Almeno provarci

Il nuovo libro di Pippo Civati, per quelli che chiedono i contenuti

Il nuovo libro di Pippo Civati, consigliere regionale del PD in Lombardia e il più popolare esponente del movimento per il rinnovamento della politica a sinistra (assieme a Matteo Renzi, sindaco di Firenze), ha pubblicato ieri un libro dal titolo sfacciato – “Il manifesto del partito dei giovani” – che risponde alle spesso strumentali richieste di maggiori contenuti e minori dichiarazioni di intenti da parte dei suddetti rinnovatori. Ricco di analisi sull’Italia, sul lavoro, sulla società e la politica, e di proposte per affrontare il cambiamento. Quella che segue è invece la parte finale, sintesi dell’intento del libro e di ciò che Civati propone.

Viene in mente quella pagina di Valeria Parrella, in cui la professoressa consiglia al ragazzino che si è bloccato nel bel mezzo del tema d’esame e che vuole riprendere con un «presente nuovo», di mettere «uno spazio bianco» e di ripartire. Lo spazio bianco: dopo tutti questi anni, mettiamolo anche noi, cambiamo passo, andiamo oltre.
Osare di più, si può, si deve. Cambiare prospettiva, scegliere gli argomenti, rimettere in ordine le priorità: perché è importante il «che fare?», ma anche il «come fare?». Rovesciare il tavolo, quando è necessario. Guardare a quello che accade davvero, restituire senso alle parole, ridare dignità all’impegno (al servizio!) della politica.
Una necessità storica, non rinviabile, per un paese che è ben oltre la soglia del baratro, e che riguarda la sostenibilità stessa del nostro sistema economico e di welfare. E la nostra credibilità. A casa nostra e all’estero. Meno acquiescenza, da parte dei giovani, e più coraggio da parte di tutti, proprio quel coraggio che è mancato in questi anni e che ora deve arrivare tutto insieme a chi progetterà la prossima Italia.
Un messaggio che sia forte e esemplare nei campi principali dell’attività di governo, perché dà fiducia anche alle altre trasformazioni dei comportamenti e delle scelte dei cittadini e delle famiglie italiane. Per dare rilevanza al cambiamento, perché sia riconoscibile e diventi popolare. Per far sì che abbia costanza e sia sostenuto con determinazione, per i prossimi anni, senza che si debba cambiare direzione di marcia a ogni elezione.

«Non c’è scampo», diceva un appassionato Renato Soru all’inizio di questo manifesto. Non c’è via d’uscita, se non quella di ripensare profondamente il nostro paese, la sua politica, i suoi orizzonti. Se non s’immagina qualcosa di diverso, se non ci si concentra su un obiettivo alto e impegnativo, anche le scelte di ogni giorno (all’insegna di quella famosa “concretezza” troppo spesso evocata e curiosamente mai praticata, una concretezza mai concreta) non potranno mai trovare una definizione e una misura.
Ecco perché si deve fare di tutto perché si diffonda, a partire dalla politica, una nuova consapevolezza, la consapevolezza della realtà nella quale viviamo e del futuro che ci attende. Attraverso passaggi graduali, mediazioni e, però, anche scelte inequivocabili che, proprio come le stelle chiamate in causa da qualcuno, ci dicano quali sono i percorsi da seguire per salvarci.
Una politica che scelga il cambiamento, che segua le trasformazioni e le sappia promuovere, che si guardi intorno, perché un partito dei giovani è internazionale: anzi, meglio, transnazionale. Che sappia maturare una cultura del bene comune e della condivisione della conoscenza, delle buone pratiche e, soprattutto, della passione di ciascuno.
Che voglia sperimentare con responsabilità e prendersi qualche rischio, proprio come fanno i cittadini alle prese con la loro vita di ogni giorno. Almeno provare, si deve.

Per mettere la vela alla tartaruga (l’impresa di Cosimo il Vecchio che rappresenta anche il senso della nostra ‘impresa’), sapendo che è lenta e tradizionalista, misoneista e propensa a non cambiare mai, ma che può anche volare. Soprattutto se si vuole salvare. Per fare questo, ci vuole un nuovo protagonismo dei giovani, per una sfida all’«era glaciale»: la sfida di chi ha tutta la vita davanti ma ne è impreparato e quasi spaventato, per colpa di come vanno le cose nel suo paese.
«L’Italia deve essere più giovane della sua demografia, più giovane degli italiani»: con l’auspicio che anche Enea e Anchise si tornino a parlare, pensando a Ascanio, e ai Lari e ai Penati da portare con sé, per non perdere la vocazione propria e del paese che si vuole rappresentare. Come quella volta, tanto tempo fa, quando il sacco della città era già consumato. E tutto sembrava perduto.

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