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  • lunedì 21 febbraio 2011

La rivoluzione in Cina è fallita, per ora

Le manifestazioni di questi giorni in Cina non sono paragonabili a quanto successo in Egitto e Tunisia

La non-rivolta del Gelsomino potrà forse, nel tempo, produrre partecipazione da parte dei giovani cinesi

di Matteo Miavaldi, Simone Pieranni

La Cina sull’orlo della rivoluzione? Dopo uno sbadiglio, la domanda è: di nuovo?

Già perché dopo ogni sciopero, ogni tentativo di manifestazione, dopo ogni premio Nobel o discorso che arrivi da Washington, sia su Google, il Dalai Lama, i diritti umani, la carne di cane, i bambini rapiti, gli sputi, i rutti e il Partito Comunista, sembrerebbe che il Paese sia sull’orlo di una rivoluzione che poi puntualmente non c’è. Così è accaduto anche con la non rivolta del Gelsomino, andata in scena sugli schermi dei computer degli occidentali e di pochi cinesi (e ancora meno erano quelli per strada, se non si contano i giornalisti e i poliziotti).

Non che sia un bene, in generale, ma si tratta di segnali. La Cina è un paese che cova le sue indubbie contraddizioni, il cui esito sociale è incerto e non facilmente etichettabile. Nel paese noto per i suoi fake, non sembra esserci spazio per una rivolta posticcia, uno shanzai delle rivoluzioni del mediterraneo. Questo non significa che anche la non-rivolta del Gelsomino non possa, nel tempo, produrre partecipazione e spirito di protagonismo da parte dei giovani cinesi.

Con il tempo, appunto. Perché domenica 20 febbraio, quando l’appello pubblicato sul portale internet americano in mandarino boxun.com avrebbe dovuto smuovere le coscienze e chiamare a raccolta le presunte masse rivoltose ancora silenti, davanti al McDonald’s di Wanfujing, la via del Corso pechinese, si sono presentati in quattro gatti. Più, chiaramente, un dispiegamento notevole di polizia e giornalisti occidentali, in prima linea nella speranza di testimoniare all’inizio della fine della dittatura cinese, romanticamente prevista davanti ad un fast-food americano. La questione – ed è una differenza piuttosto evidente tra Cina e altri paesi – è che la censura e la propaganda qui funzionano benissimo.

I fatti e altre questioni
Il dissidente in esilio negli Usa Wang Dan, ha salvato l’appello in cinese sulla sua pagina di Facebook . In precedenza l’annuncio era apparso su boxun.com e poi su canyu.org. Infine nella serata di sabato sera era partito l’hashtag sui microblog, #cn220. Si tratta del testo con il quale è stata convocata una manifestazione, la Jasmine Protest, in 13 città cinesi, sulla scia di quanto accaduto nel mondo arabo. Un appello che non è stato raccolto dai dissidenti più in vista, come Ai Weiwei – o da coloro ancora non costretti agli arresti domiciliari temporanei – e per di più veicolato da social network che qui in Cina, oltre ad essere oscurati, sono utilizzati da una microscopica minoranza tra i giovani cinesi.

Nella giornata di ieri, a Pechino, Shanghai, Canton ed Harbin si sono registrati piccoli eventi, con poche persone a partecipare. La folla più numerosa era composta da poliziotti locali, in uniforme e non e giornalisti. Uno dei corrispondenti di un quotidiano americano, Tom Lassater , ha twittato nella mattinata di ieri: «vedendo questa folla di macchine fotografiche, una cinese con occhiali Dior si è avvicinata e mi ha chiesto se c’era qualche celebrità».

L’attitudine dei curiosi, osservando con un minimo di attenzione le fotogallery pubblicate dai maggiori quotidiani mondiali, fa pensare molto più agli spot “Italia 1” che alla determinazione di piazza Tahrir: curiosi sorridenti e foto in posa davanti al capannello di persone sono immagini che non meritano di essere affiancate alle sommosse nordafricane. Poi si può naturalmente disquisire sulle differenze – e alcune somiglianze – tra quanto successo in Egitto, Tunisia, Libia e la Cina, ma ci sono elementi di vita quotidiana, culturali e immediati che fanno credere si stia parlando di due mondi molto lontani tra loro.

Innanzitutto il governo cinese è molto più attento alla situazione sociale di quanto non siano le dittature cadute in queste settimane. A stretto giro, negli ultimi giorni, si sono succeduti appelli di Hu Jintao per un maggior controllo del flusso di notizie in rete e di Zhou Yongkang – membro del Comitato centrale del Pcc – che ha esortato i colleghi a migliorare la gestione della stabilità sociale sul lungo termine. Anche durante il XII Piano quinquennale, entrato in vigore col 2011, l’obiettivo principale stabilito dal governo è stato esplicitamente lo “sviluppo sostenibile e condiviso”, ovvero proseguire nella crescita economica ma con un occhio di riguardo per la redistribuzione della ricchezza e del reddito tra le masse popolari, come ancora le chiamano qui. Esempio virtuoso in questo senso è la regione del Jiangsu, una delle più prospere della Cina costiera motore delle esportazioni nazionali, con un piano di sviluppo che prevede il raddoppio degli stipendi urbani e rurali entro il 2018. Non l’aumento, il raddoppio!

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