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  • venerdì 25 Febbraio 2011

La battaglia intorno a Tripoli

Le rivolte in Libia si concentrano ormai nella zona vicina alla capitale, in un raggio di 300 chilometri

Una nuova manifestazione di massa è stata indetta per oggi, mentre si riunirà il Consiglio di sicurezza dell'ONU

Le manifestazioni e le proteste antigovernative in Libia sono diventate ormai una rivoluzione, ben organizzata e ben armata. Ieri, scrive il New York Times, i ribelli hanno di fatto respinto l’offensiva lanciata dalle forze di Gheddafi in varie città vicine alla capitale del paese, e hanno indetto per oggi, subito dopo la preghiera del pomeriggio una nuova grande manifestazione di massa.

Ieri le violenze si sono concentrate nelle vicinanze di Tripoli, specialmente a Zawiyah, una città con importanti risorse petrolifere a meno di cinquanta chilometri da Tripoli. Più di cento persone sono state uccise dalle forze governative all’interno di una moschea che dava ospitalità ai rivoltosi, ma le manifestazioni non si sono interrotte e anzi hanno guadagnato forza e intensità. A Misurata, 200 chilometri da Tripoli, le forze di polizia hanno attaccato l’aeroporto, ormai in mano ai ribelli, con granate a razzo e colpi di mortaio. I ribelli si sono impossessati di una mitragliatrice antiaereo e li hanno respinti. A Sabratha, 80 chilometri da Tripoli, gli uffici della polizia e del governo sono tutti ridotti in macerie. A Bengasi la situazione è più tranquilla, ma stanno venendo fuori video e fotografie a documentare le battaglie degli scorsi giorni.

Uno dei figli di Gheddafi, Seif al-Islam, ha annunciato ieri in televisione che il governo permetterà ad alcuni gruppi di giornalisti di visitare Tripoli. Vari testimoni hanno confermato le preparazioni in corso: la sparizione dalla circolazione dei mercenari, la pulizia di piazza Verde e il posizionamento di alcuni striscioni in inglese diretti ai media stranieri. Sempre che il governo riesca a mantenere l’ordine, visti gli annunci di nuove manifestazioni previste per oggi, si tratta comunque di un diversivo: il regime esce ulteriormente indebolito dalla giornata di ieri. Non solo per i mancati effetti della repressione ma anche per il progressivo sfaldarsi della sua catena di comando. Si è già detto di come le dimissioni dei ministri degli interni e della giustizia sia stata fondamentale nell’indebolimento di Gheddafi. Insieme a loro ci sono stati vari altri funzionari e consiglieri del dittatore libico. Ahmed Gadhaf al-Dam, uno dei principali consiglieri governativi per la sicurezza nazionale, cugino di Gheddafi, ha lasciato il suo incarico mercoledì per protesta contro le “gravi violazioni dei diritti umani” perpetrate dal governo. Ieri, intanto, la Svizzera ha congelato i beni posseduti da Gheddafi nel paese, qualcosa come 600 milioni di dollari. Secondo il Telegraph, anche il Regno Unito sarebbe sul punto di congelare beni appartenenti a Gheddafi fino a venti miliardi di sterline.

Quel che è certo è che, per quanto in difficoltà, Gheddafi non sembra un uomo sul punto di ritirarsi. Il messaggio trasmesso ieri dalla tv di stato non conteneva alcuna concessione rispetto a quello di qualche giorno prima, ma solo minacce, insulti ai manifestanti e bizzarre teorie cospirazioniste: il leader libico ha incolpato allo stesso tempo Al Qaida e le potenze straniere di soffiare sul fuoco delle rivolte, drogare i manifestanti, fare loro il lavaggio del cervello. Mustafa Abdel Galil, l’ex ministro della giustizia, ha detto ad Al Jazeera che il regime possiede armi chimiche e biologiche e non esiterà a usarli. “Chiediamo alla comunità internazionale di fermare Gheddafi: quando è sotto pressione è capace di fare qualsiasi cosa. Lascerà terra bruciata dietro di sé”.

Ieri, intanto, il presidente statunitense Obama ha sentito telefonicamente il presidente francese Sarkozy, il primo ministro britannico Cameron e il presidente del Consiglio italiano Berlusconi, cercando una posizione comune riguardo le misure multilaterali da adottare per fermare il regime. Oggi si riunisce il Consiglio di sicurezza dell’ONU per discutere proprio della Libia, queste le proposte sul tavolo: sanzioni economiche, congelamento dei beni per Gheddafi e gli esponenti del suo governo, un embargo sull’acquisto delle armi, l’imposizione di una no-fly zone su tutto il territorio libico.

foto: GIANLUIGI GUERCIA/AFP/Getty Images