• Mondo
  • giovedì 16 dicembre 2010

Le primarie del Partito Socialista francese

Tra candidature annunciate e ritirate, la storia dei dispetti tra gli "amici" di partito di Ségolène Royal

di Roberto Lapia

«Mi candido? No, non mi candido. Anzi si, mi candido ma sto in disparte. Ma secondo te mi si nota di più se mi candido e mi metto in disparte oppure se non mi candido proprio? No, non mi candido. Si mi candido, ciao». Il film delle primarie del Partito Socialista francese sembra uscito direttamente da una sceneggiatura di Nanni Moretti. Indecisioni, egocentrismi, colpi di scena e poca chiarezza: un mix che non fa presagire niente di buono per lo schieramento da cui dovrebbe uscire il prossimo papabile sfidante di Re Nicolas. E se il re oggi è nudo i suoi avversari non sembrano vestiti poi così bene.

Inziamo dalla fine: le elezioni presidenziali francesi avranno luogo tra circa sedici mesi. Nel programma socialista, le primarie per la scelta del candidato/a di rue Solferino dovrebbero svolgersi il prossimo autunno, presumibilmente nell’ottobre 2011. Secondo un patto interno al partito le candidature vanno presentate nel giugno 2011, con l’obiettivo di evitare personalismi, campagne interne, lotte intestine e possibili divisioni.

Ma al 15 dicembre 2010 la lista dei candidati ufficiali per le primarie del PS contiene già tre nomi: gli outsider Manuel Valls e Arnaud Montebourg, e l’inossidabile Ségolène Royal. Ed è stata proprio lei ad agitare le acque il 29 novembre scorso con l’annuncio della sua “discesa in campo” ufficiale per le primarie. Peccato che appena qualche giorno prima Martine Aubry e Dominique Strass-Kahn avessero stretto un patto di non-belligeranza cui aveva aderito anche la Royal: «Abbiamo deciso di riflettere insieme. – dichiarava la prima segretaria sulle pagine di Le Monde il 24 novembre scorso. – Anche Ségolène si è detta d’accordo, e dunque proporremo una candidatura di comune accordo, insieme, e non gli uni contro gli altri».

Ségolène, che in cuor suo non ha mai accettato di buon grado la sconfitta al congresso di Reims (14-16 novembre 2008) proprio ad opera della Aubry, ha resistito all’accordo appena cinque giorni. Giusto il tempo di far rifiorire il suo ego e di farsi sopraffare dalla sua malcelata intempestività. Il 29 novembre in risposta alla domanda di un giornalista de La Nouvelle République, «Lei si candiderà alle primarie?», dichiarava: «Ho riflettuto a lungo. È arrivato il momento di parlare con chiarezza e semplicità: la mia risposta è si». Da allora Martine Aubry, probabilmente incredula e sconsolata, è piombata in un lungo silenzio mediatico, il ché non fa che aumentare le dicerie sulle non ottime relazioni tra le due. È probabile che Martine stia studiando le contromosse adeguate. Nel frattempo DSK (Dominique Strass-Kahn), ad oggi presidente del FMI, dato in netto vantaggio nei sondaggi, gioca a nascondino cercando di evitare il discorso primarie, visto il suo ruolo internazionale e considerato che il suo mandato scadrà solamente nel 2012.

Ma c’è un’altra bocca di fuoco all’interno del partito che dimostra come la guerra dei pesi massimi nel PS non sia affatto un lontano ricordo: François Hollande, ex segretario ed ex marito della Royal, non ha mai nascosto il suo malcontento sul fatto che le primarie si svolgano nell’autunno 2011, «troppo tardi» secondo lui per affrontare un’elezione nella primavera del 2012. Inoltre, Hollande accusa Aubry e Ségo di voler ostruire una sua eventuale candidatura alle primarie. Che non è ancora ufficiale, ma è qualcosa di più di un semplice chiacchiericcio.

È evidente che lo spettacolo offerto dai socialisti d’oltralpe non aiuti a migliorare la loro immagine già deteriorata da anni di sconfitte e divisioni interne. Probabilmente alla fine a spuntarla sarà DSK, che è anche l’unico che sembra avere i numeri per battere un mai domo Sarkozy. Ma questa lotta senza esclusione di colpi potrebbe riservare delle sorprese dell’ultima ora, e il PS dà l’impressione di essere capace di poter perdere un’elezione la cui vittoria oggi sarebbe (quasi) scontata, contro un Presidente della Repubblica in caduta libera nei sondaggi (35% di pareri positivi, Ipsos/lePoint) e un governo sotto la pressione perpetua delle rivendicazioni sociali. Ma il drammaturgo, si sa, è imprevedibile, e il finale sarà sicuramente carico di pathos. Insomma, in sedici mesi può succedere ancora di tutto.