Cosa ha detto De Bortoli ai giornalisti del Corriere

Il testo del discorso di ieri sulle prospettive del Corriere della Sera

di Ferruccio De Bortoli

Cari colleghi, ho chiesto di parlarvi perché confido nel vostro senso di responsabilità, nel vostro amore per la professione e per il Corriere. Prima di proporvi questo incontro, ho insistito perché l’azienda si astenesse da qualsiasi misura unilaterale, che ritengo in questo momento sbagliata. Che i rapporti fra le parti siano tesi, per non dire di più, lo testimonia una lettera dell’azienda inviata ieri all’organismo sindacale. La direzione, dopo aver ottenuto la sospensione di qualsiasi decisione, ha proposto al Comitato di redazione un ragionevole compromesso. Un documento di mediazione, non la base di una nuova trattativa, che speravo venisse valutato con più attenzione. Credo nel dialogo e sono sicuro che riusciremo a condividere un nuovo percorso di crescita, a vincere altre sfide e a conquistare ancora maggiore credibilità. Ma soprattutto a svolgere meglio il nostro ruolo civile in un Paese nel quale la classe dirigente, non solo politica, disprezza la libera informazione e promuove soltanto cantori, urlatori, pretoriani quando non squadristi. Un Paese nel quale anche l’establishment economico e finanziario mostra di gradire poco le voci libere e le critiche: preferisce gli amici e i maggiordomi. Il fastidio per le voci dissenzienti cresce al pari della volgarità di un linguaggio tribale e impoverito. Siamo, noi del Corriere, tra le poche istituzioni di garanzia rimaste, il nostro compito di operatori dell’informazione e di cittadini è oggi più gravoso, interroga severamente le nostre coscienze, mette a dura prova la nostra etica personale, ma è una missione civile che deve riempirci di orgoglio. Di orgoglio e di responsabilità.

Il punto preliminare a ogni nostra discussione è proprio questo, anche se noto con rammarico che mai il Comitato di redazione in questi due anni mi ha chiesto di dibattere e approfondire temi cruciali quali la libertà e l’indipendenza della nostra professione. Certo, ci siamo occupati di molti aspetti sindacali, sicuramente importanti, ma mai in concreto del profilo della libertà sostanziale, del ruolo civile di noi giornalisti, dei rapporti con le proprietà editoriali. Ecco, i rapporti con le proprietà. Assai seri fatti accaduti recentemente, in casa nostra, sono passati nel silenzio assordante dei vostri rappresentanti sindacali. Nessun segnale, nemmeno lo straccio di un comunicato, un messaggio a voce, una pacca sulla spalla. Nulla. No, mi correggo: una protesta di un esponente sindacale, per la verità, in questi giorni c’è stata, ma riguardava il trattamento sul web di una notizia relativa alle larve nelle alici.

Devo fare un’altra premessa, importante. Per ringraziarvi. Di cuore. Ringraziarvi per quello che avete fatto in un periodo così tormentato. Sono orgoglioso di essere il vostro direttore. Siete una grande redazione formata da professionisti preparati. Dovreste esserne più consapevoli e più orgogliosi. Non è stato facile, nell’imbarbarimento civile che ci circonda, rimanere seri, credibili, indipendenti. Se questo è avvenuto, il merito è in larghissima misura vostro. Proprio per questo mi ha addolorato leggere comunicati sindacali nei quali sono stato descritto come un attentatore di diritti, una minaccia alla libertà di stampa, un direttore asservito agli interessi proprietari. Mi sono dispiaciuti tanti sospetti infondati, voci malevole, teorie inesistenti. I giornalisti del Corriere godono di una libertà straordinaria. Gli altri ce la invidiano. Nessuno vi ha mai chiesto di fare gli ascari del premier e nemmeno i lagunari, accecati dai pregiudizi dell’antiberlusconismo di maniera. Nessuno vi ha mai chiesto di servire gli interessi dei nostri azionisti. Il Corriere ha pubblicato tutto quello che meritava di essere pubblicato. Avrà commesso degli errori, di cui porto l’intera responsabilità, ma non ha mai censurato nulla. Ha criticato la Fiat, Intesa San Paolo e altri nostri azionisti. Ha condotto coraggiose inchieste su Finmeccanica ed Eni. Sfido altri giornali a fare altrettanto con i loro padroni, a indagare, per esempio sul business delle energie alternative o a sviscerare le vicende di finanziarie e immobiliari che hanno depredato allegramente i risparmiatori.

E veniamo all’oggetto della nostra lunga, e per certi versi drammatica, trattativa. Una precisazione è necessaria: la direzione non è, come è stato affermato in infelici comunicati, sullo stesso piano dell’azienda o addirittura al di sotto. Non siamo una dependance della direzione del personale. Non serviamo alcun interesse che non sia quello del Corriere. Io e Fontana, che qui ringrazio per la sua opera così preziosa, e mi piacerebbe che lo ringraziaste anche voi, non siamo gli strumenti di nessuno. Non perseguiamo alcun disegno di potere. Se nelle nostre redazioni producessimo notizie e inchieste allo stesso ritmo con il quale diamo corpo a voci e presunti complotti, saremmo un’imbattibile fabbrica giornalistica. La direzione di questo giornale avrà molti difetti, ma non è al servizio di nessuno, tantomeno di un azionariato vario e composito come il nostro, per non dire altro. Se lo fosse stata, come altre direzioni che non hanno avuto il coraggio di opporsi alla cassa integrazione senza peraltro subire un giorno di sciopero, non avreste avuto un accordo sullo stato di crisi così vantaggioso e rispettoso delle individualità. Gli esuberi sarebbero stati 90 e non 47, e alcune redazioni oggi, semplicemente, non esisterebbero più.

La trattativa dello scorso anno, per la quale non finirò mai di ringraziare il Comitato di redazione, che in quella occasione diede prova di serietà e lungimiranza, affermò, unico caso in Italia, il criterio della volontarietà. Avrei dovuto anch’io firmare la cassa integrazione per dimostrarvi che un mondo era drammaticamente cambiato, e in fretta? No, sono ancora convinto di aver fatto bene, diversamente da quello che pensava l’azienda, a fidarmi del vostro senso di responsabilità, contando sul fatto che siate coscienti dello straordinario salto di paradigma professionale che abbiamo sotto gli occhi.

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