Un altro inutile vertice sul clima, a Cancùn

Il Giappone minaccia di affossare il protocollo di Kyoto se non ci saranno vincoli per Cina, India e USA

I paesi ricchi sono sempre più restii a firmare accordi sulla riduzione delle emissioni di gas serra

di Elena Favilli

Lunedì a Cancùn, in Messico, si è aperta la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Nonostante gli allarmi sul futuro del pianeta abbiano ormai convinto anche i più scettici, le aspettative su quello che uscirà da questo nuovo incontro sono vicine allo zero.

Il vertice di Copenaghen dell’anno scorso sancì un primo fallimento delle speranze di una politica globale sul cambiamento climatico. Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama e il presidente della Cina Wen Jiabao – leader dei due paesi maggiori produttori di emissioni inquinanti – siglarono un accordo che si limitò a ribadire genericamente l’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura mondiale sotto i due gradi centigradi, ma non indicò nessuno strumento per raggiungerlo.

Anche quest’anno a Cancùn nessuno si aspetta davvero che gli oltre cento stati partecipanti riusciranno a trovare un accordo globale e vincolante per ridurre drasticamente le emissioni di gas serra, come da anni ormai chiedono gli scienziati di tutto il mondo. E già si pensa al prossimo vertice sul clima, quello che si terrà in Sudafrica nel 2011. Dando per scontato che anche per quest’anno ci si dovrà rassegnare a un altro nulla di fatto o poco più.

Il problema è sempre quello della competizione tra le grandi potenze economiche mondiali, resa ancora più complicata dalla crisi degli ultimi anni. I paesi in via di sviluppo non sono disponibili a introdurre misure che rischiano di imbrigliare il ritmo galoppante della loro crescita economica. E i paesi ricchi e industrializzati sono molto restii a firmare accordi sulla riduzione delle emissioni di gas serra perché temono di non avere più le risorse per cambiare la loro politica energetica. Per ridurre queste emissioni, infatti, dovrebbero rinunciare alla loro dipendenza dai combustibili fossili (carbone, gas e petrolio) come fonte di energia primaria e costruire una politica di sviluppo economico basata su fonti di energia alternativa. Al momento però le energie alternative non sono ancora pronte a sostituire i combustibili fossili per la produzione industriale, posto che la si voglia mantenere agli stessi livelli. Rinunciarci significherebbe quindi di fatto concedere un ulteriore vantaggio economico ai paesi emergenti come India, Cina e Brasile.

Ieri a Cancùn il rappresentante degli Stati Uniti, Jonathan Pershing, ha detto che se i paesi emergenti non accetteranno di prendere misure per rendere misurabile la riduzione delle loro emissioni non sarà possibile raggiungere nessun accordo, dando adito alle voci secondo le quali gli Stati Uniti stavolta potrebbero anche decidere di lasciare il tavolo delle trattative. Dopo la sconfitta alle elezioni di metà mandato dei democratici, infatti, le scelte dell’amministrazione Obama sono sempre più vincolate dalle pressioni dei Repubblicani. Difficilmente quindi il presidente degli Stati Uniti deciderà di aderire al trattato di Kyoto, dopo essere stato già costretto a fare marcia indietro sulla legge federale sul clima.

Intanto, il Giappone ha minacciato di affossare il rinnovo del protocollo di Kyoto se non ci sarà un documento che vincoli anche Cina, India e Stati Uniti sulle emissioni. Sulla stessa linea anche Arabia Saudita e Sri Lanka. La prima vuole che vengano riconosciuti dei risarcimenti ai paesi le cui economie sono dipendenti dai combustibili fossili, il secondo vuole che venga sancita la responsabilità storica dei paesi industrializzati, che hanno prodotto l’ottanta percento dei gas serra presenti nell’atmosfera.

A questo punto gli obiettivi su cui i 172 paesi partecipanti potranno sperare di mettersi d’accordo saranno necessariamente meno ambiziosi: finanziamenti e trasferimenti di tecnologie per accelerare la ristrutturazione verde delle economie, un protocollo per proteggere le foreste e forse nuove misure per proteggere le popolazioni più vulnerabili. Come quelle che vivono sugli atolli del Pacifico. Che di certo non hanno un grande peso economico, ma che saranno le prime a rischiare di andare sott’acqua tra non molto tempo.

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