Itabolario: Mafia (1865)

Massimo Arcangeli ha raccolto 150 storie dell'Italia unita, una per ogni anno: Itabolario. L'Italia unita in 150 parole (Carocci editore)

di Marcello Ravesi

1865. Mafia (s. f.)

Sulla scrivania del ministro degli Interni giunge una relazione confidenziale, datata 25 aprile, a firma del nuovo prefetto di Palermo, il nobile orvietano Filippo Antonio Gualterio, da pochi giorni insediatosi nel suo ufficio. Vi si parla di uno «spirito pubblico sì gravemente conturbato», di un «grave e prolungato malinteso fra il Paese e l’Autorità» da cui trarrebbe alimento «la cosiddetta Maffia od associazione malandrinesca». Il proposito – poi realizzato – del Gualterio è quello di organizzare una grossa operazione di pubblica sicurezza per reprimere una “trista associazione” «sempremai dipendente dai partiti»; col malcelato secondo fine di assestare un colpo decisivo agli oppositori del governo della Destra, sia garibaldini sia, soprattutto, borbonici, accusati di complicità con la malvivenza locale (cfr. Alatri, 1954, pp. 92-100; Brancato, 1986, p. 103). Di lì a poco, allo stesso prefetto di Palermo perviene dal delegato di pubblica sicurezza di Carini, in data 10 agosto 1865, una “memoria riservata” in cui alcuni individui appena arrestati sono identificati come «alle dipendenze del partito della Maffia» (cfr. Scichilone, 1952, pp. 43, 164-5). Così il termine mafia (o maffia, con adeguamento al toscano) fa il suo ingresso ufficiale nella scrittura in lingua italiana col significato “tecnico” di indicare una specifica forma di associazione a delinquere. Tuttavia, per almeno un quindicennio a seguire, nei rapporti dei funzionari locali della destra storica non si fanno nette distinzioni fra mafioso, malandrino, manutengolo, brigante, renitente alla leva, disertore ecc. (cfr. Novacco, 1959, p. 209; Id., 1963, pp. 147-8; Lupo, 2004, p. 14); solo col tempo, dunque, si verrà precisando il riferimento a quelle consorterie di “uomini d’onore” che oppongono all’autorità dello Stato il diritto di farsi giustizia da sé, la solidarietà omertosa, il dovere del segreto. Peraltro, se per mafia si debba intendere principalmente una mentalità, un comune sentire del siciliano (in prospettiva “culturalista”), oppure un insieme di associazioni con scopi criminali (in prospettiva “organizzativa”), è questione che attraversa tutto il Novecento (cfr. Sciarrone, 1998, pp. 4-8, 19-23, 27-30).

Va da sé che, indipendentemente dalla parola, esisteva il fenomeno. La presenza di compagini mafiose ben strutturate è attestata con certezza fin dalla prima metà dell’Ottocento. Nel 1838 il procuratore generale di Trapani, Pietro Calà Ulloa, aveva scritto al ministro della Giustizia del Regno borbonico delle Due Sicilie, Cataldo Parisio: «Vi ha in molti paesi delle unioni o fratellanze, specie di sette, che dicono partiti […]. Sono tante specie di piccoli governi nel Governo» (cfr. Tessitore, 1997, p. 23; Paoli, 2000, pp. 5, 31-2; Lupo, 2004, p. 56). La genesi di questi sodalizi viene per lo più ricondotta al vuoto di potere seguito alla dissoluzione del regime feudale in Sicilia (abolito formalmente nel 1812) e dovuto all’incapacità delle autorità politiche centrali – prima borboniche e poi sabaude – di esercitare mansioni di controllo a livello di ordine pubblico. Di qui la formazione di vere e proprie milizie private al servizio dei proprietari terrieri e degli affittuari più potenti, diffuse in particolar modo nelle province occidentali dell’isola – Palermo, Trapani, Girgenti, quelle che si riveleranno poi a più elevata concentrazione mafiosa – e capaci di offrire a una popolazione sempre più abbandonata a sé stessa quei servizi di protezione e mediazione sociale che lo Stato non era in grado di garantire (cfr. Brancato, 1986, pp. 45-62; Paoli, 2000, pp. 244-9; Lupo, 2004, p. 54). Altri studiosi, tuttavia, rilevano le prime tracce di pratiche mafiose intorno al XVI-XVII secolo, in relazione al sistema di governo spagnolo (cfr. per esempio Tessitore, 1997, pp. 26-51); altri ancora fanno risalire il fenomeno ai tempi della civiltà araba, o addirittura greca.

Su mafia, poi attestata in LCI, 1881, s. v. (come voce siciliana «sventuratamente […] passata […] nella lingua comune»), anche i lessicografi del dialetto siciliano tacciono curiosamente fino al periodo postunitario. Il primo a registrare la voce è Traina (1868, s. v.), per il quale mafia, in siciliano, sarebbe – con velata polemica verso il malgoverno dei “continentali” – un neologismo di supposta origine toscana. Eppure il termine nel dialetto locale esisteva, anche se con un significato diverso. Secondo la testimonianza dello studioso di folklore siciliano Giuseppe Pitrè, palermitano del rione del Borgo, che era una volta separato dalla città vera e propria, mafia e mafioso erano termini circolanti negli strati popolari della lingua già nella prima metà dell’Ottocento, e senza valore negativo:

al Borgo la voce mafia coi suoi derivati valse e vale sempre bellezza, graziosità, perfezione, eccellenza nel suo genere. Una ragazza bellina, che apparisca a noi cosciente di esser tale […] e nell’insieme abbia un non so che di superiore e di elevato, ha della mafia, ed è mafiusa, mafiusedda. […] All’idea di bellezza la voce mafia unisce quella di superiorità e di valentia nel miglior significato della parola e, discorrendo di uomo, qualche cosa di più: coscienza d’esser uomo, sicurtà d’animo e, in eccesso di questa, baldezza (Pitrè, 1889, pp. 289-90).

E similmente, qualche anno dopo, Luigi Capuana:

Mafia, una volta non voleva dire in Sicilia una specie di associazione di malfattori; e il mafioso non era un ladro, né molto meno un brigante. L’aggettivo mafioso significava qualcosa di grazioso e gentile, qualcosa di bizzarro, di spocchioso, di squisito; mafiosa veniva chiamata una bella ragazza, mafioso qualunque oggetto che i francesi direbbero chic. E il mafioso era ordinariamente un giovane con qualche grillo in testa, vanitoso della sua bellezza virile, della sua forza muscolare; che non si lasciava posare una mosca sul naso; che riparava a modo suo torti, o imponeva riconciliazioni (Capuana, 1972, p. 145).

La valenza positiva del vocabolo, che oscilla fra bellezza ed eccellenza, baldanza, orgoglio ed eleganza, in realtà non si è mai persa del tutto. Non solo si conserva in mafiusu ma è viva nei dialetti del Meridione e persino in quelli dell’Italia mediana e della Toscana, nei quali, tuttavia, il tipo maf(f)ia assume più spesso i tratti semantici della “boria”, della “spocchia”, della “vanità”, dell’“eleganza pacchiana” (Alinei, 2007, pp. 272-4). Forse la diffusione sovraregionale della parola in questa accezione si deve alla leva nazionale obbligatoria, importante fatto post-unitario che ha favorito il contatto linguistico fra dialettofoni di diversa origine (cfr. Prati, 1940, pp. 125-8; Renzi, 1966); del resto, anche in italiano, fare la mafia è proprio del gergo militare nel senso di “sfoggiare eleganza” (cfr. DM, 1918, s. v.).

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