venerati e cari Confratelli, avvio questa riflessione facendo subito riferimento al clima che – a giudizio di molti osservatori, ma è anche nostra sensazione – appare emergente, ossia il senso di insicurezza diffuso nel corpo sociale, rafforzato da un attonito sbigottimento a livello culturale e morale. Un’insicurezza che si va cristallizzando, e finisce per prendere una forma apprensiva dinanzi al temuto dileguarsi di quegli ancoraggi esistenziali per i quali ognuno si industria e fatica, essendo essi ragione di una stabilità messa oggi in discussione, per cause in larga misura non dipendenti da noi. Non si era capito, o forse non avevamo voluto capire, che la crisi economica e sociale, che iniziò a mordere tre anni or sono, era in realtà più vasta e potenzialmente più devastante di quanto potesse di primo acchito apparire. E avrebbe presentato un costo ineludibile per tutti i cittadini di questo Paese. Spetta ad altri dar conto degli scenari che si presentano sul versante economico-sociale; per parte nostra siamo specialmente in apprensione per le pesanti conseguenze sulla vita della gente e gli effetti interiori di questa crisi che, a tratti, sembra produrre un oscuramento della speranza collettiva. Se ne vede traccia in certa perplessità trascinata e stanca, in una amarezza dichiarata, in un risentimento talora sordo, in un cinismo che denuncia una sconfortata rassegnazione. Circola l’immagine di un Paese disamorato, privo di slanci, quasi in attesa dell’ineluttabile. Ebbene, in quanto Vescovi non possiamo essere spettatori intimiditi; nostro compito è proporci come interlocutori animati da saggezza, interessati a «rompere questo determinismo dell’immanenza o, meglio, aprirlo alla concezione cristiana della storia e del tempo» (Giandomenico Mucci, Il discernimento dei segni dei tempi, “La civiltà cattolica”, 7 maggio 2011). Vorremmo cioè, con passo lieve, accostarci al cuore di ciascuno dei nostri connazionali, e dire la parola più grande e più cara che abbiamo, e che raccoglie ogni buona parola umana: Gesù Cristo. Noi lo annunciamo a tutti come discepoli e Vescovi: Egli è Dio con noi e per noi, affinché abbiamo a non inaridirci, stanchi prigionieri del nostro «io». No, non dobbiamo affliggerci come chi non ha speranza (cfr 1Ts 4,13): una speranza che «attira − dentro il presente − il futuro […]. Il fatto che questo futuro esista, cambia il presente; il presente viene toccato dalla realtà futura» (Spe salvi n. 7).

Perché questa dinamica salvifica si esplichi non ci stanchiamo, con l’aiuto dello Spirito, di esercitare il nostro arduo quanto irrinunciabile ministero, «di ascoltare attentamente, discernere e interpretare i vari modi di parlare del nostro tempo, e di saperli giudicare alla luce della parola di Dio, perché la verità rivelata sia capita sempre più a fondo, sia meglio compresa e possa venire presentata in forma più adatta» (Gaudium et spes, n. 44). È ciò che ci proponiamo umilmente di perseguire anche nell’attuale sessione autunnale del nostro Consiglio Permanente, agli inizi del nuovo Anno pastorale, e a congedo di una stagione estiva particolarmente densa di eventi e segni. Vorremmo che la nostra parola, se deve echeggiare nel cuore degli italiani e nell’opinione pubblica, riuscisse a risvegliare la speranza, e ad un tempo quella tensione alla verità senza la quale non c’è democrazia.

Com’è noto, dal 3 all’11 settembre abbiamo celebrato ad Ancona, e nelle Diocesi di quella Metropolìa, il 25° Congresso Eucaristico Nazionale, appuntamento che ha visto un’elevata partecipazione di popolo proveniente da ogni parte d’Italia, e una vigorosa tensione spirituale realmente unitiva. Nel passaggio culminante, che coincideva con la giornata conclusiva, il congresso ha accolto il Pellegrino più illustre e atteso. Benedetto XVI continua infatti a riservare alla Chiesa italiana gesti di squisita attenzione ed autentica premura apostolica. Nei giorni scorsi lo abbiamo seguito e ammirato durante la visita che egli ha compiuto nella sua terra di Germania, ci siamo rallegrati per il successo del non facile viaggio, soprattutto ci siamo messi in ascolto del suo magistero nitido e straordinario: occorrerà che su di esso ritorniamo con una riflessione più distesa e impegnativa. Ma per restare al nostro incontro anconetano, in nessuno dei suoi momenti abbiamo vissuto staccati dal mondo, dal nostro Paese, dalla società di cui siamo parte. Abbiamo, in verità, celebrato questo Congresso Eucaristico facendo memoria del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, ma – prima ancora – l’avevamo voluto per rinnovare la nostra consegna all’Eucaristia quale mistero d’amore che, unendoci intimamente a Gesù, ci apre ai fratelli. Potremmo dire che davvero abbiamo inteso portare là – dove pubblicamente si è posto il centro irradiante della nostra fede – tutta l’Italia e tutti gli italiani. D’altra parte il nostro popolo, senza sottrarsi ai doveri e alle forme proprie della collettività, avverte costantemente che c’è una «Presenza altra» nella storia che coincide con la forza rigenerante dell’Eucaristia, custodita e celebrata nei grandi e nei piccoli centri disseminati lungo la Penisola, crogiuolo benedetto da cui è scaturita l’identità profonda della Nazione, assai prima della sua stessa unificazione istituzionale e politica.

La storia dei Congressi Eucaristici nazionali, del resto, è intrecciata indissolubilmente alla vita e alle trasformazioni del Paese e riflette fin dal primo appuntamento, quello di Napoli del 1891, le differenti stagioni civili e culturali che l’hanno coinvolto: infatti, «L’unione con Cristo che si realizza nel Sacramento ci abilita ad una novità di rapporti sociali: la ‘mistica’ del Sacramento ha un carattere sociale» (Benedetto XVI, Sacramentum caritatis, n. 89), e ci spinge per ciò stesso a raccogliere le implicanze dell’«Eucaristia per la vita quotidiana», come suggeriva l’argomento posto a tema del congresso. Non è un caso che certo affievolimento della fede proceda di pari passo con il venir meno di una autentica sensibilità per il bene comune. «L’Eucaristia – diceva il Papa – sostiene e trasforma l’intera vita quotidiana (…). La bimillenaria storia della Chiesa è costellata di Santi e di Sante la cui esistenza è segno eloquente di come proprio dalla comunione con il Signore, dall’Eucaristia, nasca una nuova e intensa assunzione di responsabilità a tutti i livelli della vita comunitaria» (Omelia a conclusione del Congresso Eucaristico Nazionale, 11 settembre 2011). Lo snodarsi delle giornate, incentrate sui cinque ambiti esistenziali su cui lavorammo già al Convegno ecclesiale di Verona, hanno messo in risalto l’«osmosi» possibile, ma anche esaltante, tra il mistero che celebriamo e le dimensioni dell’esistenza quotidiana: «Non vi è nulla di autenticamente umano – concludeva il Santo Padre – che non trovi nell’Eucaristia la forma adeguata per essere vissuto in pienezza» (ib).
Ringraziamo commossi il Papa per aver voluto ancora una volta spezzare il Pane con noi, e ringraziamo i Vescovi che più si sono fatti carico di questo memorabile evento: in particolare, l’Arcivescovo Edoardo Menichelli e la sua bella Chiesa di Ancona-Osimo, con i Pastori delle Chiese vicine di Fabriano-Matelica, Jesi, Senigallia e Loreto, e Mons. Adriano Caprioli, Vescovo di Reggio Emilia-Guastalla, presidente del Comitato per i Congressi Eucaristici nazionali, per la cura profusa lungo tutta la minuziosa preparazione e l’impegnativa celebrazione.

Non possiamo, ad un tempo, non evocare la Giornata Mondiale della Gioventù che si è svolta a Madrid dal 16 al 21 agosto. Hanno colpito, come dato esterno, la massiccia affluenza, quasi due milioni di giovani, provenienti da 193 Paesi, tanti quanti sono quelli rappresentati all’Onu. Ma ha sorpreso soprattutto la qualità della partecipazione, il fascino che questi giovani riescono a esprimere con i loro volti sorridenti, la serietà nei momenti giusti, i loro linguaggi, la loro buona educazione, persino la loro saggezza. Si è ripetuto anche stavolta lo stupore che già si era riscontrato a Sydney da parte della città ospitante, a motivo proprio della gioia e del garbo con cui questi protagonisti si sono presentati. Certo, hanno invaso Madrid, ma è stata ancora una volta un’invasione non solo pacifica, ma anche pacificante rispetto ad un contesto attraversato da varie tensioni, e ad un tempo è stata un’invasione radiosa. C’è da dire che l’età media era di 22 anni, e che il 70 per cento dei partecipanti era alla sua prima GMG. Dunque, un’ondata giovanile per gran parte nuova, ma non ripetitiva delle precedenti. Concentrata sull’evento, e fondamentalmente non interessata ad altre questioni – diciamo – intra-ecclesiali, è sembrata vivere ciascuno dei diversi momenti con una dedizione specifica. Si pensi all’allegria lungo le strade, ma poi all’attenzione in chiesa, per le catechesi, nonostante il caldo e la scomodità di vari luoghi d’incontro. E ancora all’affluire incessante e composto ai confessionali e all’interesse mirato su ogni esecuzione d’arte. Si pensi allo scompiglio tipicamente giovanile con cui hanno accolto l’inclemenza del tempo, il sabato sera, e al silenzio intensissimo e prolungato che subito dopo sono riusciti a realizzare per l’adorazione eucaristica. In questa sorprendente capacità di silenzio c’è una delle connotazioni più marcate della recente GMG, insieme ai dialoghi che seguivano le catechesi. Difficile davvero pensare che quello fosse un popolo inconsapevole e manovrabile.

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