Tiziano Terzani era un giornalista

Bernardo Valli su Repubblica ricorda il suo amico e collega, criticandone la "santificazione antimodernista e americanofoba"

Oggi su Repubblica c’è un articolo di Bernardo Valli, storico giornalista e inviato speciale sia per Repubblica che per il Giorno e il Corriere della Sera, che commenta la pubblicazione delle opere di Tiziano Terzani per i Meridiani, celebre e prestigiosa collana di Mondadori. Nel testo Valli ricorda Terzani, del quale era stato amico, e ne critica la sua rappresentazione come “guru” e santone, che gli suscitano “indignazione” e “collera”.

Nasser morì a fine settembre, e non fu semplice raggiungere il Cairo in tempo per i funerali. L’infarto che aveva stroncato il rais egiziano era per molti la conseguenza del sanguinoso scontro, ad Amman, tra i feddayn palestinesi di Arafat e i beduini di Hussein, re di Giordania. Si diceva che Nasser fosse morto di crepacuore per la lotta fratricida. Avevo assistito a quella battaglia tra arabi e raggiungendo le rive del Nilo, dove sembrava che tutto il Medio Oriente si riversasse, avevo l’impressione di andare a vedere l’ultimo atto della tragedia di Amman, rimasta nella storia come il “settembre nero”.
Al Cairo le comunicazioni erano pessime. Troppi cronisti. Con la speranza che almeno qualche telegramma giungesse puntuale al giornale, ne mandavo uno ogni ora. Tutti brevi, concisi, con i dettagli della imponente manifestazione funebre, cui partecipavano i contadini della Nubia arrivati con barche, asini e cammelli e capi di Stato con i loro jet.

L’emergenza affidava alla redazione il compito di aggiustare e incollare i miei dispacci al fine di dare una forma all’articolo destinato alla pubblicazione. Era il 1970 e non esistevano né il computer, né i telefoni satellitari.
Quando ritornai a Milano andai a ringraziare i colleghi per il tempo che mi avevano dedicato ed è cosi che incontrai Tiziano Terzani. Era stato lui a fare un ottimo lavoro.
Era un bel marcantonio. Non era ancora un giornalista professionista, ma si capiva subito che non era un semplice praticante. Aveva già girato il mondo e si sentiva dai suoi discorsi che aveva vissuto il ’68 americano con intensità, con entusiasmo, alla Columbia University dove aveva studiato la storia cinese. Amava la Cina di Mao, l’aveva idealizzata come molti di noi, e sognava di andarci come corrispondente. Nella sua cordialità, traboccante giovinezza, c’era una leggera punta di condiscendenza, non sempre reperibile sotto l’esibita disponibilità. Seguirono rari incontri. Ne ricordo uno un po’ goliardico, sempre a Milano, in occasione di un premio giornalistico che mi era stato dato. Tiziano e alcuni suoi amici mi mandarono in albergo, in piena notte, come premio “supplementare” una bella e spiritosa collega, con la quale bevvi qualche whisky e facemmo grandi risate.
Poi, visto che Il Giorno, per il quale entrambi lavoravamo, non era abbastanza ricco per mandarlo in Estremo Oriente, decise di andare a Singapore per conto suo.
Voleva avvicinarsi alla Cina, dove la rivoluzione culturale non si era ancora del tutto spenta. Aveva grinta quel bel marcantonio.
Aveva mandato al diavolo l’Olivetti dove l’attendeva un avvenire di dirigente, e adesso mandava con la stessa disinvoltura a quel paese il giornale in cui era appena diventato professionista.
Voleva seguire la guerra in Vietnam e in Cambogia, nell’attesa che la Cina si aprisse. Qualche mese dopo fui mandato dal Corriere della Sera in Estremo Oriente come inviato permanente, e feci una sosta a Singapore. Ero indeciso se installarmi lì, o a Hong Kong o a Bangkok o a Saigon. La porta di Pechino era sbarrata. Avevo avvertito del mio arrivo Tiziano, che conoscevo appena, ma fu una tappa breve perché lo sganciamento delle truppe combattenti americane ci impegnò a Saigon, dove andammo insieme, per parecchie settimane.
E da Saigon filai a Tokyo dove c’era una crisi monetaria. Quando ritornai a Singapore, quasi due mesi dopo, scoprii che Angela, la moglie di Tiziano, mi aveva trovato un bungalow di proprietà delle Autorità portuali. E quindi aprii infine le mie valige, nel frattempo coperte di muffa, e andai ad abitare a dieci minuti d’automobile da Alexandra Park dove vivevano i Terzani.

Cominciò allora la nostra amicizia durata più di trent’anni. In realtà si era accesa già nell’autunno del ’70, in occasione dei funerali di Nasser, quando provai una forte simpatia, mista di ammirazione, per quel redattore che sembrava un primo attor giovane. Poi il caso ci riunì in Estremo Oriente per anni. Un Estremo Oriente che pensavo di conoscere, avendovi vissuto a lungo da ragazzo, quando nessuno riusciva a tenermi al guinzaglio, e poi ancora da giornalista. Con stupito piacere scoprii che lui, Tiziano, in pochi mesi aveva imparato molto più di me dell’Asia che entrambi amavamo.

Finche l’amico è in vita può accadere che ci si ribelli a certi suoi atteggiamenti, con la sua morte da compagno in carne ed ossa, con tutte le debolezze di un essere umano, l’amico si trasforma in un’entità ideale.
Nel celebre caso di Montaigne, l’amico defunto, Etienne de La Boétie, diventò per lui più una tecnica filosofica che una persona. Seneca consigliava ai suoi seguaci di fare cosi con tutti gli amici: avendo trovato una persona stimabile, disse loro, dovete visualizzarla come una presenza spettatrice costante nella vostra vita. Lo sottolinea Sarah Bakewell, studiosa di Montaigne e suppongo devota a Seneca, e professoressa di scrittura creativa alla City University di Londra. Ed è lei che mi ha aiutato a capire la mia indignazione, la mia collera, quando leggo quel che si scrive di Tiziano morto. Ho l’impressione che me lo scippino.
È infatti un furto con lo strappo averne fatto un guru, un “budda”, addirittura un San Francesco. Un personaggio ben lontano dall’entità ideale, basata sull’esperienza concreta di una vita comune, che si è formata e stampata nella mia memoria.

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