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  • domenica 28 novembre 2010

Fino a che punto è lecito proteggere le fonti?

L'ONU vuole le registrazioni di un documentario per processare un uomo di Pol Pot che ordinò i massacri in Cambogia, gli autori si rifiutano

«È più importante proteggere la pacificazione del paese che mandare in carcere una o due persone»

Se sia più importante proteggere la fonte o la notizia è uno dei dilemmi più dibattuti dell’etica giornalistica. La questione sta tornando nuovamente alla ribalta in seguito alla decisione del giornalista cambogiano Thet Sambath di mantenere la promessa fatta a Nuon Chea – uno dei leader dei Khmer Rossi che ordinarono i massacri in Cambogia tra il 1975 e il 1979 – di non rivelare alle autorità che stanno per processarlo quello che l’ex braccio destro di Pol Pot gli ha raccontato negli ultimi anni. Nuon Chea avrebbe infatti deciso di parlare con Sambath a patto che la sua confessione venisse usata soltanto come documento storico e non contro di lui da un tribunale.

«È fondamentale per un giornalista o un filmmaker che, una volta data la parola, non torni sui suoi passi», ha detto all’Independent il regista che ha lavorato con Sambath, Rob Lemkin: «le fonti accettano di parlare a certe condizioni e tu devi rispettare quelle condizioni. È solo perché abbiamo dimostrato di saper rispettare quelle condizioni che ora in Cambogia siamo visti come un’entità indipendente e sempre più Khmer Rossi vengono a parlare con noi perché sanno che non racconteremo ai tribunali quello che ci hanno detto».

Ora però le Nazioni Unite hanno chiesto ufficialmente a Sambath di consegnare le oltre centosessanta ore di materiale video girato durante questi incontri con Nuon Chea per poterle usare come prove durante il processo in cui l’ex leader dei Khmer Rossi è accusato di genocidio, e che inizierà il prossimo anno. Le interviste a Nuon Chea sono parte del film “Enemies of the People” (Nemici del popolo) con cui Sambath e Lemkin hanno vinto il Premio Speciale della Giuria al Sundance Film Festival di quest’anno. Per poter usare il film come prova durante il processo, l’ONU ha bisogno di tutto il materiale di registrazione.

Nel film, Nuon Chea viene rappresentato come un vecchio uomo di 84 anni che passa il tempo seduto nella sua sedia di legno in un remoto villaggio della Cambogia. «Quelle persone erano considerate dei criminali», dice a un certo punto riferendosi alle vittime dei massacri «furono uccise e distrutte, se le avessimo lasciate in vita la linea del partito sarebbe stata cambiata: erano nemici del popolo». E incalzato da Sambath sulla politica del regime nei confronti di quelli che venivano considerati traditori ha detto: «Al tempo ero d’accordo. Volevo soltanto risolvere il problema. Era la giusta soluzione».

Come molti degli uomini che architettarono quegli stermini di massa in Cambogia, Nuon Chea ha vissuto lontano da tutto da allora: la sua casa è vicina al confine con la Thailandia. Al tempo dei massacri era noto come Fratello Numero Due e oggi le sue confessioni sulle torture, sugli omicidi e sulle esecuzioni arbitrarie ordinate in quegli anni sarebbero fondamentali per chiarire quello che successe tra il 1975 e il 1979, quando circa due milioni di persone furono sterminate dal regime di Pol Pot.

I due giornalisti assicurano che non hanno nessuna intenzione di intralciare il lavoro del tribunale ONU, ma che sono convinti che la loro sia la scelta giusta: «Quando così tante persone vengono uccise non è soltanto colpa di una persona, ci sono migliaia di persone responsabili che vivono in ogni parte della Cambogia», ha detto Sambath «se c’è un modo per cui queste persone possono parlare e prendere parte genuinamente al processo di riconciliazione del paese, è molto più importante garantire questa possibilità che mandare uno o due di loro in prigione».

I Khmer Rossi presero il potere in Cambogia nel 1975. Nel 1976 Pol Pot divenne primo ministro e instaurò un feroce regime comunista che per tre anni esercitò il potere attraverso deportazioni di massa ed eliminazione sistematica degli avversari. Soltanto nel 2001 la Cambogia ha accolto la proposta dell’ONU di istituire un tribunale internazionale per giudicare i crimini commessi dai Khmer Rossi in quegli anni.

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