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  • venerdì 20 Maggio 2011

Che cosa ha detto Obama

I passaggi fondamentali del discorso di ieri al mondo arabo, in italiano

Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha fatto ieri un importante discorso di politica estera, concentrato sui cambiamenti avvenuti negli ultimi sei mesi in Medio Oriente e Nordafrica. È un discorso importante perché segna con decisione il cambiamento di approccio dell’amministrazione Obama rispetto a quello del recente passato, schierando apertamente ed esplicitamente gli Stati Uniti dalla parte dei manifestanti che chiedono riforme democratiche. Inoltre, è un nuovo tentativo di ravvivare il processo di pace tra Israele e Palestina, proponendo un terreno comune su confini territoriali e sicurezza per mettere le premesse alla discussione degli altri nodi sul tavolo. Di seguito, la traduzione dei passaggi più interessanti del discorso di Obama, il cui testo integrale in inglese si può leggere qui.

Osama bin Laden
Bin Laden non era un martire. Era uno sterminatore di massa che ha offerto al mondo un messaggio di odio, sostenendo con insistenza che i musulmani dovessero imbracciare le armi contro l’Occidente e che la violenza verso uomini, donne e bambini fosse l’unica strada verso il cambiamento. Ha preferito il suo estremismo violento alla democrazia e i diritti umani per i musulmani. Era concentrato su quanto poteva distruggere, e non su quello che poteva costruire.

Mohammed Bouazizi
Questa grande storia di autodeterminazione [le rivolte nel mondo arabo, ndr] è cominciata sei mesi fa in Tunisia. Il 17 dicembre un giovane venditore ambulante era devastato dalla tristezza: un agente di polizia aveva confiscato il carretto con la sua merce. Il suo non era un caso isolato. Si trattava dello stesso genere di umiliazione che avviene ogni giorno in molte parti del mondo: la tirannia incessante dei governi che violano i diritti dei propri cittadini. Solo che stavolta è successo qualcosa di diverso. Dal momento che gli agenti di polizia si erano rifiutati di prestare ascolto alle sue lamentele, questo giovane ragazzo – mai particolarmente attivo politicamente – aveva deciso di andare davanti agli uffici del governo provinciale, e una volta lì di cospargersi il corpo di benzina e darsi fuoco.

A volte, nel corso della storia, le azioni di normali cittadini generano grandi movimenti per il cambiamento, perché attraversano pulsioni di libertà costruite silenziosamente per anni. Negli Stati Uniti, pensate al coraggio dei patrioti di Boston, che si rifiutarono di pagare le tasse a un re. O alla dignità di Rosa Parks nel tenersi il suo posto in autobus. Allo stesso modo, in Tunisia, il gesto di disperazione di un giovane venditore si è saldato al sentimento di frustrazione diffuso in tutto il paese. Centinaia di manifestanti sono scesi per le strade, poi sono diventati migliaia. Di fronte ai bastoni e a volte anche ai proiettili, non sono andati a casa. Giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, finché una dittatura più che ventennale non ha dovuto abbandonare il potere.

Il mondo è cambiato
I fatti degli ultimi sei mesi dimostrano che per i regimi la repressione e la ricerca di scuse e diversivi non funzionano più. La televisione satellitare e Internet forniscono una finestra sul mondo, un mondo fatto di progressi sbalorditivi in posti come l’India, l’Indonesia o il Brasile. I telefoni cellulari e i social network permettono alle persone di entrare in contatto tra loro e organizzarsi come mai prima di adesso. Una nuova generazione è emersa. E le loro voci ci dicono che non si può negare loro il cambiamento.

Cosa faranno gli Stati Uniti
Per decenni, gli Stati Uniti hanno perseguito una serie di interessi nella regione: combattere il terrorismo, fermare la diffusione delle armi nucleari, garantire la libertà del commercio e la sicurezza dell’area, difendere la sicurezza di Israele e cercare la pace tra Israele e Palestina. […] Dobbiamo riconoscere che una strategia basata esclusivamente su questi interessi non riempirà le pance di chi ha fame né permetterà a chi lo vuole di dire quello che pensa. Il fallimento nel permettere a quei popoli di realizzare le proprie aspirazioni non farà che accreditare la tesi circolata per decenni che gli Stati Uniti perseguono i propri interessi nell’area a danno delle persone che vivono nell’area. Dobbiamo comportarci con grande umiltà, ma dobbiamo e possiamo fare di più e schierarci dalla parte di alcuni principi cardine.

Gli Stati Uniti si oppongono all’uso della violenza e alla repressione contro le persone. Sosteniamo i diritti umani universali. Questi includono la libertà di parola, la libertà di riunirsi pacificamente, la libertà di culto, l’uguaglianza tra uomo e donna garantita dalla legge, il diritto di scegliersi i propri governanti – valga per tutti, a Baghdad o a Damasco, a Sanaa o a Teheran. Sosteniamo riforme politiche ed economiche in Medio Oriente e in Nordafrica, così da permettere alle persone di raggiungere le loro legittime aspirazioni. Il nostro sostegno a questi principi non è un nostro interesse secondario: oggi diciamo ufficialmente che si tratta di una nostra massima priorità, da tradursi in azioni concrete. La politica degli Stati Uniti sarà volta alla promozione di riforme e al sostegno della transizione verso la democrazia.

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